La protezione delle risorse genetiche in Africa
Dal Protocollo di Nagoya al recente trattato OMPI sulla Proprietà intellettuale, le risorse genetiche e le conoscenze tradizionali (GRATK)
di Alessandra Narciso
L’Africa sta affrontando negli ultimi anni una serie di sfide complesse che includono: aumento della povertà, disoccupazione, malattie endemiche tra cui malaria e altre patologie ad elevata trasmissione, quali HIV/AIDS e tubercolosi. Non si può, inoltre, non considerare l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo in quel continente sull’agricoltura e di conseguenza sulla sicurezza alimentare di gran parte della sua popolazione, esposta a continue calamità naturali, scarsità idrica e conseguenti carestie;[1] per non parlare della recente stretta sugli aiuti internazionali con il ritiro di paesi finanziatori di importanti programmi di sviluppo.[2] Nonostante, infatti, la crescita economica di alcuni Paesi africani e le enormi potenzialità del continente, persistono significative disuguaglianze tra Stati e regioni africane[3] oltre a una non equa distribuzione della ricchezza.
Spesso, le incertezze legate in particolare alla governance alimentare sono esasperate da feroci conflitti armati, dove intervengono anche forze e influenze di Paesi esterni allo stesso continente africano fomentando rivalità, rivendicazioni territoriali e differenze ideologiche per interessi economici o di potere (la guerra civile in Sudan è un esempio attuale di molte altre da cui l’Africa è storicamente afflitta). Vi si aggiunge la diffusione di un islamismo di matrice jihadista, come quello di Boko Haram, che semina distruzione, morte, e l’abbandono di intere aree rurali, che, spopolate, perdono così i saperi tradizionali di tante comunità locali e indigene.[4]
Un altro grave problema che affligge l’Africa è quello dell’appropriazione indebita e dell’uso improprio di molte delle sue risorse: sia quelle minerarie con la pratica del land grabbing(acquisizione di terre da parte di società o gruppi esteri per l’estrazione di petrolio, oro, diamanti e altri vari minerali preziosi); sia quelle di tipo genetico siano esse animali, piante o microorganismi[5] che vengono usate per scopi alimentari, medici e industriali da molte multinazionali dell’agri-business e del farmaco. Questo fenomeno tipicamente neocoloniale contribuisce a incrementare la corruzione, a cui il continente africano è già fortemente esposto, e le disuguaglianze, depauperando sempre di più gli Stati africani e intere comunità, soprattutto indigene, che basano molto della loro sussistenza proprio su queste risorse.
Molti Paesi africani sono, infatti, ricchi di risorse genetiche il cui utilizzo è legato alla conoscenza di pratiche agricole tradizionali circa la biodiversità dei territori. Queste pratiche non devono essere riconosciute e valorizzate per la loro storicità quanto piuttosto per i metodi attraverso i quali vengono sviluppate all’interno delle comunità e tramandate di generazione in generazione.[6]
Il sapere “collettivo” di comunità locali e indigene – in inglese conosciuto con il termine di traditional knowledge (TK) –, si arricchisce dell’elemento del folklore, inteso come il patrimonio culturale immateriale di un popolo, che include anche un tipo di sapere tradizionale, tramandato anche oralmente, circa varietà locali di colture e razze di animali con caratteristiche uniche che li rendono resilienti a specifiche condizioni ambientali, e che contribuiscono alla conservazione della biodiversità e alla sicurezza alimentare.
Risorse genetiche, conoscenze tradizionali e folklore sono dunque strettamente interconnessi, specialmente quando si parla di agricoltura e alimentazione e le dinamiche legate alla loro protezione giuridica non possono essere disgiunte.
In particolare, la protezione delle risorse genetiche e un’equa distribuzione dei benefici derivati dal loro utilizzo sono diventati negli ultimi venti anni argomento di accesi dibattiti a livello internazionale soprattutto in riferimento al riconoscimento di un corrispettivo economico e morale alle comunità originariamente detentrici del sapere tradizionale, sapere che è di per sé sinonimo di un’attività intellettuale[7] in comune, su cui poi si innesta la ricerca scientifica.
Il tema non è di poco conto se si pensa alla biopirateria e alla concessione di diritti di proprietà intellettuale come i brevetti basati proprio sulla conoscenza tradizionale delle risorse genetiche. L’attribuzione di un diritto di proprietà intellettuale esclusiva nei brevetti non può prescindere dal requisito della “novità”, questa spesso attinta da una conoscenza tradizionale e indigena.
