Scoprire la vita con le orecchie lunghe

di Laura Trappetti

A un certo punto della mia infanzia, credo di aver avuto sugli undici anni, la mia attenzione fu attirata da un grosso libro che mia madre aveva acquistato, per se stessa, non per noi tre figli: che il libro l'autore lo avesse scritto per le sue figlie ragazzine lo appresi solo molto dopo averlo letto. Sulla copertina era disegnato un grosso coniglio bianco che dominava una collina verde, un'immagine un po' inquietante che sembrava rivolgere lo sguardo dell'animale proprio a me che la fissavo. Titolo: “La collina dei conigli” di Richard Adams, sulla parte in basso della pagina illustrata un altro coniglio più piccolo marroncino nascosto fra i cespugli.

Questo libro ha influenzato tutta la mia vita, non solo il modo di vedere i nostri “fratelli minori” ovvero gli animali, ai quali già mi sentivo molto profondamente vicina a livello emotivo anche più che alle persone, che spesso mi suscitavano invece un certo timore, ma anche il mio rapporto con il valore della libertà in relazione allo stato di cattività a cui spesso è ricondotta la nostra vita nell'era contemporanea e nella struttura sociale tecnologicamente avanzata: una struttura a volte stretta, asfittica, alienante, che poco spazio lascia all'originalità, all'impensato o inaudito.

La storia è incentrata sulle avventure di un piccolo gruppo di conigli selvatici che decidono di fuggire dalla loro conigliera allorché, scorgendo segnali tangibili e onirici di una imminente distruzione del loro habitat da parte dell'uomo, non riescono a convincere la loro comunità a trovare un modo di salvarsi tutti. Ho sempre letto questa vicenda come un manifesto ecologico da un lato, un inno alla vita libera del selvatico e anche come un manifesto alla diserzione, alla salvifica disobbedienza di fronte alla cecità dei costumi tradizionali. Sul cammino dei nostri conigli fuggiaschi la tentazione più forte è quella di aderire ad altre comunità di conigli, le quali però seppure apparentemente comode e abbondanti di cibo, nascondono l'insidia delle trappole che l'uomo piazza vicino alle esche.

Ovviamente l'indipendenza e la libertà comportano alti prezzi da pagare e la fondazione di una nuova comunità non sarà per i nostri eroi impresa facile, ma la loro ricerca mi ha permesso allora come ora che ci ripenso, una immedesimazione totale con questa urgenza che appartiene anche a noi umani, quella di schivare i lacci, di non rimanere ingabbiati, di riuscire a essere se stessi senza dover fingere o nascondendosi per paura del giudizio o della repressione altrui. È questo il paradosso della contemporaneità occidentale, che a un progresso apparente corrispondano sempre nuove forme di discriminazione, violenza sul diverso, conformismo obbligato. Così si può pensare che le gabbie dei poveri animali allevati in maniera crudele, rinchiusi senza spazio vitale, ignari del mondo naturale che esiste fuori dal capannone industriale, il cui destino è nascere e non vivere mai, ma diventare cibo a lunga conservazione perché mantenuto dal battito del cuore, non siano tanto diverse dalle gabbie nostre, quelle che impediscono l'uguaglianza reale, la libertà sessuale, l'affermazione personale e ci omologano a seconda dei dettami di altri. Quando negli anni '60 l'attrice Brigitte Bardot iniziò la sua conversione animalista, che la portò poi a dedicarvi tutta la sua vita e le sue sostanze, rinunciando a una prestigiosa e mitica carriera cinematografica, a chi le chiedeva il motivo di una scelta così radicale, rispondeva che nessuno come lei avrebbe potuto comprendere la sofferenza degli animali, poiché come un animale da esposizione si era sempre sentita trattare dal cinema. 
 
La riflessione, dunque, potrebbe portarci a pensare che ogni volta che diamo voce a questo mondo di zampe e code o ali che non può proclamare da sé  i suoi diritti, non stiamo soltanto salvando loro, ma anche noi stessi, da cosa? Dalla prigionia, dalla crudeltà. Potremmo iniziare a pensare che un mondo in cui non sia tollerata la crudeltà verso gli animali ovvero un mondo dove un essere vivente e senziente non possa essere ridotto a oggetto o merce, è anche un mondo dove a maggior ragione gli esseri umani non possono essere segregati, torturati, violentati e uccisi, neanche in nome di qualche patria, terra, famiglia, divinità o nazione. Il giorno che impari a vedere la vita come vita, sia essa umana, animale o vegetale, sacra, inviolabile, magnifica non puoi far altro che onorarla, il che corrisponde molto spesso a disertare la cultura di morte che sempre più ci circonda e ci toglie il respiro, a me è successo anche grazie a un libro molti, molti anni fa.