Il mio regno in un guscio di noce

di Patrizia Lessi

Hamlet: “I could be bounded in a nutshell and count myself king of infinite space, were it not that I have bad dreams.”

Amleto: “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e considerarmi re di uno spazio infinito, se non fosse che ho brutti sogni.”

 

William Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena II

 

Difficile rimanere indifferenti alla potenza di uno fra i tanti estratti dell’opera di Shakespeare. In un testo del 1600, scritto agli albori dell’evoluzione dell’inglese da antico a moderno, ambientato in Danimarca in una imprecisata epoca medievale, Amleto traduce in letteratura alcuni dei temi più affascinanti della filosofia moderna rendendoli immortali e alla portata di tutti, dai frequentatori dei grandi teatri ai lettori dei libri dati in regalo col giornale. Ognuno nel suo guscio di noce, a volte regno sterminato, altre un gomitolo di vie e facce da domenica del villaggio in cui riversare desiderio di apparire e rancore per il vicinato. 

 

È singolare come l’avvento del World Wide Web poco più di trent’anni fa abbia determinato, o almeno questa sembra la direzione, non l’abbattimento virtuale di molti confini, ma la moltiplicazione di tante province. La rete non è un regno unitario, piuttosto sembra il caotico accumularsi di gusci grandi e piccoli che a loro volta contengono altri gusci. Ciò che avrebbe dovuto unire e riunire, un intreccio infinito di connessioni capaci di assottigliare, se non dissolvere, confini politici, economici e sociali è degenerato nella moltiplicazione di nicchie ideologiche in cui si predica l’inclusione e si pratica l’esclusività. Per ogni filosofia c’è uno slogan e la Storia è frammentata in porzioni revisionate e corrette in funzione di ciò che accade nel presente. Ci si appella ai massimi sistemi ma quello che avviene oltre l’orizzonte del proprio campanile è di fatto preso e ruminato per essere digerito ed espulso nello schermo del pc o del telefono, dentro la piazzetta della community in cui dividiamo i contradaioli dagli avversari.

 

Eppure, solo nel 2001 Francesco Vitali documentava per Limes [1] straordinaria opera di riunione e rinascita operata da Internet a favore di popoli decimati e ridotti a unità isolate, una per tutte la comunità indiana del Nord America che attraverso la condivisione online di usanze, riti e credenze aveva rinvigorito il senso di appartenenza al proprio popolo nelle generazioni più giovani. Il grande sogno che ha visto la rete raccogliere le voci dei popoli di Seattle, di quel movimento trasversale che si riversò al summit del G8 nel 1999, a Genova nel 2001, alle conferenze della WTO o della Banca mondiale, non sembra più intercettare le speranze dei singoli per unirle nel progetto di un futuro migliore. Proliferano invece i gusci di noce, le mille province in cui il pensiero si incaglia non riuscendo a toccare orizzonti più larghi di quelli della piazza del paese o del proprio pianerottolo. Accade così che oggi si sia imposto il fenomeno delle Echo Chambers, le cosiddette bolle dove gli utenti di fatto fruiscono dello stipo di informazione volta a confermare la loro opinione e a schernire o demolire a prescindere ogni dubbio o prospettiva differente. Il punto di vista unico su un tema si rafforza grazie alla percezione di far parte di coloro che hanno ragione o conoscono più o meno genericamente “come stanno davvero le cose”. Così, quel mare magnum in cui abbattere le barriere e allargare lo sguardo sul mondo è ora solo l’indistinta superficie sulla quale gli algoritmi di personalizzazione hanno disegnato le rotte dei gusci che ci navigano, le tante province che all’interno della loro piazza passano gli eventi globali al setaccio di quelli locali e ripropongono la stessa struttura tanto ben descritta da Ugo Chiti in Albergo Roma[2], dove in un paesino toscano ci si affanna a trovare un capro espiatorio per una tragedia locale prima dell’imminente visita di Mussolini nel 1939. All’appello dei caporioni, delle fazioni e degli animi meschini non manca nessuno, politici, commercianti, timorati di Dio, madri di famiglia, scemi di guerra e prostitute, senza che basti il raziocinio del medico condotto a evitare il trionfo del pregiudizio e della polarizzazione delle opinioni. Nel frattempo, appena oltre i confini del paese scoppia la Seconda Guerra Mondiale. 

 

Chi vive in provincia lo sa, nulla è più potente dello sguardo dei concittadini incrociato sul marciapiede e non c’è evento globale che non debba essere convogliato sui binari della discussione al bar, a maggior ragione se questo è grande e accogliente come un semplice social network da cui lanciare fulmini e saette coi piedi comodamente infilati nelle pantofole e la tazza sbeccata accanto al pc o al cellulare. Pare ci importi di tutto ma, citando Levante,

A scrivere sul diario da che parte sta la verità

Je suis Paris madame

Ma in piazza scendo solo per il cane

Non mi vogliate male

Ho sempre poco tempo per lottare senza il modem.[3]

 

Il guscio non offre semplice protezione, ma senso di impunità e l’insopprimibile voglia di esprimersi su tutto e con lo stesso livello di incompetenza. Così oggi abbiamo il femminismo isterico, le ancelle del patriarcato, la manosfera, i fasci, le zecche, l’antifascismo fatto ignorantemente coincidere col comunismo che pur non mangiando più i bambini (diventati appannaggio di cupi e invincibili poteri forti che tutto sono tranne di destra o di sinistra) è accusato di sognare l’invasione degli immigrati clandestini e la gita premio alla Mecca una volta l’anno, la destra divisa fra nostalgia e inediti assetti del potere, volti nuovi e vecchi refrain, i motti di Casa Pound senza Ezra e senza i pochi intellettuali che esisterebbero ma nell’agone pubblico della sagra di paese non verrebbero capiti da nessuno. Oltre i confini dei gusci di noce imperversano le guerre, le povertà, le diaspore, i genocidi e una miriade di nauseanti abusi di potere 

senza che ciò ci faccia sentire autenticamente coinvolti e chiamati a fare realmente qualcosa. 

Cosa dobbiamo fare perché dalle province digitali sorgano nuovi modelli di confronto e partecipazione costruttiva alle sorti del mondo?

Non viviamo in uno spazio infinito.

Non siamo Re o Regine di niente.

Ma continuiamo a fare brutti sogni.

[1] Francesco Vitali, Vita e morte dei gruppi antiglobalizzazione al tempo di Internet, in Limes, N.3 2001[2] Albergo Roma, diretto da Ugo Chiti, 1996[3] Levante, Non me ne frega niente, in Nel caos delle nostre stanze stupefacenti, Carosello Records, 2017