Furore

di Marco Giovagnoli

Quando uscì negli Stati Uniti, nel 1939, già The Grapes of Wrath di John Steinbeck, pubblicato l’anno successivo in Italia con il titolo Furore, venne messo sotto accusa da parte della solida democrazia yankee. Soliti problemi: Steinbeck era considerato una sorta di comunista infiltrato, la sana imprenditoria (i padroni) non si tocca e tantomeno si calunnia, le basi documentali a sostegno dell’impianto narrativo venivano messe in discussione. Non che in Italia, sia chiaro, sia andata meglio: un po’ la consuetudine di tradurre in modo, diciamo così, allegro, un po’ la consonanza fascista coi difensori del padronato, modificano la forma e la sostanza del libro con tagli e riscritture pesanti, e si dovrà attendere il 2013 per avere la versione integrale e un’ottima traduzione. The Grapes of Wrath vinse il Nobel nel 1962 e la trasposizione cinematografica, del 1940 (con un parterre de roi di attori e attrici) – non fedelissima ma molto bella – vinse due Oscar. Insomma, una pietra miliare nella cultura del Novecento.

Qui se ne fa una rilettura ingenua, non una recensione colta, e si appunta (al di là della qualità letteraria) sulla capacità profetica di Steinbeck, o sulla sua lungimiranza o ancora, se vogliamo, la sua incredibile modernità. Il filo rosso del romanzo è l’espulsione degli ex mezzadri del Midwest colpiti dalle tempeste di polvere di qualche anno prima dai loro terreni, ad opera dei nuovi capitalisti agrari, e il loro viaggio, da migranti interni verso la costa ovest degli Stati Uniti e segnatamente la California. Protagonista di questo esodo è la famiglia Joad e un corollario di altri compagni di viaggio, animati dalla disperazione e dalla ricerca di un’altra possibilità di vita.

Anzitutto il motivo per cui i contadini debbono migrare: quella che è senza dubbio una catastrofe ambientale magari usuale oggi in molte aree del Sud del mondo – le famigerate dust bowl degli inizi del Novecento – mette in ginocchio un’economia agricola di piccola scala, distrugge o condiziona seriamente i raccolti e i contadini vanno sul lastrico; non si può non pensare che il cambiamento climatico oggi in atto condizionerà sempre più il mondo agricolo e i suoi attori, in particolar modo i più piccoli e ancor più puntualmente quelli del Sud del mondo. Allora come oggi gli interessi della finanza e del capitalismo si saldano: le banche interrompono i flussi di credito ai contadini e ne decretano la rovina, lasciando le famiglie alla mercè degli speculatori e degli affaristi; la fine di una sorta di agricoltura su piccola scala è plasticamente restituita dall’immagine dei nuovi mezzi meccanici che diventeranno i protagonisti dell’agricoltura capitalista – i trattori – che vengono inviati non solo a ‘razionalizzare’ le modalità di coltivazione (ovviamente ‘efficientandole’), ma a razionalizzare anche il paesaggio agrario, quello che conosciamo oggi nelle grandi aree monocolturali statunitensi e di altri ‘granai’ del mondo; i trattori non deviano dalle loro traiettorie, e spianano anche le case di legno dei mezzadri, concretizzando l’idea stessa di espulsione dalla terra dei contadini.
 
Ma a questa prima consonanza con la contemporaneità – banche che strozzano, accaparratori che si fanno avanti, riscrittura del paesaggio – man mano che i profughi si incamminano verso un altro destino nuove ombre del passato che ritorna si palesano: nessuno vuole i migranti, sono concorrenti e straccioni che sia il ‘popolo’ come le ‘istituzioni’ vogliono tenere alla larga dalle proprie case e dal proprio paese o, nella peggiore delle ipotesi, braccare come animali e come animali abbattere. Forse è una guerra tra poveri, forse è l’illusoria difesa delle proprie prerogative, per quanto misere (un po’ come l’attuale spostamento verso la destra dei possidenti di una parte della classe operaia, per capirci), forse è un sottile razzismo tra persone indubitabilmente simili ma ideologicamente portate a rispecchiarsi nelle proprie ‘piccole patrie’ e a giudicare gli altri lungo una scala di valori che vede sempre al centro il ‘patriota’: il viaggio dei Joad e dei loro compari incontra il volto truce di una società armata e pronta ad usare le armi, con una leggerezza che ancor oggi sorprende, soprattutto negli stesi Stati Uniti, così come anche il fortunato incontro con la solidarietà di pochi, che accoglie e sostiene, come oggi vediamo nei confronti dei nuovi migranti, non più interni ma provenienti dai cento angoli del mondo.

