La spiaggia e le spiagge
Breve e incompleta riflessione a partire dall’isola d’Elba
di Franco Cambi
Nella mia più remota infanzia, all'Elba, c'erano la spiaggia e le spiagge. La prima si identificava con la spiaggia cittadina de Le Ghiaie, dove la borghesia locale affittava la cabina per potersi spogliare e l'immancabile ombrellone con le due canoniche sdraio in legno e stoffa. La spiaggia con gli anni ‘60 diventò anche uno dei luoghi che più contribuirono alla diffusione della cultura musicale. Non so quando venne inventato il jukebox né quando si diffuse in Italia ma sono certo che sia esistita una relazione diretta tra questo supporto elettrico e sonoro e la spiaggia come spazio sociale. Ho assistito, ancora bambino, al passaggio dal rock'n'roll di importazione ai due sconvolgenti “Je t’aime, moi non plus” e “A Whiter Shade of Pale” e da Gianni Morandi a Lucio Battisti. Nella spiaggia si percepivano i passaggi vertiginosi dei paesaggi sociali.
Nelle spiagge, al contrario, il tempo era tutto per sé. In alcune spiagge si andava per Ferragosto con il guzzo, o gozzo, con motore a ‘nafta’, come si diceva, in assenza di strade. Sul guzzo si caricavano panzanelle parmigiane, tegami di Stoccafisso, gurguglione, cocomeri e vino. Nonché tutta la famiglia allargata e gli amici più cari. Ma alcune di queste spiagge erano vere e proprie sintesi di paesaggio mediterraneo sopravvissuto alla guerra.
L'economia delle famiglie operaie del tempo, famiglie eccezionali per capacità di trasformazione, senso comune, spirito di sacrificio, aveva il suo pilastro centrale nell'occupazione del capofamiglia., operaio, minatore, altofornista. Ma questa economia era integrata dall'orto, dalla vigna e dalla pesca.
L'orto era la prima integrazione all'economia familiare, poi veniva la vigna, che non di rado terminava proprio laddove cominciavano le spiagge. La vigna arrivava ad abbracciare la spiaggia. Infine, c’era il sandalino, presenza ineludibile delle spiagge che furono. Il sandalino era una barchetta funzionante prevalentemente a remi, prima che arrivassero i piccoli motori fuoribordo, con una prua a spigolo dritto, una panca trasversale e una poppa quadrata. Dentro si trovavano gli strumenti per la pesca del polpo, lo spazio per la cala del palamito, le totanaie. Nessuno di questi strumenti era stato fabbricato e tantomeno acquistato da qualche parte. Il saper fare era ancora il metro di tutte le cose. Una latta cilindrica, aperta alle due estremità, una delle quali veniva munita con un vetro stuccato, diventava lo ‘specchio’ per poter guardare sott'acqua dalla barca e scoprire le tane dei polpi. Le fiocine si facevano inserendo una fiocina a più punte in cima ad una pertica. In cima ad un'altra pertica si fissava un sacchettino contenente il verde rame (lo stesso che si dava alle vigne) per stanare i polpi. La polpaia poteva consistere in una specie di ancorotto a più punte aguzze, con il fusto rivestito di cera bianca per attirare i polpi, più o meno lo stesso usato per totanare.
Il sandalino era anche lui un esito di questo saper fare. Si commissionava a un carpentiere o a un falegname l'ossatura, con la chiglia, le ordinate, la prua e lo specchio di poppa. Poi si portava a casa questa ossatura e, autonomamente, si cominciava a lavorare al fasciame con tavole di legno di varia natura, ma robuste quanto bastava. Infine, si stuccavano i comenti fra le assi del fasciame con spago e pece. La barchetta era pronta.
In questo paesaggio in trasformazione non c'era traccia di plastica. Quella stava per arrivare e ne saremmo accorti ben presto. Microplastiche in mare non ce n'erano oppure nessuno le misurava. C'era però il ‘black’ o ‘blèc’, catrame originato dal lavaggio delle acque di sentina o dei depositi delle navi. Rimaneva attaccato ai piedi e alle gambe e le madri provvedevano a rimuoverlo poi, a casa, con l'olio.