Infatti, mentre le risorse genetiche delle piante, colture agricole e razze animali non possono essere protette direttamente come proprietà intellettuale, le invenzioni sviluppate utilizzandole invece possono esserlo così come la conoscenza associata a queste risorse, che viene utilizzata per scopi di sussistenza, di medicina tribale dalle stesse comunità indigene e locali che la generano e che la diffondono anche oralmente attraverso il folklore.
I brevetti, come sappiamo, generano profitti quasi mai condivisi con la comunità tradizionale/indigena, spesso disinformata della stessa appropriazione indebita ed esclusa non solo dal brevetto iniziale, per il quale non è entrata in possesso di alcun diritto di esclusiva, ma anche da accordi di licenza o compensi per invenzioni successive fatte da terzi e basate sull’iniziale innovazione.[8]
Negli ultimi dieci anni in particolare vi è stata un’accelerazione per arrivare a un sistema giuridico internazionale trasparente e univoco che regolamentasse un riconoscimento effettivo nei confronti delle comunità indigene/tribali sia attraverso una condivisione di accesso e benefici (in inglese conosciuto con la formula access and benefit sharing, ABS), sia da un punto di vista più strettamente di proprietà intellettuale. Il Protocollo di Nagoya del 2014 e il recente Trattato OMPI sulla Proprietà intellettuale, le risorse genetiche e le conoscenze tradizionali (GRATK) del 2024 sono rispettivamente due tra gli strumenti internazionali di cui attualmente si dispone per proteggere le conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche.[9]
Nagoya e il recente Trattato GRATK in sede OMPI
Il Protocollo di Nagoya sull'accesso alle risorse genetiche e l'equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo, conosciuto anche come Protocollo di Nagoya (ABS) è un accordo del 2010 in seno alla Convenzione sulla diversità biologica (CBD) del 1992.[10] Il Protocollo è stato approvato il 29 ottobre 2010 nella città giapponese di Nagoya ed è entrato in vigore il 12 ottobre 2014.[11] Il suo scopo è l'attuazione di uno dei tre obiettivi della Convenzione: creare un sistema in cui la ricchezza della biodiversità sia utilizzata in modo responsabile e sostenibile, condividendo in modo giusto ed equo i benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche.
Sia la CBD che il Protocollo di Nagoya fanno riferimento alla conoscenza tradizionale di popolazioni locali e indigene associate alle risorse genetiche.
L’art. 8(j) della CBD[12] associava già le risorse genetiche alla conoscenza tradizionale delle comunità indigene e locali e ne promuoveva una loro tutela. L’Art. 7 del Protocollo di Nagoya disciplina il necessario consenso informato e preventivo connesso alla conoscenza tradizionale di comunità locali e indigene circa le risorse genetiche dei loro territori. Tuttavia, questo articolo fa riferimento alla necessità che siano i governi nazionali a regolarli in accordo con le comunità indigene e locali.
L’art. 12 del Protocollo è più specifico in quanto contempla la necessità di adottare requisiti contrattuali minimi di compenso, termini e clausole trasparenti ed eque per regolamentare l’ABS. L’articolo in questione richiama anche un’attenzione al genere, all’inclusione del diritto consuetudinario e a tutti quegli altri meccanismi utili al fine di adottare i migliori meccanismi di ABS per tutti i gruppi tradizionali che legano il loro sapere alle risorse genetiche.[13]
L’Organizzazione Mondiale della Proprietà intellettuale (OMPI) – una delle agenzie specializzate dell’ONU – è intervenuta sul tema delle risorse genetiche e della conoscenza tradizionale a queste legata. Il 23 maggio 2024 l’OMPI ha adottato a Ginevra un nuovo trattato internazionale sulla proprietà intellettuale, le risorse genetiche e le conoscenze tradizionali (conosciuto con l’acronimo: GRATK),[14] i cui lavori preparatori erano iniziati nel 2001.[15] Il GRATK lascia scoperto il nodo della protezione giuridica riservata al folklore vis-à-vis le risorse genetiche. Ciò non sorprende essendoci stati molti dibattiti sin dall’inizio dei comitati intergovernativi in sede OMPI sulla protezione giuridica da estendere al folklore[16]. Il Trattato, tuttavia, stabilisce per gli Stati che lo ratificano l’obbligo di divulgazione da parte dei richiedenti i brevetti le cui invenzioni si basano su risorse genetiche e/o conoscenze tradizionali a queste associate.
