Giorgio Scerbanenco
I ragazzi del massacro
di Patrizia Lessi
A leggere le statistiche della Polizia di Stato risalenti al 2024 i minori denunciati o arrestati per furto, rapina o violenza individuale o di gruppo sono il 30% in più rispetto al 2019. Impressionano i dati pre e post pandemia. Dai quasi trentamila precedenti al 2020 si è progressivamente passati ai circa trentottomila dell’anno passato. Il decreto Caivano ha inasprito le pene legate a specifici reati e ampliato quelle che prevedono la custodia cautelare in carcere; tuttavia, i numeri testimoniano l’aumento della violenza operata da minori italiani e stranieri sul territorio nazionale. Delle cause si discute su giornali, salotti televisivi, conferenze in aula e nei bar additando la droga, la rete, la scuola, la famiglia, la mancanza dei valori di riferimento e, ultimamente, la mancanza di un’educazione all’affettività e al rispetto che sembrano essere sparite dalle aule scolastiche e dai pranzi in casa con mamma e papà. Ci si rivolge volentieri al passato, quando un legno torto veniva raddrizzato a schiaffoni e calci nel culo, punizioni esemplari e note sul registro, disciplina di ferro all’ingresso della scuola e sul pianerottolo di casa. Chi delinqueva finiva in galera o in riformatorio, la certezza della sanzione valeva più dei tentativi di riabilitazione. È pensiero comune che una pedagogia basata sul dialogo e sulla comprensione abbia prodotto la massa di frignoni o devianti sociali che oggi compaiono nei titoli dei telegiornali. Una parte dei Millennials, la generazione X e soprattutto i Baby Boomers del dopoguerra hanno conosciuto tutta un’altra gioventù.
Più o meno.
In questo numero Nautilus si spinge nelle letture che hanno in varia forma anticipato il tempo in cui viviamo, puntando il periscopio su storie e autori che non sono i primi a venire in mente quando parliamo di previsioni del futuro. E le previsioni che fanno più scalpore sono generalmente quelle globali, aperte su scenari di guerra, pandemie, dittature, progressiva assimilazione alla macchina.
Ma il futuro non arriva tutto insieme. Si palesa un passo alla volta mentre sotto ai piedi sentiamo il presente ed è per questo che è così difficile averne una visione d’insieme prima che essa stessa sia diventata la strada che stiamo percorrendo. Per cercare un indizio del nostro presente nella letteratura del passato ho pensato perciò di andarlo a scovare dove non solo non c’è stata alcuna intenzione di prevedere nulla, ma ci si è tenuti lontani da metafore del tempo corrente, da mondi fittizi, ucronie e viaggi su Marte. E nell’imbattermi nelle statistiche su violenza e minori mi è tornato in mente un giallo del 1968 di Giorgio Scerbanenco da cui un anno dopo Fernando Di Leo trasse un’infedele e infelicissima riduzione cinematografica.
Chi ha letto “I ragazzi del massacro”[1] o un qualsiasi altro romanzo di questo autore sa che Scerbanenco deve la popolarità che ebbe come scrittore all’asciuttezza con la quale descriveva i crimini più spietati riuscendo però a infastidire il lettore con un’analisi senza sconti delle contraddizioni, le debolezze, i pregiudizi insiti non solo nelle persone per bene della Milano borghese ma negli stessi eroi delle sue storie, dritti al galoppo verso la risoluzione di un enigma e coi paraocchi interni che ne imbrigliano i giudizi senza impedire che arrivino alla verità. Che l’indagine si svolga nei quartieri più poveri ed emarginati o negli uffici del boom economico Scerbanenco non risparmia nessuno riuscendo con grande abilità a mostrare la complessità dell’italiano medio, borghese piccolo piccolo capace di passioni grandi grandi.
Come nel caso dell’antieroe de “I ragazzi del massacro”, Duca Lamberti, chiamato a investigare su un delitto atroce commesso dai ragazzini di un corso serale. Animato da un sincero desiderio di verità e giustizia (perché nell’evidenza del reato commesso ci sono aspetti meno evidenti che incuriosiscono e successivamente incarogniscono l’investigatore nella conduzione dell’indagine), Lamberti parte da un presupposto che è tutto un programma: per quanto incarnino il peggio del peggio della gioventù bruciata dei quartieri popolari di Milano, i dodici ragazzini con un’età compresa fra i tredici e i diciotto anni, non possono aver pianificato e realizzato autonomamente lo stupro di gruppo e l’assassinio della loro maestra. Deve esserci stato un adulto animato da intenzioni oscure a manipolarli e istigarli dando loro l’esempio.
