La loro Africa

di Patrizia Lessi

C’è un termine usato dallo scrittore palestinese Edward Said che nel 1978 diede il titolo al suo libro più conosciuto e che è entrato di diritto nel vocabolario usato in Occidente per definire l’atteggiamento degli europei e degli americani nei confronti delle altre culture. L’Orientalismo[1] è l’atteggiamento, spesso inconsapevole, avuto per secoli nei confronti dell’Oriente, a lungo non visto per come fosse, ma in base alle paure, i sogni, i pregiudizi o i desideri proiettati su di esso. Non si trattava solamente della ben nota prospettiva colonialista che riduceva le altre civiltà a una massa informe e arretrata da piegare e sfruttare, ma di qualcosa di più insidioso, un misto di paura e fascinazione, la volontà di riconoscere nell’altro non un’identità a sé stante, ma il ritratto del proprio aureo passato, prima che l’amore per il lusso, il potere, il denaro ci corrompesse fino nel midollo. L’Oriente è dunque divenuto uno sconfinato territorio in cui etnie, lingue, religioni, arte si sono diluite fino a ricoprire storie e confini dall’Asia al Maghreb e da quest’ultimo all’Egitto fino a scendere nei perturbanti misteri dell’Africa nera.[2] 
“L’Africa è mistica, è selvaggia, è un inferno soffocante, è il paradiso del fotografo, il Valhalla del cacciatore, l’Utopia dell’avventuriero. È quello che vuoi tu, e si presta a tutte le interpretazioni. È l’ultimo vestigio di un mondo morto o la culla di uno nuovo e lucente.”

ci dice la scrittrice inglese Beryl Markham in West with the Night[3] nel 1942 dopo aver vissuto fin da bambina in una fattoria keniota. Le fa eco l’autrice danese Karen Blixen, vissuta anch’ella in Kenya dal 1914 al 1931 che oltre ad aver raccolto la memoria di quell’esperienza in Out of Africa[4] scrive nelle lettere indirizzate alla famiglia rimasta in Europa “…Un gran mondo di poesia si è dischiuso quaggiù, e mi ha fatto entrare, e io l’ho amato. Ho guardato i leoni negli occhi e ho dormito sotto la Croce del Sud, ho visto le grandi praterie in fiamme, e le ho viste coperte di sottile erba verde dopo la pioggia, sono stata amica di Somali, Kikuyu e Masai, ho volato sopra le Ngong Hills. Ho colto la più bella rosa della vita, e Freja ne sia ringraziata.”[5] In poche righe Blixen condensa perfettamente la magia e il potere di suggestione dell’Africa vissuta e filtrata dallo sguardo di una donna europea nelle colonie. A lei si deve anche la descrizione più iconica del dolore di quel continente. Un’immagine che tutti siamo immediatamente capaci di evocare in riferimento al concetto generale di terzo mondo: “La prima volta lo trovai che passavo a cavallo per la pianura. Stava pascolando le capre. Era la creatura più degna di pietà che avessi mai visto. Aveva la testa grossa e il corpo spaventosamente piccolo e magro. I gomiti e le ginocchia puntuti come i nodi di un ramo. Le gambe tutte, dalla coscia al tallone, coperte di piaghe profonde. Qui, in mezzo alla pianura, sembrava incredibilmente piccolo, pareva impossibile che tanta sofferenza potesse essere concentrata in un punto solo.”[6]

L’abilità di queste due scrittrici, la grazia nel dilatarci lo sguardo su un mondo che non è quel mondo, ma la mappa del vissuto di Markham e Blixen, spiega bene quanto sottile possa essere la suggestione esercitata dal nostro orientalismo. In Conrad, Gide, Celine, Camus o Hemingway (per citarne alcuni) l’Africa si divide in bianca e nera, o occidentale, chiara del nord Africa e scura delle popolazioni subsahariane, devota ad Allah o tribale, patriarcale o selvaggia, virile, sensuale, animale, sterminata e imponente, arsa e malata. La nostra Africa. 

Ma la letteratura africana? Il Continente dalle mille lingue (spesso esclusivamente orali) più quelle apprese dalle colonie, che tradizione letteraria ha? Spesso non sono molti i nomi che ci vengono in mente. Eppure, sono ben cinque gli autori africani vincitori del Nobel per la letteratura[7]. L’ultimo di essi, Abdulrazak Gurnah, nato a Zanzibar, nel discorso di accettazione del Nobel che ha tenuto a Stoccolma nel 2021, ha inquadrato con precisione la condizione del rifugiato costretto a fuggire dalla propria terra per riparare in quella dell’impero coloniale che ne ha condizionato l’immaginario infantile: “Noi della nostra generazione eravamo figli del colonialismo in un modo in cui i nostri genitori non lo erano (…). Siamo cresciuti e siamo stati educati in quel periodo di grande fiducia imperiale, almeno nelle nostre parti del mondo, quando il dominio mascherava la sua vera identità e noi accettavamo il sotterfugio. (…) Molti anni dopo ho camminato per le strade della città in cui sono cresciuto e ho visto il degrado di cose, luoghi e persone che vivono canute e sdentate, nella paura di perdere la memoria del passato. Divenne necessario sforzarsi di preservare quella memoria, scrivere di ciò che c’era, recuperare i momenti e le storie che le persone hanno vissuto e attraverso cui hanno compreso se stesse.”[8]