Il GRATK prevede, nello specifico, che se un'invenzione per la quale viene avanzata una richiesta di brevetto si basa su risorse genetiche, ciascuna parte contraente dovrà esigere dai richiedenti di rivelare il Paese d'origine o la fonte delle risorse genetiche (banca dati o comunità tribale/indigena se quest’ultima si basa su conoscenze tradizionali associate alle risorse).
Il GRATK sanziona la mancata divulgazione della fonte di conoscenza tradizionale senza invalidare il brevetto a meno che non ci sia un episodio di frode.
Conclusione
Le risorse genetiche in Africa sono a rischio costante di biopirateria, il che comporta una perdita di biodiversità vegetale, animale e di altri organismi. Ciò si riflette non solo in danni per l’ambiente ma pure per le popolazioni locali e indigene che vi basano la loro stessa sopravvivenza.
Tutele a livello nazionale, regionale e internazionale sono state adottate, specie negli ultimi dieci anni per un’accresciuta sensibilità verso questi fenomeni predatori e neocoloniali, che, dietro l’egida di ricerche scientifiche, si appropriano, spesso fraudolentemente o grazie alla complicità di governi fortemente indebitati e corrotti, di saperi tramandati da generazioni dalle stesse comunità locali e indigene.
È sulla conoscenza tradizionale legata alle risorse genetiche, che si basano molti diritti di proprietà intellettuale, i brevetti in primis, diritti che creano una proprietà esclusiva con profitti milionari senza che, a beneficio di chi ha generato la conoscenza, venga dato alcun tipo di riconoscimento morale ed economico.
In particolare, il Protocollo di Nagoya lascia la regolamentazione degli aspetti di ABS a una trattativa negoziale bilaterale tra lo stato e la comunità indigena/locale;[17] questo può essere un vantaggio ma anche un fattore negativo se mal gestito e privo di un reale monitoraggio esterno. Il Trattato GRATK, vuole essere uno strumento mirato a cogliere gli aspetti di proprietà intellettuale legati unicamente alla conoscenza tradizionale associata alle risorse genetiche delle popolazioni locali e indigene. Il Trattato GRATK rispetto al Protocollo di Nagoya ha lo scopo più limitato di migliorare la trasparenza nel processo di concessione dei brevetti, assicurando che attraverso la divulgazione delle conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche sia adeguatamente riconosciute e protette.
Per non incorrere in sanzioni, i richiedenti il brevetto avrebbero l'opportunità di rettificare la mancata divulgazione delle informazioni richieste a meno che non vi sia stata condotta o intenzione fraudolenta. A parte la frode, il Trattato GRATK prevede una clausola di non retroattività per la mancata informazione in quanto non trova applicazione per brevetti già concessi. Le sanzioni comminate all’interno del GRATK non hanno poi il potere di revocare, invalidare o rendere inapplicabile un brevetto esclusivamente sulla base della mancata divulgazione delle informazioni richieste.
Se, a quanto sopra, si aggiunge che degli attuali quarantaquattro paesi firmatari del GRATK, ventitré sono africani (due, Malawi e Uganda lo hanno già ratificato) e tra i Paesi ad economia avanzata solo la Svizzera lo ha firmato, il GRATK faticherà a trovare un’effettiva applicazione.[18]
Inoltre, per avere efficacia, il GRATK richiederà delle modifiche al Trattato internazionale di Cooperazione in materia di Brevetti in sede OMPI (conosciuto come PCT, che permette di depositare un brevetto internazionale) e le leggi sui brevetti e la proprietà intellettuale di riferimento dei singoli Paesi. Ciò nonostante, ci si augura che il Trattato GRATK possa trovare uguale adesione come quello di Nagoya attualmente firmato da centoquarantadue Paesi ed entità regionali, tra cui l’Unione Europea (tuttavia gli Stati Uniti – Paese dalle molte multinazionali nel settore agribusiness e farmaceutico – non sono firmatari né della CBD né tantomeno di quest’ultimo).
Vi è poi il problema discusso, ma di difficile trattazione, delle soluzioni sui generis di protezione anche al di fuori di un regime strettamente di proprietà intellettuale. Le comunità tribali e indigene quasi mai applicano le categorie di possesso tipiche di un mondo occidentale. Diventa indispensabile negoziare delle soluzioni ad hoc che vadano al di là delle categorie di diritti di proprietà intellettuale. Solo così si potrebbe ottenere un’informazione consapevole sull’utilizzo della TK e sui reali benefici per gli Stati africani e soprattutto per le comunità detentrici della conoscenza tradizionale applicata alle risorse genetiche del loro territorio.
