Che torno a fa'?

Ritornando sui ritorni in paese

di Mirco Di Sandro

Si è detto tanto, anche troppo, dei ritorni nei piccoli paesi dell'interno. E oggi cosa resta? Chi e come è rimasto?
Dal COVID in poi, tutti, compreso il sottoscritto, sono partiti alla ricerca di quei pochi esemplari di umani che, con coraggio e determinazione, tornavano ad abitare in paese per stabilizzarsi, dopo aver esperito la vita in città. Prima uno, poi un'altra, poi un'altra ancora.
Che soddisfazione, da ricercatore, poter raccogliere e analizzare le loro eroiche scelte, le più fantasiose prospettive.

"Torno perché questa terra lo merita".
"Torno perché questa è casa mia".

Promettenti ingegneri che si ripensavano intrecciatori di vimini. Politologi alla prova di innovative tecniche agrarie. Economisti che si riscoprivano poeti, scrittori, narratori. Storici riadattati a guide escursionistiche e ambientali. Filosofi, antropologi e sociologi convinti di voler sperperare quei pochi risparmi accumulati tra call center, consulenze e borse di ricerca per fare una propria impresa e liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato e malpagato. Fare impresa lì, in paese, dove ritrovavano le proprie radici, in quella terra a cui sentivano di appartenere e che gli apparteneva.

Raramente ci siamo soffermati a riflettere sulla magia della lingua italiana che ci fa dire, quasi fossero espressioni analoghe, che "questo è il mio paese" e che "io sono di questo paese". Eppure, l'ordine di proprietà, tra le due, è invertito. Nel primo caso è il paese che appartiene a me, nel secondo, io appartengo a lui. Nel primo, sono io a richiamarlo al mio cospetto, nel secondo è il paese che mi chiama a sé. Non è questione di vezzo linguistico, ma problema di sostanza, necessario per capire come, perché e quando ci si muove per un ritorno.

Nell'immediato post-Covid ci siamo ostinati a concentrarci su coloro che avevano realizzato il ritorno, sulle motivazioni, i vissuti, le prospettive. Quasi schernendo quelli che non ci pensavano minimamente a tornare, perché non dicevano nulla di nuovo, perché rappresentavano, da decenni, la normalità.

Quei ritornanti invece... trovarli, intervistarli, documentarli era il modo per sostanziare la tesi che qualcosa stava cambiando davvero nei margini. E così si saliva sul carrozzone del dibattito sulle aree interne, ci si posizionava – da ricercatori – su un tema d'appeal. E via con gli inviti ai convegni e alle conferenze, alle iniziative, ai talk, ai webinar.
Abbiamo alimentato una narrazione falsa, forse persino tossica. Ora abbiamo il dovere morale e intellettuale di dar conto di ciò che è stato davvero e ciò che è.
Non ci sono prove sufficienti per affermare quanto segue, ma forse è bene iniziare a discuterne. Sono ancora al principio di una possibile ricerca. Sto rintracciando quelli che erano tornati in paese e ora sono di rientro in città. Sto rintracciando quelli che mi avevano detto con convinzione "che torno a fa'?". Quelli che non si erano illusi. Quelli che da decenni partono, rimuovendo forzosamente ogni minimo impulso e propensione al ritorno. Quelli che sono la normalità e la razionalità. Quelli che non hanno avuto la possibilità di imbastire pensieri romantici. O ancora quelli che non sono mai riusciti a partire, ma attendono da tempo la prima occasione utile.
Ciò che mi pare – non potendo affermare che è universalmente così – è che la stagione della mitizzazione del ritorno sia al declino. Ammesso che, nei fatti, e non nelle parole, la stagione del ritorno abbia mai avuto uno splendore.

Una mamma, poche settimane fa, mi ha riferito che mai avrebbe pensato di chiedere al figlio di tornare: "a Milano sta bene. Ha un bel lavoro, una casa, una fidanzata". Il padre di un altro mi ha detto "eh sì, se n'è dovuto riandare. Qui che stava a fa'?". Ho poi salutato, con un rassegnato messaggio WhatsApp, un amico che nel 2020 aveva giurato "mai più in città". L'ultimo sabato pomeriggio di agosto, in Molise, riceve la mail di convocazione in una scuola di una città del Nord (anche su questo flusso ci sarebbe tanto da dire). Lunedì mattina alle 8 deve presentarsi per prendere servizio. Me lo ha comunicato dopo aver comprato il biglietto del treno e dopo aver prenotato un b&b.

"Parto domattina per Torino" mi dice, "mi hanno chiamato da scuola".
"Non pensavo che fosse intenzionato ad andarsene" afferma un amico in comune. "Eh sì, si è abilitato a giugno apposta" ribatte un altro. "Ah, credevo che volesse stare qui" risponde il primo. L'altro: "eeeh, ma a fa' che?".

Questa partenza mi ha rattristato prima di farmi aprire gli occhi. Mi ha fatto sentire un illuso, alla pari di chi era potuto ritornare, ci aveva creduto e ne aveva fatto persino una questione di rivendicazione politica (resilienza, resistenza, restanza...). Insomma, quel messaggio mi fa rendere conto che anche a me era piaciuto salire sul carrozzone, che anche io ero stato carburante di un inquinamento narrativo. Anche io annebbiato da una narrazione, quella stessa che abbiamo sempre definito "dal basso", ostile a quella dominante, persino contro-narrazione.