Senza narrare altro del romanzo che si conclude con un finale amaro e spiazzante, è sorprendente quanto di determinati modi di pensare e intendere la società siano esattamente quelli che serpeggiano oggi. Non ancora oggi, ma oggi, nel momento stesso in cui si stanno rimanifestando in certi slogan, punti di vista, cronache mediatiche afferenti più al barrino in piazza che al giornalismo di mestiere. C’è stato un breve passaggio fra la fine degli anni Sessanta e i nostri giorni in cui a quella brutta, sporca e cattiva che ogni epoca ha conosciuto, l’Italia ha opposto La meglio gioventù[2] in grado di provare a opporsi alla tempesta del terrorismo, della trasformazione radicale della società, del boom economico e delle nuove povertà. La parabola narrata da Marco Tullio Giordana nel 2003 racconta tutto questo affidando al passaggio da una generazione all’altra la sfida e la speranza per il futuro. Eppure, oggi, per molti aspetti, siamo in parte tornati a parlare dei più giovani nei termini in cui si esprimono gli adulti di Scerbanenco. Con la differenza che a incarnare il vuoto di valori ed empatia non sono più e non soltanto i reietti delle periferie milanesi o i Ragazzi di vita[3] delle borgate romane fotografate da Pasolini nel suo romanzo d’esordio. Ai poverissimi si uniscono i figli di buona famiglia, i giovani stranieri, quelli che chiamiamo “confusi” perché rivendicano il diritto di non voler appartenere stabilmente a un genere o a un orientamento di genere, i giovani maschi che si svuotano le tasche su Only Fans, le “2012” o “2013” che si fotografano in slip o chiedono il filler alle labbra. Ci inquietano tutti, talvolta ci fanno schifo, esattamente come avviene al protagonista de I ragazzi del massacro. Non ci parlano (dunque non parlano); quando lo fanno si esprimono in modi che non capiamo (dunque male); hanno modelli di riferimento diseducativi, non leggono, non apprendono, non conoscono la disciplina in una scuola che un decennio alla volta noi, non loro, abbiamo trasformato affinché imparassero a esprimersi, a ispirarsi, a leggere, ad apprendere, a conoscere il rispetto.
In La scuola cattolica[4] Edoardo Albinati denuncia gli effetti di un’educazione repressiva, maschilista e ipocrita su figli divenuti a loro volta genitori. La repressione sessuale ed emotiva non ha generato solo frustrazione, ma narcisismo, un progressivo ripiegamento non su di sé, ma sull’idea di sé e la necessità di nutrirla. Da qui il male che non cresce soltanto in contesti degradati e feroci, ma dentro ogni cameretta, ogni aula. Così l’autore inquadra i fatti del Circeo nel 1975: i giovani autori del massacro di due ragazze sono l’insieme di media e alta borghesia. Compiono nella realtà quello che Scerbanenco inventa, ispirandosi alla cronaca nera dei loro tempi. Oggi leggiamo spesso di bande di ragazzini accusate di atti estremi e crudeli. Difficilmente ci si interroga davvero su cosa faccia crescere realmente tanta furia in un adolescente. Esattamente come gli adulti de I ragazzi del massacro parliamo dei ragazzi senza chiedere ai ragazzi. Incolpiamo la famiglia che distinta un elemento alla volta è fatta dei nostri vicini di casa, del negoziante, della collega, l’insegnante, il dottore, il caro amico. È fatta di noi. Additiamo la scuola in cui abbiamo introdotto la didattica per competenze, le soft skills, le ore di teatro, il volontariato e il tirocinio formativo attivo. Lo abbiamo fatto noi. Però, appena accade qualcosa di inaccettabile, ci affrettiamo a incolpare genericamente “la scuola”, “la famiglia”, il “vuoto di valori”. Ci muoviamo dentro a un romanzo di Scerbanenco, spaventati e ottusi, pieni di contraddizioni.
Sembrano lontani i tempi in cui il giovane Cosimo Piovasco di Rondò[5] sale su un albero decidendo di muoversi nel mondo esclusivamente passando da una pianta all’altra. I tempi in cui si sognava e si credeva di poter abbracciare la realtà con una vista dall’alto. In cui il desiderio di libertà non veniva mediato da quello dei beni per avere e fare tutto quello che vogliamo. O forse non ci sono mai stati e siamo tutti diventati, giovani e boomer, come i protagonisti del romanzo con cui Janne Teller alcuni anni fa scandalizzò la Danimarca, dove un altro piccolo barone rampante, Pierre Anthon, decide di andare a vivere su un susino senza più scendere perché nulla per lui ha più senso[6]. Forse siamo diventati come i suoi compagni di scuola che animati dal genuino desiderio di dimostrargli che sbaglia cominciano a portare ai piedi dell’albero cose che per loro invece un senso ce l’hanno. Solo che pochi oggetti diventano una catasta e quest’ultima ha bisogno di simboli che abbiano sempre più senso e che abbia senso sacrificare per dimostrare che sì, nella vita deve esserci qualcosa che ha senso.
Scerbanenco, Pasolini, Albinati, Teller. Narratori di un presente che un pezzo alla volta si sta facendo futuro. Potremo mai opporre a un epilogo che punisce chi sta venendo dopo di noi quello in cui un sognatore decide di dare un senso al mondo di noi tutti guardandolo dall’alto e disegnando sotto a sé nuove traiettorie?
[1] Giorgio Scerbanenco, I ragazzi del massacro, Garzanti, 1968[2] Marco Tullio Giordana, La meglio gioventù, film, 2003[3] Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti, 1965[4] Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli, 2016[5] Italo Calvino, Il barone rampante, Einaudi, 1957[6] Janne Teller, Niente, Feltrinelli, 2012