Immigrazione, fatto sociale totale
di Gennaro Avallone
Che cosa significa emigrare? In accordo con gli studi del sociologo algerino Abdelmalek Sayad emigrare significa cambiare tutto nella propria vita, in quella dei propri affetti e, più in generale, all'interno del contesto territoriale da cui si va via. Secondo questo studioso, l'emigrazione è un fatto sociale totale. Essa agisce su tutte le dimensioni dell'esistenza, non è riducibile a una sola di esse. Questo significa che l'emigrazione non può essere compresa semplicemente come un dato esclusivamente economico, politico o individuale. Essa investe la vita associata nella sua complessità. E lo stesso vale per l'immigrazione: anche essa è un fatto sociale totale.
In realtà, Sayad ha indicato la necessità di non separare l'emigrazione dall'immigrazione, che costituiscono i due risvolti dello stesso fenomeno: è, in altri termini, l’emigrazione-immigrazione a costituire un fatto sociale totale. Se assumiamo questa proposta di studio, riconosciamo che i processi migratori nella loro struttura sono fatti sociali totali e, al tempo stesso, ci rendiamo conto che nessuna persona si può dividere nel suo essere emigrante o immigrato, ma a essa bisogna guardare e, soprattutto, con essa bisogna entrare in relazione in quanto persona contemporaneamente emigrata e immigrata. Nessun individuo può cancellare il contesto da cui proviene, perché riguarda la sua biografia, le sue memorie, la sua educazione alla vita. In altri termini, i processi migratori non annullano l'esistenza delle persone, la loro integrità individuale e, insieme, sociale. Ciò significa sia riconoscere che immigrare significa farlo con la propria storia, le proprie tradizioni e i propri modi di vivere, sentire, agire e pensare, sia sottolineare che parlare di immigrazione significa parlare della società nel suo insieme evitando, però, di mutilare una parte di sé stessi, specificamente la parte legata all'emigrazione.
Se questa recisione accade, è perché intervengono condizioni e forze che determinano la subordinazione dell'emigrazione all'immigrazione, producendo la messa a lato dei veri protagonisti dei processi migratori per favorire il predominio di altri attori, dei gestori delle migrazioni. Questi attori sono le forze politiche e le forze economiche che impongono il proprio punto di vista, le proprie decisioni e le proprie politiche sulle persone emigrate-immigrate. L’attenzione esclusiva all’immigrazione segnala, da una parte, la preoccupazione verso la presenza dei non nazionali, pensati e governati come soggetti fuori luogo, la cui presenza è tollerata, e, dall’altra parte, la volontà di gestire le persone immigrate come un fatto temporaneo, passeggero: prima o poi, andranno via. Questo approccio implica il governo dell’immigrazione in quanto fatto sociale transitorio (dunque, non totale), subordinato alle esigenze dello stato e dell’economia della società di immigrazione. Le migrazioni sono oggetto di discorsi e politiche strumentali, nei quali le persone immigrate sono un accessorio dello stato e delle imprese: esse ci sono, ma solo nella misura in cui sono utili e non in sé stesse. Se macchine e robot potessero sostituirle sarebbe meglio, in modo da evitare di doverne tollerare la presenza nell’ordine nazionale, sottoposto, così, a un perturbamento.
Questa separazione costitutiva lascia sempre aperta la porta al razzismo, rendendo inseparabile il nesso immigrazione-razzismo. Quest’ultimo, infatti, ha diversi livelli, oltre che modalità, di manifestazione. Il sentimento che lo sostiene è quello della superiorità, che si esprime anche attraverso la radicale differenza, che significa diffidenza e, dunque, ostilità, come mostra chiaramente lo sguardo degli stati e delle società europee verso l’Islam e l’immigrazione musulmana. Più in generale, il razzismo si mostra nelle forme dell’essenzialismo (per cui le culture sarebbero blocchi immobili), della generalizzazione (per la quale, tutte le persone di un’area culturale si esprimono in modo omogeneo), della discriminazione (per cui, al gruppo che razzializza si riconoscono pienamente capacità, risorse e diritti che alle popolazioni razzializzate si attribuiscono solo in parte), oltre che, in ultima istanza, dell’inferiorizzazione. Il razzismo è, in sintesi, la base del pensiero che separa l’emigrazione dall’immigrazione e i nazionali dai non nazionali, agendo quello che Sayad definisce pensiero di stato, e, al tempo stesso, si alimenta di quest’ultimo e delle sue concrete politiche.
È possibile mettere in discussione questo insieme di pratiche, pensieri e sentimenti? Certamente sì, sapendo che il compito è arduo e non si risolve con un surplus di campagne che invitano alla tolleranza. Da un lato, ancora seguendo l’analisi di Sayad, si può cambiare lo sguardo in modo radicale, decidendo di pensare all’emigrazione-immigrazione come un fatto sociale totale, che significa, non dividere gli individui in parti - essere esclusivamente immigrati o esclusivamente emigrati – né, tantomeno, in funzioni, in base al loro presunto contributo demografico o economico. Dall’altro lato, si può praticare e proporre una pedagogia del rispetto. Seguendo gli studi di Richard Sennett su questa categoria, si può decidere di attuare politiche pubbliche e, insieme, pratiche sociali di riconoscimento dell’altro, scegliendo di non offendere la dignità di nessuna persona.
L’ambizione è evidentemente alta, ma, nei tempi del rinnovato dispiegamento del regime di guerra e della violenza come forma rinvigorita dominante delle relazioni sociali e socioecologiche, essa costituisce una necessità per ambire a rapporti giusti, se non egualitari, tra gli esseri umani e tra questi ultimi e il resto della natura.