L’estate del cambiamento
Gli scout che portarono la rivoluzione a Guardistallo
di Enzo Pranzini e Edoardo Verdiani
Al passaggio fra gli anni ’60 e gli anni ’70 Guardistallo, in provincia di Pisa sebbene affacciato sul litorale livornese, era ancora un paese, e solamente un paio di decenni più tardi avrebbe avuto la sventura di diventare un borgo. Allora, stranamente, ci vivevano persone che vi erano nate, non fiorentini, milanesi o tedeschi, e i pochi villeggianti erano figli di chi il paese lo aveva dovuto abbandonare, ma aveva tenuto la casa, anche perché nessuno gliel’avrebbe mai comprata.
La gran parte dei residenti del territorio comunale era costituita da contadini, quando la mezzadria, anche se abolita nel 1964, continuava a regolare i rapporti fra proprietari terrieri e lavoratori dei campi. Alcuni giovani trovavano lavoro a Cecina o alla Solvay di Rosignano, mentre dovevano ancora nascere le grandi cantine, quei monumenti alla monocoltura della vite che, insieme al turismo balneare, fanno oggi la fortuna di questi territori.
Anche qui, come in tanti altri paesi dell’Italia centro-settentrionale, si fronteggiavano ancora i Pepponi e i Don Camilli, sebbene il PCI fosse il partito dominante; e non poteva essere diversamente in un paese che aveva subito una rappresaglia nazista in cui furono giustiziate 63 persone, in gran parte contadini che mai avevano imbracciato le armi. Ma alla metà degli anni ’60 i nuovi equilibri fra le forze di sinistra portarono ad un avvicendamento fra un sindaco PCI ed uno PSIUP, in realtà fra marito e moglie.
Anche se erano giunti gli echi del ’68 - e quello pisano urlava e cantava a squarciagola - il femminismo e la libertà sessuale dovevano ancora lottare contro la tradizionale inerzia del mondo rurale, il moralismo della Chiesa e quello, forse ancor più forte, del Partito. Qui arrivò un innocuo gruppetto di boy-scout cattolici fiorentini che, inizialmente non ci si rese conto, avrebbe portato in paese una vera e propria rivoluzione.
In quegli anni lo scoutismo fiorentino usciva esso stesso da una piccola-grande rivoluzione: già con l’alluvione di Firenze del 1966 gli scout, oltre che ospitare gli Angeli del fango nell’Ostello di Via Santa Monaca, si trovarono a svuotare scantinati con ragazzi provenienti da tutto il mondo, per molti dei quali tante frontiere erano già state abbattute. Anche la Firenze cattolica, dopo gli anni di La Pira, aveva capito che il sociale, che allora forse non si chiamava così, era un tema che non poteva essere estrano per il credente, bensì centrale. La Chiesa stessa stava cambiando, seppur con molti conflitti, come dimostrano la Comunità dell’Isolotto, con Don Mazzi che faceva la messa in piazza perché il Cardinale gli aveva chiuso la chiesa, Don Borghi, sindacalista e parroco di San Miniato a Quintole, e Padre Balducci, fondatore di Testimonianze, allontanato da Firenze come molti altri religiosi considerati dei cattivi maestri.
Che tutto questo abbia influito sull’impegno sociale dello scautismo fiorentino è certo; quello che andrebbe capito meglio è se il primo dirottamento di un aereo fatto da italiani, il volo Parigi – Atene, per protesta contro il Regime dei Colonnelli, ad opera di due ex-scout fiorentini, con una bomba a mano disinnescata fornita da un altro ex-scout, sia stato anch’esso il prodotto dell’insegnamento degli stessi cattivi maestri. Di sicuro la sinistra extra-parlamentare fiorentina ha attinto abbondantemente dallo scautismo cattolico, anche con persone che hanno pagato pesantemente la propria militanza.
Ebbene, questi boy-scout avevano deciso di fare, come servizio, una scuola estiva a Guardistallo per studenti delle elementari e delle medie rimandati a settembre, figli di famiglie, soprattutto contadine, che non potevano pagare le lezioni private.
