La liberazione dei corpi e delle menti
di Marco Giovagnoli
Gli anni Settanta del Novecento si aprono e quasi si chiudono nel nostro Paese con due atti di liberazione, che vanno ad affiancarsi agli altri grandi passi in avanti sulla strada dell’affermazione di diritti individuali e collettivi di quello straordinario decennio. Il primo è l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, legge 300/1970, e il secondo è l’entrata in vigore della legge 180/1978, meglio nota come ‘legge Basaglia’. Entrambi questi atti hanno dato vita ad una enorme massa di riflessioni, sin dal primo istante della loro comparsa nel quadro normativo italiano, e dunque per approfondirne la conoscenza la mole di informazioni è quasi infinita. Qui ne discutiamo per il loro valore simbolico, sia all’interno del proprio quadro di riferimento, sia nel contesto delle altre grandi conquiste del decennio.
La prima cosa da dire è che, come la maggior parte delle innovazioni sociali, entrambe le leggi sono assieme il punto di arrivo di percorsi spesso lunghi, frutto di diverse sensibilità e protagonismi; e al contempo rappresentano punti di partenza, indicazioni per il futuro e impegni da mantenere, spesso nella difficoltà di farlo, nel revanscismo dei loro oppositori, nella sfida che lo scorrere stesso del tempo porta alla necessità di innovare l’innovazione stessa. Lo Statuto dei lavoratori è un passo fondamentale nell’attuazione dei principi fondanti della nostra Costituzione, non a caso innervata dal riferimento al lavoro sin dal suo primo Articolo, ed ha come base di partenza il confutare l’idea che nell’ambito dei rapporti di lavoro la relazione tra datori di lavoro e lavoratori fosse simmetrica e paritaria, idea che viene radicalmente messa in discussione ‘sul campo’ già a partire dal decennio precedente; l’ispiratore dello Statuto, Giacomo Brodolini, viene spesso ricordato per la sua frase “da una parte sola, dalla parte dei lavoratori”, ma già nel 1952 Giuseppe Di Vittorio, padre del sindacalismo italiano, evocò nel congresso napoletano della CGIL la necessità di uno statuto (le parole non sono mai neutre) per il lavoro, una sorta di dichiarazione universale dei diritti che non a caso viene magistralmente evocata nel ‘titolo’ della legge, “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme di collocamento”, dove ‘libertà’ e ‘dignità’ rappresentano una sorta di novità – paradossale doverle riaffermare ancora in tempi così relativamente recenti – nel novero delle relazioni sociali e di lavoro. Diretti gli echi dell’art.3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini […]” (corsivo nostro). Lo Statuto restituisce dunque (o dà sostanzialmente per la prima volta) la libertà a soggetti/corpi mercificati dalla subordinazione agli imperativi del profitto e del capitale, lavoro-merce e dunque esseri umani-merci, ne riconosce l’essenza pienamente umana di portatori sì di esigenze economiche – il salario, e giusto – ma anche squisitamente sociali, come la piena libertà di associarsi per la difesa dei propri interessi attraverso l’azione sindacale e proprio nei luoghi di lavoro medesimi, senza per questo vedersi pregiudicato il proprio posto di lavoro. Brodolini non riuscì a vedere l’esito del suo progetto, morendo qualche mese prima dell’approvazione della legge, portata avanti da Gino Giugni. I sei titoli della legge affrontavano temi cruciali come la tutela della salute dei lavoratori, la costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali, ma anche la fine dell’arbitrio padronale sull’essere o meno licenziati senza un reale motivo (la ‘giusta causa’), con il famoso articolo 18, anche se la tutela era in vigore per le aziende con più di quindici dipendenti. Il Partito Comunista ed altri gruppi minori della sinistra non votarono la legge (si astennero) giudicandola debole anche per questo, assieme ad altri motivi, ma lo Statuto non avrà comunque vita facile, sino al definitivo attacco portato dal Jobs Act del 2005, che proprio dell’indebolimento dell’art. 18 fece una sorta di feticcio. Forse lo Statuto dovrà rivedersi alla luce della fine di quel mondo fordista in cui era stato concepito, ma l’esigenza dell’innovazione non potrà mai essere il cavallo di Troia per la messa in questione dei suoi principi fondanti – esattamente ciò che sta avvenendo su scala globale, oltre che nazionale.