C’è un’altra sorprendente similitudine con la contemporaneità, quando Steinbeck descrive con straordinaria precisione (lo farà anche in altri suoi lavori) uno dei drammi nel mondo dell’agricoltura  e della manifattura, quello che oggi conosciamo come caporalato: rifiutati simbolicamente e culturalmente, gli sfollati in marcia diventano risorsa preziosa per il raccolto di frutta e verdura, o di cotone, per un padronato agrario che si serve appunto di reclutatori che intercettano i disperati in cerca di lavoro per racimolare qualche centesimo di dollaro per mangiare. Ma il padronato, ben consapevole dello stato di necessità dei migranti, ne approfitta per ridurre progressivamente la paga, sino al minimo sopportabile per cui accade che ci si possa organizzare in qualche modo, tra i braccianti, per reclamare non certo diritti ma almeno una retribuzione minimamente dignitosa; c’è tuttavia quasi sempre un disperato più disperato di qualcun altro, disposto a lavorare per quella paga rifiutata e magari etichettato come crumiro; quest’esercito di lavoratori di riserva viene rastrellato ed utilizzato, al meglio come arma di pressione – se non vuoi lavorare per quella cifra c’è un altro che lo farebbe – e, al peggio, per punire la volontà di resistenza e di aggregazione con il licenziamento, in quel caso spesso effettuato sotto minaccia armata da parte di squadracce assoldate dai proprietari terrieri (ancor oggi abbiamo avuto notizie, nel nostro Paese, di questa pratica!). Nulla di così distante da ciò che accade nelle aree del Made in Italy alimentari – la Capitanata, l’Agro Pontino, ma anche altre aree ‘insospettabili’ del Nord Italia – o in quelle del tessile e della produzione anche per l’alta moda; e pure in tantissime aree del dominio delle multinazionali globali, dal Centroamerica al Sudest asiatico, passando per le predazioni in Africa.

Ad uomini in molti casi borderline o travolti dagli eventi si affiancano donne forti e in grado di fungere da ‘collante’ familiare e sociale, come nel caso della matriarca Ma’ Joad, al contempo cuoca di emergenza ed economa, motivatrice e confidente, stratega e mediatrice, quell’anello forte per dirla con Nuto Revelli il cui ruolo viene offuscato dal protagonismo spesso violento, quasi sempre irruento dei maschi di famiglia e non solo; anche qui Steinbeck pone un problema centrale per quanto riguarda la stabilità di una società patriarcale che ancor oggi stenta a tramontare, sia nella forma – il rinnovato ethos machista sia pubblico che individuale di questi anni – che nella sostanza, anche nel processo di maschilizzazione del potere femminile. Ma’ Joad non cede mai alla tentazione di sostituirsi agli uomini, al loro ruolo, ma acquisisce l’autorevolezza che naturalmente deriva dall’agire positivamente per la comunità (la sua famiglia, ma non solo, come nella straordinaria e fortissima ‘scena’ finale del romanzo, quando aiuterà a mettere in pratica – piuttosto estrema – l’imperativo del dar da mangiare agli affamati).

Dunque, i rischi del clima, la finanza spietata, il capitalismo cannibale, il conflitto tra gli spossessati, la ferocia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’atavica ostilità verso chi migra, l’emergere della solidarietà quando meno te lo aspetti, il ruolo della donna nel mondo competitivo e patriarcale: John Steinbeck sembra parlare al e del mondo d’oggi e con quella medesima limpida radicalità che oggi come allora espone chi la pratica alla gogna dei guardiani dell’ortodossia. Ovviamente le chiavi di lettura sono molteplici e forse, per un’opera così raffinata, di fatto inesauribili, com’è nella natura dei capolavori di tutti i tempi.

Il testo di riferimento è Furore, nell’edizione Bompiani del 2013, ristampa del 2019, traduzione di Sergio Claudio Perroni.