La scelta del paese fu dovuta al fatto che uno del gruppo aveva radici guardistalline e aveva mantenuto i contatti con il paese. Il sindaco, in quel momento PSIUP – o, meglio, la sindaca, come con naturalezza veniva chiamata dai suoi compaesani – fu ben felice di concedere l’uso della scuola per fare lezione (in quegli anni non ci si ponevano problemi di assicurazione e di lavoro teoricamente in nero) anche perché non poteva essere accusata di aprire le porte a pericolosi rivoluzionari: erano scout cattolici! Tant’è che anche il parroco si convinse a dare il proprio contributo all’impresa, sotto forma di una fornitura di brandine da campo per l’alloggiamento dei fiorentini. Presagi di quel che di lì a poco sarebbe stato il Compromesso storico? In effetti, quando c’era da andare a parlare con Don Camillo, i compagni scout mandavano l’unico di loro che si professasse democristiano, cosa che richiedeva non poco coraggio per un giovane di quegli anni!
È così che all’inizio di giugno arrivò, chi con l’autostop, chi in moto o in motorino, altri in treno e in corriera, un gruppo di … maschi e femmine (!) che si installarono in una casa colonica semidistrutta che il padrone gli aveva dato in affitto per poche lire. Le ragazze erano in prevalenza guide (l’altra metà del cielo scautistico) o sorelle degli scout, mentre al gruppo si unirono presto anche altri che con lo scautismo non avevano niente a che fare. La sorpresa dei guardistallini continuò quando la domenica successiva nessuno si presentò per la messa.
Anche i giovanissimi studenti furono sorpresi quando gli fu detto che i professori non erano dei lei ma dei tu, cosa che avvenne anche con i genitori. Non c’è dubbio che fossero dei comunisti, e alcuni in paese erano rimasti ai tempi in cui i comunisti mangiavano i bambini. Chissà se avrebbero mandato i propri figli? Ma le cose andarono diversamente. Tutto il paese, dopo i primi giorni di diffidenza, si accorse dell’impegno che veniva messo nella scuola e del rispetto ottenuto dai ragazzi, non con l’imposizione ma con l’amicizia. Tant’è che gli studenti andavano il pomeriggio al casolare, prima osservandolo da lontano, poi sempre più da vicino, fino a entrare e uscire a qualsiasi ora del giorno e intrattenersi a parlare con gli insegnanti.
Forse fu la prima volta che videro i ritratti di Che Guevara e di Ho Chi Minh appesi alle pareti di una casa e ascoltarono le canzoni di protesta, che andavano dai canti anarchici, a quelli partigiani per giungere a quelli contro la guerra nel Vietnam; argomento, quest’ultimo, che occupava la gran parte dei tazebai attaccati ovunque.
Ma l’attività non si limitava a quella svolta fra casa e scuola; fu organizzato un cineforum in piazza, con le pellicole 16 mm noleggiate a Firenze, che viaggiavano in su e giù grazie a una Lambretta 150cc che era stata sommersa da quattro metri d’acqua nell’alluvione di Firenze. Un po' per problemi di budget, un po' per scelta politica, la commedia all’italiana era tenuta fuori dalla piazza, e il cartellone annoverava chicche quali La Corazzata Potëmkin, La Battaglia di Algeri e Queimada. Sarà perché non c’era di meglio o perché i tempi stavano veramente cambiando, ma la piazza era sempre piena.
Cosa accadesse di notte in quel casale rimaneva comunque il tema principale delle chiacchere di paese, perché certamente i ragazzi raccontavano che non c’erano camere separate per maschi e femmine; anzi di camere ce n’era una sola (cosa che comunque limitava le possibili libertà!) con le brandine e i materassini gonfiabili tutti affiancati. Che qualche scambio di letto sia avvenuto non può essere escluso (con buona pace del parroco che aveva fornito proprio lui quei giacigli), ma la cosa sembra non interessasse molto i giovani boy-scout cattolici.
In realtà erano molto più preoccupati da cosa mettere in tavola, perché tutto era autofinanziato e nessuno aveva un conto in banca. Certamente le uova e la verdura che ogni tanto i genitori davano ai figli perché li portassero a scuola, o più spesso direttamente alla casa (era un’occasione in più per venirli a trovare!) facevano piacere, anche perché erano un segnale di amicizia e un piccolo riconoscimento del lavoro che veniva fatto. Per non parlare poi di un intero pollo, fortunatamente giustiziato e spennato dalla mamma del bambino; mentre un coniglio, arrivato vivo, se ne tornò sano e salvo alla conigliera propria, ma lasciando aperta una faida fra animalisti e affamati. Concorde fu l’apprezzamento per il pranzo offerto da una famiglia che, certamente con qualche sacrificio, aveva invitato tutto il gruppo.
