L’estate del nostro scontento
di Fabio Canessa
La prima estate che ricordo, come un sogno, sia perché ero un bambino piccolo sia perché l’impressione evoca un’atmosfera fiabesca, è quella del 1969: il 20 luglio l’uomo arriva sulla luna. Una sensazione di euforia, di fiducia nel progresso dell’umanità, di slancio verso il futuro attraversava i miei familiari e la gente per strada, i telegiornali e la spiaggia, mentre nei juke-box e alla radio Riccardo Del Turco cantava “luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà” e in vetta alla hit parade c’era “Acqua azzurra acqua chiara” di Lucio Battisti. Poi, da allora a oggi, l’estate è stata la stagione dei grandi concerti di rock e di jazz e dei Mondiali vinti dall’Italia, dei bagni e della discoteca, degli spaghetti alle vongole e del vino frizzante. Estati scandite dai tormentoni scanzonati di Edoardo Vianello e dalle prime hit di Alan Sorrenti e Umberto Tozzi fino ai Righeira.
L’estate che stiamo vivendo fa un effetto molto diverso: la spensieratezza è stata sostituita dall’angoscia della guerra in Ucraina e delle stragi di Gaza, al posto di “Giochi senza frontiere” ci sono i dazi di Trump, non abbiamo in testa canzoni che riescono ad aderire alla vita quotidiana e a entrare nelle orecchie fino a diventare la colonna sonora dei nostri pensieri, temiamo sia imminente la terza guerra mondiale con le bombe atomiche. Perfino il sole viene avvertito come una minaccia a causa del riscaldamento globale, in un clima che sentiamo inguaribilmente malato. L’estate da sogno si è trasformata in un incubo.
L’unica alternativa a questa prospettiva apocalittica è l’idea che il sogno fosse la nostra giovinezza, che forse il mondo era anche allora pieno di guerre, di violenza, di ingiustizia e di gentaccia, ma noi non ce ne accorgevamo, perché eravamo distratti dalla voglia di vivere e di cantare: gli amori e i gelati relegavano sullo sfondo Nixon e Bush, Breznev e Arafat, Khomeini e Ceausescu, nomi che erano rumori di fondo a cui prestavamo scarsa attenzione. In un bellissimo libro di Hudson, “Il viaggiatore in piccole cose”, il narratore, passeggiando in un bosco, incontra un anziano che si lamenta perché un tempo quegli alberi risuonavano del chiasso degli uccelli e il silenzio desolante del presente era il segnale evidente di una natura malata. Il protagonista lo saluta senza rivelargli che il cinguettio degli uccelli era assordante anche in quel momento: troppo penoso rivelare al vecchio che era lui a essere diventato sordo.