La salute per tutti negli anni Settanta

di Chiara Giorgi

Nel corso degli anni Settanta la salute, come ambito di vita e di cura delle persone, rappresentò un terreno di profondo cambiamento.
Sul piano sociale si diedero intense mobilitazioni ed esperienze che ebbero come protagonisti numerosi e diversi soggetti sociali.
Sul piano istituzionale si arrivò nel 1978 a riforme fondamentali: l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), che qualificò in senso universalista e democratico l’assetto del welfare (L. 833); la riforma dell’assistenza psichiatrica ossia l’inizio della fine del sistema manicomiale (L. 180); l’interruzione volontaria di gravidanza (L. 194), ma anche poco prima la nascita dei consultori (L. 405/ 1975).
Sul piano dei saperi, le spinte alla promozione della salute individuale e collettiva, fisica, psichica e sociale condussero a un rinnovamento del sapere medico-scientifico e dei suoi paradigmi, delle pratiche sanitarie e di cura, dei rapporti di potere (tra medico e paziente e non solo). Ciò a partire dalla consapevolezza che la salute non fosse un fenomeno puramente biologico e individuale, ma legato alle condizioni sociali, lavorative, ambientali. I medici furono tra coloro maggiormente investiti dal ripensamento del proprio ruolo professionale.

In più contesti si avviarono riflessioni sul rinnovamento della medicina, sui nessi che legavano la scienza ai rapporti di potere e a quelli di produzione capitalistici, sulle emergenti questioni ecologiche, su un modello di sviluppo che da tempo attentava alla salute della classe operaia nelle fabbriche e della popolazione nei territori, sulla necessità di una politica sanitaria al servizio di tutti.

Sul piano politico, la salute fu al centro di una più ampia e differenziata conflittualità che portò a un nuovo approccio e a trasformazioni che investirono – oltre la scienza e la medicina – i rapporti sociali di produzione e riproduzione, le contraddizioni di classe, le relazioni tra gli individui e i sessi, l’interazione con l’ambiente, i nodi della cittadinanza democratica. Trasformazioni che riformularono gli stessi nessi tra diritti, doveri, bisogni e servizi.

Su questo terreno si diede in Italia una grande vivacità. Gli ambiti coinvolti e investiti dal profondo processo di rinnovamento furono molteplici. La medicina del lavoro e la salute nelle fabbriche, la salute delle donne, la salvaguardia dell’ambiente, la salute mentale e la riforma della normativa psichiatrica, la dimensione sociale della medicina, gli innovativi approcci epidemiologici e di prevenzione, l’istituzione di nuovi servizi di cura.

Sul fronte sanitario, le trasformazioni demografiche e sociali alimentarono nuove domande di cure e prestazioni sanitarie, a fronte di una realtà come quella dell’assetto mutualistico ereditato dal fascismo inadeguato, costoso, frammentato, labirintico, inefficiente e inefficace, segnato da forti disparità.

Soprattutto, divenne insostenibile la situazione di continua crisi finanziaria del sistema delle mutue, economicamente insostenibile, in continuo deficit, connotato da pesanti dinamiche clientelari, incapace di rispondere ai nuovi bisogni sociali e sanitari della popolazione, seppur adeguatamente finanziato dai contributi della classe lavoratrice.
Le sempre più estese mobilitazioni sulla salute coinvolsero a vario titolo operai, studenti, donne, scienziati, intellettuali, sindacalisti, operatori socio-sanitari, amministratori locali, facendo di essa un terreno centrale del conflitto. Un conflitto che investì il ruolo del welfare pubblico-universale, la qualità dello sviluppo del paese e della democrazia, la possibilità di fornire risposte adeguate ai bisogni individuali e collettivi, garantendo i diritti sociali e di libertà.

Nel corso del decennio trasformativo degli anni Settanta, la salute rappresentò quindi uno dei principali terreni di un più ampio cambiamento politico, culturale e istituzionale, in una sinergia e convergenza tra soggetti sociali e politici diversi, tra competenze scientifiche individuali e movimenti collettivi. L’apporto fornito dai “protagonisti della stagione dei movimenti” – movimento operaio, studentesco, femminista – ebbe un’influenza di grande rilievo nel qualificare le questioni legate alla salute e all’assetto sanitario, connettendole alle più ampie istanze di trasformazione sociale e strutturale del paese.

L’insieme di questi fattori, gli intensi conflitti sociali del periodo, le nuove elaborazioni culturali, l’attività degli enti territoriali e locali, le pressioni politiche e sindacali contribuirono ad accelerare i tempi, oramai maturi, della riforma sanitaria.
Il 23 dicembre 1978, nel contesto del governo di “solidarietà nazionale”, ministra della Sanità Tina Anselmi – prima donna ad assumere questo incarico –, venne approvata a larghissima maggioranza la legge di istituzione del Ssn.
I principi e le caratteristiche con cui nasceva il Ssn erano: universalismo, equità di accesso e uguaglianza di trattamento, globalità e uniformità territoriale dei servizi e delle prestazioni erogate, centralità della prevenzione, partecipazione e controllabilità democratica, finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale.
 
Il nuovo Servizio permetteva di superare l’inadeguato assetto mutualistico precedente, affermare l’universalismo nell’accesso e nella disponibilità di cure e servizi, predisporre il carattere democratico del nuovo assetto sanitario, assicurare una crescente integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali, garantire risultati di salute e obiettivi di uguaglianza.