Anche la letteratura della sudafricana Nadine Gordimer, Nobel nel 1991, è intrisa di riflessioni sull’apartheid e su una realtà conosciuta per schieramenti (cosa ben diversa da un approccio neutrale alla diversità in cui si esprimono la storia e la cultura del genere umano). Attivista contro la segregazione razziale Gordimer è riuscita nell’impresa di narrare il suo Sudafrica facendo uscire dal cono d’ombra della discriminazione che tutto compatta e dissolve nel colore della pelle la diversità autonoma, complessa e contraddittoria di chi veniva vessato: “L’uomo chiamato Witbooi, era arrivato illegalmente dalla Rhodesia diciassette anni prima (…) anche se non aveva un pass, non voleva dire che lui, che in realtà si chiamava Simon Somazhegwana, non avesse documenti. Nel sacchetto di plastica da fertilizzante che conteneva i suoi vestiti e le sue proprietà, c’era un vecchio portafoglio pieno di carte, permessi di lavoro scaduti dalle zone in cui era stato trasferito, pagine gualcite di quaderni scolastici con scritto il latore della presente, Witbooi, è un bravo ragazzo…A CHIUNQUE SIA INTERESSATO (…) con le firme semianalfabete di casalinghe bianche e di farmers come referenza. Li aveva esibiti a un datore di lavoro dopo l’altro, per anni, conservandoli con cura per il giorno in cui avrebbero incontrato gli occhi per i quali avrebbero certamente avuto un valore.”[9]

Quando tornò in Danimarca Karen Blixen scrisse che non era lei a lasciare l’Africa, ma l’Africa a sottrarsi da lei. Quell’Africa che noi abbiamo imparato a sognare nel ruggito del leone, nella giraffa sopraffatta allo zoo, negli elefanti avvistati durante il Safari, negli altopiani e nelle belle abissine, nei mangiatori di uomini e nelle danze sfrenate. E se l’Africa si ritrae come il mare man mano che l’Europa ci riaccoglie nei fatti e nei misfatti della civilizzazione, forse i versi di Wole Soyinka possono farcela intravedere più dall’altra parte del mare:

I figli di questa terra sono vecchi

 con lo sguardo fissano carte geografiche, non la terra

 coi piedi hanno imparato a seguire

 contorni lontani tracciati da menti aliene,

 con loro il senso del presente svanisce nel passato.

 I figli di questa terra sono fieri

 ma solo in apparenza. Camminano per aria ma

 sia chiaro: fu il suolo per primo a ritrarsi

 dal contatto amoroso dei loro piedi nudi. Un tempo,

 la terra era loro appartenenza.

 Coi menti levati,

 con aria fiera, protendono verso orizzonti di corvi.

 Le nuvole brulicano di locuste.

 Ai figli di questa terra gli occhi crescono immensi

 nelle orbite. Le teste sono corone

 sopra lische di pesce spinato, la cui polpa ha attraversato

 porte a vento posandosi al centro di chiacchiere fredde

 e vino fresco. Ma sono occhi che fissano il vuoto,

 oltrepassando il presente, penetrando i varchi oscuri

 del mondo dei vivi.

 È la progenie degli spodestati

spogliati della speranza e della terra. Lo spregio supplisce

 i legami filiali. I figli di questa terra

 sono naufraghi dentro scafi perforati, tutti pelle di

 [tartaruga

 e squame, callosità della placenta andata.

 Nelle mani hanno artigli per radicarsi, con le lingue

 divulgano nuove leggi e codici sociali.

 Una razza nuova si sostituirà all’attuale

 in cui l’amore, bandito come estraneo, vaga

 solitario tra foreste perlustrate per brama,

 seguendo le orme ferali del potere;

 in cui l’amore è un rudere d’altri tempi, isolato, calpestato

 dalla memoria, in questo presente

 derubato di presenza.

 Mai figli di questa terra stringono tra le braccia il vuoto

 come amanti. Le spore della loro unione continuano

 a popolare spazi un tempo umani, aggirando agili

 i fantasmi della paternità. I figli di questa terra

 vestono la toga dei giudici, con lo sguardo rigettano

 i metri del passato. Un barlume

 invade fugace i loro occhi spenti, lacera l’aria

 con solo una domanda:

 Chi ha venduto la nostra giovinezza?[10]

 

La nostra Africa, la loro Africa.


[1] Edward W. Said, Orientalismo, l’immagine europea dell’Oriente, prima edizione in italiano per Bollati Boringhieri, 1991
[2] Abbiamo a lungo diviso per colori il continente africano, definendo bianca la parte del nord e nera quella subsahariana, secondo una oggi obsoleta divisione in razze delle popolazioni africane.
[3] Beryl Markham, A Occidente con la notte, Neri Pozza, 2009
[4] Karen Blixen, La mia Africa, ultima edizione per Feltrinelli, 2025
[5] Karen Blixen, Lettere dall’Africa, 1914-1931, Adelphi, 1987
[6] Karen Blixen, La mia Africa, Feltrinelli, 2025.
[7] Wole Soyinka (Nigeria) premiato nel 1986; Naguib Mahfouz (Egitto), 1988; Nadine Gordimer (Sudafrica), 1991; John Maxwell Coetzee (Sudafrica), 2003; Abdulrazak Gurnah (Tanzania), 2021. 
[8] Abdulzarak Gurnah, dal discorso durante la consegna del Nobel per letteratura, www.nobelprize.org
[9] Nadine Gordimer, Il conservatore, Feltrinelli, 1974
[10] Wole Soyinka, THE CHILDREN OF THIS LAND (tratto da: Samarkand and Other Markets I Have Known, Lagos, Crucible, 2002) qui riportato nella traduzione di Alessandra Di Maio per la r i v i s t a  d i  p o e s i a  c o m p a r a t a Semicerchio, X X X V I I I 2 0 0 8