L'uscita per la pesca veniva ritagliata da questi personaggi straordinari tra il lavoro in fabbrica, l'orto, la vigna, la famiglia.
Ho avuto la fortuna di avere visto l'orto della signora Maria a pochi metri dalla spiaggia. Andavo lì con un paniere e poche centinaia di lire. Consegnavo alla signora i soldi e lei andava nell'orto con il mio paniere e lo riempiva di zucchini, peperoni, melanzane, pomodori, basilico. Quindi tornavo a casa passando per la spiaggia ancora vuota al mattino presto. Vedevo spesso rientrare. I sandalini di Nilo e di Peppino e il pesante guzzo a remi di Oliviero e del suo amico (litigavano furiosamente quando tiravano la barca in secca).
In questo paesaggio i primi bikini degli anni ‘60 esordirono convivendo con i vecchi costumi interi e con le tute blu, usate sia in fabbrica sia sul sandalino o chiattino. Le spiagge si riempirono anche se era sconsigliato fare il bagno in mare nei mesi con la erre oppure ‘chi fa il bagno di settembre nella bara si distende’. Era inoltre vietato fare il bagno prima che fossero passate tre ore dall'ultimo pasto, anche se questo consisteva in un'insalata mista.
Poteva ancora capitare che se arrivasse su una spiaggia e la si trovasse deserta, o quasi.
Come che sia, era stato inventato il turismo balneare di massa, ma più ancora era stata inventata l'estate italiana, un prodotto assolutamente originale e made in Italy. Fu a pensarci adesso. un'autentica rivoluzione culturale, volendone vedere il prevalente aspetto positivo. A breve si sarebbe scatenato l'assalto alle coste e nelle isole e avremmo assistito alla monetarizzazione dei nostri paesaggi costieri. Per qualche tempo sopravvissero gli orti litoranei e le vigne a bordo mare.
La domanda con cui mi avvio a chiudere questo contributo è: il turismo balneare di massa finirà mai? A settant'anni ormai di distanza, possiamo dire che il suo impatto è stato devastante dal punto di vista ambientale, ma è fuor di dubbio che molte geografie costiere o insulari senza turismo sarebbero oggi delle plaghe desertiche e, almeno in alcuni casi, non è detto che non avrebbero avuto problemi di assetto ambientale. Certo, la natura avrebbe fatto il suo corso e si sarebbe costruita i suoi propri paesaggi del tutto disgiunti da quelli più intensamente antropizzati e per questo poco interessanti per la nostra società. Che oggi le coste, le isole e le spiagge soffrano di un carico antropico insostenibile dal punto di vista ambientale e paesaggistico, non c'è neanche bisogno di dirlo. Bisogna vedere se alla lunga questa insostenibilità non potrà diventare anche economica e sociale. Dietro alle spiagge non ci sono più le compagini sociali che c'erano all'inizio della storia, società in evoluzione, gerarchizzate, di classe, con problemi e tensioni, certamente, ma anche con una struttura portante. Oggi si intravvede la monetarizzazione degli spazi e la precarizzazione del lavoro. Le stesse maestranze che operano in seno all'economia turistica non hanno più un ruolo definito. Queste persone si trovano a fornire prestazioni precarie, stagionali, con bassi salari e orari non definiti, con scarse tutele e inesistente riconoscibilità sociale.
Il dissolvimento delle società che abitano le geografie del turismo più spinto e vorace potrebbe, in tempi neanche troppo lunghi, innescare una fase di imprevisto degrado dei paesaggi costieri e quindi delle nostre spiagge. A quel punto il grande progresso civile e sociale che queste comunità avevano potuto conoscere anche grazie alla nuova economia del turismo, pur con tutti i distinguo necessari, diventerebbe solo un pallido ricordo. Penso che oggi si debba porre mano ad un progetto globale, che preveda la ricostituzione delle comunità rivierasche e insulari. Oppure assisteremo all’esordio di una fase di degrado, certamente diverso da quello innescato da talune fasi di deindustrializzazione ma, magari, non meno grave.