Un episodio che rischiò di compromettere i rapporti con la popolazione fu quando, durante la festa del paese, gli agili boy-scout riuscirono a svuotare l’albero della cuccagna, con un bottino di prosciutti, salami e formaggi che li nutrì per un’intera settimana. Non fu però solo l’agilità a consentire la conquista, ma anche un vile e misero trucco, del quale si pentono ancora oggi. Il primo che raggiunse la vetta, e prese l’ambito prosciutto, indossava un ruvido giubbotto militare che usava per andare in Lambretta. Era quello che raschiava il grasso spalmato sul palo e consentiva una facile arrampicata! E così, mentre il giubbotto passava da un professore all’altro, l’albero perdeva tutte le sue ricche e gustose foglie, lasciando tutti i paesani a bocca asciutta. Ma per la verità questo sgarbo non venne mai rinfacciato, anche se per qualche giorno verdura e uova smisero di arrivare.
Agli esami di settembre tutti i ragazzi furono promossi, e lo stesso avvenne negli anni successivi, ma non sappiamo se ciò sia dipeso dalla qualità degli insegnanti o dal fatto che, proprio negli anni ’70, la scuola si stava ammorbidendo, tant’è che nel 1977 gli esami di riparazione vennero aboliti. Ma anche agli esami fu talvolta necessaria l’assistenza del gruppo, come quando fu inviata una delegazione a Ponteginori per spiegare alla Direttrice didattica che non poteva essere bocciato un bambino di seconda elementare solo perché non sapeva rispondere alla domanda Quanto fa una caramella più una caramella?, ma era stato prontissimo nel dire che se una gallina, dopo aver fatto un uovo ne faceva un altro, aveva fatto una coppia di uova, per spiegare poi a tutti che di uova ne erano uscite due. A quel punto la Direttrice esclamò: Ma allora la pensate come Don Milani! In effetti tutti avevano letto Lettera a una professoressa.
La scuola estiva andò avanti per alcuni anni, con i giovani insegnanti che nel frattempo erano usciti dallo scautismo per continuare, almeno molti di loro, l’attività politica e l’impegno sociale in altre organizzazioni.
Ma cosa è rimasto di quell’esperienza?
Non si sa quanti ragazzi di Guardistallo, ormai sessantenni, siano ancora in paese e se ricordino questo periodo. Alcuni con i quali i contatti furono mantenuti per un po’ di anni divennero loro stessi attivi in campo sociale, nei partiti o nei sindacati, e certamente molti nella popolazione si aprirono a quel vento nuovo che arrivò anche in quel paese non ancora divenuto borgo. Un giovane guardistallino, coetaneo degli insegnanti del doposcuola e che aveva collaborato con loro, organizzò una biblioteca popolare che ebbe vita attiva per diversi anni, mentre lui si avviava a diventare un apprezzato dirigente sindacale.
Alcuni dei giovani insegnanti continuarono l’esperienza dando origine a una scuola serale a Firenze, in Via de’ Macci, nel quartiere di Santa Croce, in cui preparavano gli immigrati del sud, appena giunti in città, per far loro superare l’esame di terza media. Poi arrivarono gli extracomunitari, per imparare l’italiano e, perché no, prendere una licenza di una scuola italiana. Nel 1975, a seguito della scomparsa di uno dei primi giovani insegnanti, la scuola prese il nome di Gaetano Barberi, mentre le attività si spostavano sempre più a supporto delle componenti più deboli della società fiorentina. Nel 1990 si costituì in cooperativa sociale, e oggi è una delle più attive nel settore della diversabilità e della marginalità.
È solo una piccola impronta di quegli anni ’70, apparentemente così lontani (mezzo secolo!), ma ancora presenti nel vivere quotidiano, forse più di quanto non lo si voglia vedere o ammettere. Anni che per la crescita delle coscienze furono più di oro che non di piombo.