Niente di più ingegnoso che fare del vostro viso una maschera eterna
Il grottesco, nel definire un’estetica fondata sull’ambiguità e su una tensione irrisolta che si manifesta attraverso l’ibridazione tra umano e inumano, ha il compito di svelare una verità nascosta dietro la facciata di normalità e rispettabilità, costituendo l’irruzione del subconscio, del represso, nella vita quotidiana. Victor Hugo è spesso considerato il teorico del romanticismo di questa estetica. Nella prefazione al Cromwell egli pone il grottesco quale elemento essenziale dell'arte moderna perché rappresenta la bruttezza morale e la deformità che affliggono la realtà, utile a contrastare e amplificare il sublime. Ma è forse il Gwynplaine de L'uomo che ride a rappresentare il perfetto esempio di incarnazione di un grottesco che svela l'ipocrisia sociale.
L’uomo che ride ci racconta di un processo di costruzione di corpi docili frutto di quel potere disciplinare foucaultiano in cui i Comprachicos agiscono come agenti di un biopotere violento, incidendo una sentenza estetica sulla carne. Con Foucault sappiamo infatti che il potere non si esercita (più) soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la deformazione degli individui e dei loro corpi sì da renderli funzionali al sistema. Il corpo del vivente si trova infatti “direttamente immerso in un campo politico; i rapporti di potere operano su di esso una presa immediata; essi lo investono, lo marcano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a delle attività, lo obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni”[1].
Il volto di Gwynplaine è la superficie – la tabula rasa – su cui il potere ha inciso un marchio di infamia – il suo sorriso – reso redditizio e dunque reinserito all’interno della produttività del capitalismo industriale: l’esplicitazione corporea di uno stato sociale la cui inferiorità non potrà mai essere negata. Una condizione senza via d’uscita: la rivendicazione democratica del protagonista attraverso il suo intervento alla Camera dei Lord, non sortisce nessun effetto. Il potere utilizza la sua apparenza disciplinata per delegittimare la sua voce, trasformando in farsa quello che nelle intenzioni doveva essere un discorso politico.
Bravo, Gwynplaine! Bravo, l’Uomo che Ride! Braco, il ceffo della Green-Box, il brutto muso del Tarrinzeau-field! Vieni a darci spettacolo. Va bene! Chiacchiera pure! Mi diverte davvero! Ma come ride bene, quell’animale! Buongiorno, fantoccio! Salve lord pagliaccio! Su arringa! (p. 761)
Nel consesso del Potere l'aristocrazia non ascolta le parole di Lord Fermain Clancharlie; essa vede piuttosto il sorriso del buffone Gwynplaine e a quello risponde. La sua identità nobiliare, un fragile costrutto linguistico e legale, è completamente sopraffatta dalla forza brutale del segno estetico (l'apparenza).
Lord Scarsdale tradusse in un grido l’impressione generale dell’assemblea: - Che cosa viene a fare qui questo mostro? [...] L’allegria su di lui [Gwynplaine] diveniva lapidazione e mitraglia. Egli era balocco e fantoccio, pupazzo da tiro a segno, bersaglio. Gli astanti gridavano bis” (p. 767)
Gwynplaine assisteva al crollo definitivo del proprio destino in uno scoppio di risa.
Per dirla con Deleuze: la forza nomade del corpo del buffone cerca una riterritorializzazione con la macchina del potere incarnata dal Parlamento ma ne esce sconfitta, rigettata per incompatibilità di codice. Un’impossibile democrazia.
Non c’è sofferenza più umiliante, collera più profonda, dell’essere comico esternamente e tragico internamente: Gwynplaine aveva questo in sé. Le sue parole volevano agire in un senso, e il suo viso agiva in un altro: situazione spaventosa (p. 763)
Il grottesco si mostra e, mostrandosi, rivela la tensione che il potere risolve attraverso il riso, tracimando nel comico e depotenziandone le intenzioni. Una verità subordinata al divertimento, un’ipertrofia del senso di un’immagine iper-deformata come avviene attraverso gli eccessi dell’Intelligenza Artificiale nella costruzione dei contenuti mediatici.
L’editing esasperato dei contenuti mediali fa del volto e del testo una maschera dai contorni sempre più imp(a/o)ssibili, tanto da negare una interpretazione univoca (tantomeno Vera), esasperata dalla velocità con la quale i contenuti si presentano. Gwynplane è il nickname attraverso il quale il mondo social si manifesta[2]. La maschera di V per Vendetta.
Se la ferita imprime sul viso del protagonista una risata artificiale, la cesura dell’informazione impone una velocizzazione dei contenuti che sovrappongono notizie tragiche a balletti ridicoli, contenuti triviali ad approfondimenti tematici, ricette di cucina a tutorial per il fai-da-te. Un logos definitivamente sopraffatto dal segno visivo che si riproduce in un loop che non lascia traccia di sé se non nello spazio di una risata senza oggetto.
Il sorriso di Gwynplaine, come i contenuti del mondo ipermediale, è una traccia vuota che ha perduto ogni legame con la sua origine. La sua essenza risiede nell'impossibilità di una "presenza" autentica: la sua verità interiore è sempre differita da ciò che è percepito[3].
[1] Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, torino, 1974, p. 29. [2] “Il suo nome, quasi sconosciuto, era scomparso sotto il soprannome, come il suo volto sotto la maschera” (p. 580), ma anche “Gwynplaine era mascherato con la propria carne. Ignorava quale fosse il suo viso. Un profilo svanito” (p. 550).[3] Risuona l’eco della différance, ma non staremo ad approfondire. Cfr. Jacques Derrida, Margini della filosofia, Einaudi, Torino, 1997.