E oggi sono sempre più convinto che, sebbene fosse alternativa a quella che esalta la città per concentrarvi risorse e investimenti, era solo alternativa, ma non contraria. Forse la matrice era la stessa, forse era solo parte di una strategia, o di un tentativo, di diversificare gli investimenti. Insomma, il paese come un possibile altro campo in cui realizzare profitti ed estrarre valore.

Altro che armonia e lentezza. Chi ha avuto a che fare con i bandi PNRR rivolti ai paesi e alle aree interne, ha dovuto vestire i panni del project manager di una grande multinazionale, lavorare giorno e notte a ritmo sfrenato, inventare improbabili partenariati, scrivere di voler realizzare cose che, in fondo, nessuno in paese vorrebbe, e che al paese non fanno nemmeno troppo bene (hotel diffusi, palestre fitness all'aperto, hub di idee, centri nautici su laghetti di montagna, e tanto altro ancora).
Ma torniamo ai soggetti, quelli che si muovono senza mai potersi fermare. È questo il punto a mio avviso. Alle nuove generazioni non è data la possibilità di scegliere la stanzialità. Ogni movimento non è mai definitivo. Si parte e poi si torna, per poi ripartire, ritornare o andare altrove. La motivazione non basta. Bisogna fare i conti con i vissuti, con i sistemi di risorse, di vincoli e di opportunità. Quelli che ciascuno ha in dote (di proprietà) e quelli che il luogo dispone e offre.

Quando, tra il 2021 e il 2022, chiedevo al giovane "spaesato" se avesse mai pensato di tornare, forse solo in 3 o 4 mi hanno risposto un secco "No". Gli altri dicevano di averci pensato spesso, prima di aprire una lunga sequenza di "ma...".
"Ci sarebbe casa di nonna, ma è abbandonata da anni".
"Riprendo l'attività di famiglia, ma fanno già difficoltà a viverci i miei genitori".
"Ho un sacco di terra, ma solo per ripristinarla ci vorrebbero anni".

La lista sarebbe lunga. La risposta più lucida e ricorrente è stata: "che torno a fare?". In poche lettere esprime un'immensa complessità. In quel "fare" non si ravvisa solo la ricerca di un possibile impiego, impegno, lavoro. Non è solo un "fare" costruttivo e produttivo. E non racchiude nemmeno il solo sconcerto dovuto al fatto che ci si imbatterebbe in un mercato del lavoro privato della domanda. Ci sarebbe, infatti, anche un impulso a "fare" qualcosa di nuovo, a tirar su un'impresa, un'iniziativa imprenditoriale. Ma pure il "mi faccio da solo" si scontra con la solitudine del fare e l'assenza del ricevere.

"Mancano le persone" mi dicono in tanti, quelle persone che possono essere utenti e clienti, oppure imprescindibili supporti, sostegni, collaboratori. Sono venuti meno il senso della solidarietà, della cooperazione, della prossimità, della comprensione dell'alterità. Piccolo, oggi, è tutt'altro che bello e armonioso. I paesi sono i luoghi della riproduzione e della pluralizzazione del conflitto.

Ritorniamo a quel "che torno a fa'?", che è espressione di consapevolezza che sottende un grido di rabbia. È anche denuncia, pregna di rassegnazione. È vero che il vuoto non esiste in natura, ma la desertificazione sì. È il prodotto dell'umano cieco e vorace, che ha reso arido e sterile un territorio. Lo ha privato di servizi, del diritto ad essere curato o acculturato. Anche la cultura è un bene essenziale. Soprattutto per un giovane che, fortunatamente, vede ancora molto lontano il proprio bisogno a ricevere le dovute cure mediche.
Per ritornare mancano i presupposti.
Abbondano le case vuote, ma scarseggiano quelle abitabili. È pieno di grandi strutture (gli anni '70-'80!), ma sono prive di personale, impianti, strumenti: ospedali e fabbriche, centri sportivi e biblioteche.

Una volta si sarebbe detto che "c'è il buon cibo e l'aria buona". Ma poi sono deceduti i nonni che facevano l'olio, allevavano le galline e curavano l'orticello, e sono arrivati, anche qui, gli stessi discount della città. E quelle poche fabbrichette che resistono non hanno avuto la forza per riconvertisti, per manutenere gli impianti. Le tecnologie sono ancora quelle di allora: affaticano, consumano e inquinano.
Nel "che torno a fa'?" c'è la consapevolezza che è difficile invertire la rotta e che servirebbero una miscela di soldi, intuizioni e relazioni che si fa fatica a trovare. Bisogna reinventare radicalmente il senso di quei luoghi che chiamiamo paesi e non bastano, da soli, i ritorni. Se continuiamo a concepire il ritorno come un atto definitivo e permanente e se, soprattutto, lo desideriamo come un "tornare per restare" alimentiamo sconforto e fallimento, perché continuiamo ad investire il soggetto, giovane e pracarizzato, di una responsabilità che non è solo sua.
Abbiamo certo bisogno di ritorni determinati, ma anche di soggetti dotati della libertà di muoversi, di persone che operano a distanza, anche da remoto, per i luoghi. E ancora di persone che partono, che conoscono mondi nuovi. Persino di persone che abbandonano.

Dobbiamo imparare ad apprendere dalle scelte e dai vissuti di chi si muove e attraversa i paesi, di chi sa contaminarli di sane energie, di chi sa apprezzarli, stimolarli e contagiarli del desiderio di cambiamento. Abbiamo bisogno di tornare e restare, convinti di non fermarci mai.