A volte ritornano
di Federico M. Butera
Ancora nel gennaio del 2022 sembrava che l’Europa si fosse seriamente incamminata verso l’obiettivo che si era posta col Green Deal: portare a zero le emissioni nette entro il 2050. Ma ecco la guerra in Ucraina, dobbiamo liberarci al più presto del gas russo. L’Europa risponde con il piano RepowerEU che prevedeva una forte riduzione del consumo di gas entro il 2030. Notizia ferale per le multinazionali del gas, che passano al contrattacco. Prima fra tutte, in Italia, l’ENI, che approfittando anche del nuovo governo (si sa, con i governi di destra le multinazionali Oil&Gas vanno a braccetto, Trump docet), e della necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, tira fuori dal cilindro un magnifico coniglio: l’Italia hub del gas per l’Europa. L’idea è di alimentare l’Europa con il gas proveniente non solo dai gasdotti che ci collegano all’Africa, ma da anche da quello, proveniente dall’Africa, dal Medio Oriente e dagli USA, prima liquefatto e traportato via nave e poi rigassificato in Italia.
È il ritorno del gas al centro del sistema energetico. Un ritorno, però, che comporta la costruzione di nuove infrastrutture per la rigassificazione e il trasporto in Italia, e altre per estrazione, trasporto e liquefazione nei paesi di origine. In Italia vengono aggiunti due nuovi rigassificatori e altri due si vorrebbero fare, a Gioia Tauro e a Porto Empedocle. E ci vuole pure un nuovo gasdotto per convogliare il gas da sud a nord, la dorsale adriatica.
Protagonisti di questo progetto sono ENI e SNAM, che stanno investendo ingenti quantità di denaro, ma non sono sole, perché altre multinazionali europee del gas stanno rafforzando l’offerta con nuove prospezioni, nuovi siti di estrazione e nuovi gasdotti.
Tutto questo in una fase di forte riduzione dei consumi di gas in Italia e in Europa e con la prospettiva che non se ne userà quasi più entro il 2050.
Ma dato che gli investimenti infrastrutturali richiesti, affinché siano redditizi, hanno bisogno che la domanda di gas continui ad essere sostanziosa per almeno 20-30 anni, sono forse autolesionisti? Evidentemente no, perché contano sulla loro forza di condizionamento della politica Europea, grazie anche alla crescita delle destre, e sul potere degli USA che vogliono il ritorno alle fonti fossili. Faranno in modo che il Green Deal non si realizzi.
Infatti, sono gli USA i maggiori beneficiari già ora dell’aumento del flusso di gas che ci arriva via mare sotto forma di GNL (Gas Naturale Liquefatto) per occupare meno volume e che va ai rigassificatori. Nel 2024 il 34% del GNL importato proveniva dagli USA; nei primi sei mesi del 2025 è stato il 45%, in rapidissima crescita, che non può che aumentare per l’obbligo imposto da Trump all’Europa: importare fonti energetiche per 750 miliardi di euro.
Col gas USA c’è anche un altro problema. Quello che ci arriva fa una lunga strada: viene estratto per l’80% mediante la tecnologica detta fracking, che comporta notevoli emissioni di gas in atmosfera, viene poi avviato a gasdotti, lunghi anche migliaia di km, dove si hanno perdite, fino ad arrivare a un impianto di liquefazione a una temperatura di –162 °C e da lì va alle navi metaniere. La liquefazione richiede molta energia, con conseguenti emissioni di CO2 e durante la navigazione un po' di GNL evapora in atmosfera. Arrivato in Italia, il GNL viene trasferito al rigassificatore che lo riscalda e lo riporta in forma gassosa. Anche qui occorre energia con conseguenti emissioni. Dal rigassificatore il metano viene finalmente immesso in rete.
Ebbene, secondo uno studio condotto dalla Cornell University, il gas che segue questo percorso causa emissioni di gas serra pari al 33% superiori a quelle del carbone, che costa molto meno. Ciò perché il metano sfuggito in atmosfera è un potente gas serra, ben 85 volte più della CO2 nei primi vent’anni dal rilascio e 30 volte a cento anni.
A questo ci porta il ritorno al gas: la sicurezza che il clima continuerà a peggiorare, a danno della collettività, ma con enorme vantaggio per gli azionisti delle Oil&Gas che vedranno andare alle stelle i loro dividendi.
E veniamo ad un altro ritorno, quello del nucleare. È l’ideale, dicono, perché non emette CO2 e non è imprevedibile come le fonti rinnovabili. Vero, ma fotovoltaico ed eolico sono resi prevedibili con i sistemi di accumulo, e il costo del kWh prodotto da fonti rinnovabili + accumulo è inferiore a quello del kWh nucleare, come certificano la IEA e il Fraunhofer Institute tedesco, fra gli altri, e poi per costruire una centrale nucleare ci vuole almeno un decennio, e dobbiamo decarbonizzare il sistema energetico in fretta per tenere l’incremento di temperatura globale entro 1,5 rispetto al valore preindustriale.
Ma dicono, altro coniglio tirato fuori dal cilindro, che ci sono gli SMR, gli Small Modular Reactors, i reattori piccoli modulari, che costano poco e si costruiscono in fretta. Peccato che non ce ne sia neanche uno costruito nel mondo occidentale, per cui non si sa né quanto costano né in quanto tempo si costruiscono. Fumo negli occhi per ritardare le rinnovabili, la transizione energetica, e lasciare sempre più spazio a un altro coniglio: la CCS, acronimo per Carbon Capture and Storage, cioè estrazione della CO2 prodotta dalle centrali elettriche e dalle fabbriche, e accumulo sottoterra in modo che non finisca più in atmosfera, così possono continuare ad essere alimentate col gas. È uno dei cavalli di battaglia dell’ENI, che ha avviato un progetto CCS nel giacimento esausto di idrocarburi nell’Adriatico, di fronte Ravenna. Anche qui, estrarre e sotterrare la CO2 costa molto più che non produrla ricorrendo alle rinnovabili. Ma tanto, sia per il nucleare che per la CCS ci pensiamo noi cittadini, con gli incentivi governativi, a pagare. L’azionista ci guadagna sempre.
La parola d’ordine che hanno è: la transizione energetica non s’ha da fare.
Sta anche a noi impedire che il loro piano si realizzi.