La protezione delle risorse genetiche africane e del sapere tradizionale a queste strettamente connesso e, auspicabilmente del folklore, non è pertanto ad oggi garantita nonostante gli sforzi intrapresi da una parte della comunità internazionale.
[1] Per un quadro dei problemi africani distinti per categorie: Nazioni Unite Global Issues Africa (https://www.un.org/en/global-issues/africa).[2] Federico Pani (3 Maggio 2025): Il banco di prova per l’Africa subsahariana dopo il ridimensionamento di USAID, Africa,Quaderni Africani (https://www.africarivista.it/il-banco-di-prova-per-lafrica-subsahariana-dopo-il-ridimensionamento-di-usaid/263899/).[3] Special report The Economist: Why are some African countries improving and others not?(https://www.economist.com/special-report/2020/03/26/why-are-some-african-countries-improving-and-others-not)[4] Barkindo, Atta (2023): “Boko Haram-ISWAP and the Growing Footprint of Islamic State (IS) in Africa.” Counter Terrorist Trends and Analyses, 15, (2) pp. 12–17.[5] Micalizzi, Julie (2017), “Misappropriation of genetic resources in Africa a study of: pentadiplandra brazzeana, impatiens usambarensis, and combretum micranthum”, Journal of Law, Technology & the Internet, 8, pp. 1-29.[6] Russel Lawrence Barsh (1999), Indigenous Knowledge in Biodiversity’ in Darrell Posey (ed.) Cultural and Spiritual Values of Biodiversity, pp. 73-74.[7] Lewwinski, Silke Von (2004), Indigenous Heritage and Intellectual Property: Genetic Resources, Traditional Knowledge, and Folklore 164, Kluwer Law Int’l.[8] Micalizzi, ibid, p.2.[9] Atri strumenti sono il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (TI-RFGAA) ma anche le connessioni legate a trattati regionali e internazionali sui temi della protezione del TK e del folklore anche in termini di proprietà intellettuale: Swakopmund Protocol on the Protection of Traditional Knowledge and Expressions of Folklore, 2010, e l’Accordo TRIPS (Trade-Related Intellectual Property Rights Agreement TRIPS), del WTO.[10] Convenzione sulla diversità biologica disponibile sia nella lingua ufficiale che nella traduzione italiana sul sito (https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/convenzioni-e-accordi-multilaterali/convenzione-sulla-biodiversita-convention-on-biological-diversity)[11] The Secretariat of the Convention on Biological Diversity (2011) “Nagoya Protocol on Access to Genetic Resources and the Fair and Equitable Sharing of Benefits Arising from their Utilization to the Convention on Biological Diversity”: ISBN 92-9225-306-9 1. (https://www.cbd.int/abs/doc/protocol/nagoya-protocol-en.pdf). La versione originale è nelle cinque lingue ONU. Per un sommario: Protocollo sull’Accesso alle Risorse Genetiche e l’Equa Condivisione dei Benefici (https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/protocollo_nagoya_it-pdf[12] Ibid, nota 10.[13] Evanson, Chege Kamau (2019), “Implementation of the Nagoya Protocol: Fulfilling new obligations among emerging issues”, Federal Agency for Nature Conservation, pp. 153. ISBN 978-3-89624-325-6[14] Il Trattato GRATK dell’OMPI (https://www.wipo.int/treaties/en/ip/gratk/).[15] Dutfield, Graham and Suthersanen, Uma (December 23, 2023). Traditional Knowledge as Intellectual Property Subject Matter: Perspectives from History, Anthropology, and Diverse Economies Queen Mary Law Research Paper No. 418/2024, (http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.4709231).[16] Narciso, Alessandra (2007) The legal protection of folklore: can copyright assist or is a Sui generis right necessary? PhD thesis, University of Leeds (https://etheses.whiterose.ac.uk/id/eprint/26082/1/493783.pdf).[17] Evanson Chege Kamau (2019): “Implementation of the Nagoya Protocol: Fulfilling new obligations among emerging issues”, Federal Agency for Nature Conservation, pp. 153. ISBN 978-3-89624-325-6.[18] https://www.wipo.int/export/sites/www/treaties/en/docs/pdf/gratk.pdf.