Se dunque il corpo del lavoratore/lavoratrice merce viene ora anche formalmente sottratto alla disponibilità irristretta di un dominio padronale simbolico oltre che reale, rimaneva intatta la questione del controllo delle menti e della definizione stessa di ‘normalità’ e di ‘follia’ il cui confine, sorvegliato a vista dai saperi esperti, dalla morale e dai custodi dell’ordine pubblico, era fisicamente incarnato dalle mura dei manicomi, nello stabilire un dentro e un fuori spesso ‘fine pena mai’. Questo status di separatezza da sempre piace alle dittature e ai criminali contro l’umanità (un pensiero che dovrebbe far riflettere gli odierni emuli ‘democratici’), l’idea di sentirsi ‘normali’ definendo l’alterità come minaccia passa attraverso lo stigma (molto più ‘moderno’ e contemporaneo di quanto si immagini) verso la dis-abilità fisica, la diversità etnica (razziale, si diceva), e poi quelle politiche, sessuali, mentali appunto, per cui “l’ospedale psichiatrico è un ghetto, un posto dove vengono confinati i diversi, quelli che mettono in forse la falsa idea di sé che ha la maggioranza di uomini”, come scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1967. L’eugenetica ne faceva parte, del disegno discriminatorio, ma anche più ‘semplicemente’ l’eccentricità, la autoaffermazione, come ben sapevano le donne internate nei manicomi perché licenziose, o i difettosi, quelle “vite indegne di essere vissute” di cui racconta Marco Paolini, sterminati dai nazisti ben prima di Auschwitz sotto lo sguardo sonnolento dall’Europa. Poi i muri sono diventati anche quelli dei lager e dei gulag. Franco Basaglia da psichiatra aveva certamente in mente, e nell’esperienza, la logica dell’internamento e a questa si ribellò, con un percorso lungo, insidioso, spesso ferito da eventi che sembravano andare contro la sua idea di liberazione. Questo lavoro lungo e paziente lo svolge dentro l’istituzione totale e contro di essa, ma vuole legittimarlo anche nella diffusione pubblica, la massima possibile, del suo progetto di superare la logica manicomiale, e tutto ciò ebbe finalmente esito il 13 maggio 1978, con l’approvazione della legge che è nota come ‘Legge Basaglia’ e che di fatto avviò il percorso di superamento del manicomio come risposta al disagio mentale (e non solo, come abbiamo visto); una legge approvata in fretta, firmata dallo psichiatra genovese Bruno Orsini, sottosegretario democristiano alla Sanità, frutto di una mediazione tra due sentire diversi – quelli di Basaglia e di Orsini – che però trovano una sintesi, accelerata dalla necessità di evitare l’ennesima – e come in questo caso potenzialmente disastrosa – sparata di Marco Pannella (un po’ come le sciagurate campagne sulla fame nel mondo, stesso marchio radicale), che voleva un referendum per l’abolizione della legge del 1904 istitutiva del manicomio senza la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. Il Servizio Sanitario Nazionale vedrà la sua nascita pochi mesi più tardi, alla fine di dicembre di quello straordinario – nel bene e nel male – anno. Se volessimo trovare un simbolo, un momento topico del partigiano Basaglia, dovremmo tornare indietro di qualche anno, quando il 25 febbraio del 1973 il vecchio cavallo addetto ai trasporti nel manicomio di Trieste (dove per un periodo opera Basaglia) scampa alla soppressione per vecchiaia (malati, infermieri e dottori protestano, e viene affidato ad un farmacista che lo terrà in campagna fino alla morte) e al suo posto creano un cavallo di cartapesta, blu; Basaglia ha l’idea di portarlo a spasso per la città, con tutti quelli del manicomio – personale sanitario e ricoverati – a fargli da corteo e già questo basterebbe a vedere nella folle idea di Basaglia il simbolo della liberazione, perché alla fine il corteo diventa enorme, e non si distinguono più quelli che stavano dentro da quelli che stavano fuori: tutti uguali, nella forma e nella sostanza. Ma c’è di più: Marco Cavallo (il suo nome) è troppo grande, non esce dalla porta, e tutti decidono non di rimpicciolirlo, ma di ampliare l’uscita, buttando giù un pezzo del portone e del cancello. Abbattere i muri, un gesto da sempre rivoluzionario. Basaglia morirà pochissimo tempo dopo, il 29 agosto del 1980, a 56 anni, per un tumore cerebrale, se mai il destino avesse potuto essere più beffardo, i cui primi sintomi si manifestano al termine di una affollatissima conferenza all’Università di Berlino, un po’ in questo assimilato ad Enrico Berlinguer, caduto alla plancia della sua nave comiziale, ma anche ai protagonisti dello Statuto con cui abbiamo iniziato questo viaggio, Giacomo Brodolini, morto prima che il suo lavoro vedesse la luce, e ricordiamo anche la gambizzazione di Gino Giugni.
Oggi alcuni di quei pezzi di civilizzazione del nostro Paese sono pesantemente sotto attacco: il SSN certamente, i diritti dei lavoratori – stretti tra revanscismo padronale e i nuovi signori delle ferriere digitali a guida algoritmica – sono sfidati e il già difficile (per ignavia ed accidia pubblica) cammino della rivoluzione basagliana trova nuovi profeti dell’elettroshock e dei manicomi chimici (qualcuno anche di quelli fisici) pronti ad approfittare delle ovvie difficoltà di una riforma eroicamente portata avanti da molti contro la sciatteria dello Stato e l’ostilità di parte dell’opinione pubblica. E probabilmente la narrazione degli anni Settanta come anni di piombo è funzionale anche ad associare quella straordinaria stagione di concretizzazione dei diritti alla loro attuale messa in discussione, un progetto che dovrebbe essere in tutte le sedi contrastato.
La bibliografia sullo Statuto dei lavoratori è sterminata e di facile accesso, ad essa rimandiamo; qui ricordiamo una testimonianza di Paolo Pascucci, “Giacomo Brodolini e lo Statuto dei lavoratori”, apparsa in Prisma, 2/20, rivista di FrancoAngeli. Lo stesso dicasi per la 180 e il profilo di Franco Basaglia, per cui segnaliamo solo un bel libro narrativo di due storie parallele, quella di Basaglia e quella di ‘Rosa’, illuminante per la storia e il presente della riforma, Cento giorni che non torno, di Valentina Furlanetto, Laterza, Roma-Bari 2024. Abbiamo anche citato il libro (anche lavoro teatrale) di Marco Paolini, Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute, Einaudi, To 2012.