Il peggio e il meglio

Le eredità degli anni 70

di Alberto Tarozzi 

Anni 70. Il contesto

I migliori anni della nostra vita?
I peggiori anni della nostra vita?
Forse entrambe le cose, se gli anni migliori sono quelli in cui vengono alimentate le speranze e se gli anni peggiori sono quelli in cui si scopre che quelle speranze altro non erano se non illusioni.
Gli anni 70 rappresentarono un arco di tempo nel quale l’orizzonte dei possibili si dilatò oltre i limiti del finito. La complessità dell’epoca in cui si viveva, quanto meno in Italia, lasciava intravvedere la possibilità di percorrere strade fino a quel momento inesplorate.
In parte per un sia pur limitato aumento del reddito, ma soprattutto perché l’immaginazione poteva spaziare tra luoghi fin lì impraticabili dai più, a Sud come a Nord, a Oriente come ad Occidente.
Perché l’immaginazione, nei suoi tentativi di “andare al potere”, suggeriva strategie che in anni precedenti sarebbero parse fuori dai nostri mondi del vivere quotidiano.
Perché risultavano tangibili cose, relazioni, avventure che venivano a rientrare nei confini del raggiungibile come mai, prima di allora, era accaduto.
Ma poi, le speranze si fanno illusioni e le delusioni sopraggiungono.

In primo luogo, perché all’infinità dei possibili corrispondeva un tempo di vita individuale disperatamente finito, a dispetto del prolungarsi della vita per qualche anno in più, senza contare la dubbia qualità degli ultimi anni.
Ma soprattutto perché i nostri sistemi sociali, con la loro struttura inesorabilmente piramidale, dovevano prima o poi disvelare che quanto era probabilisticamente “possibile” per ciascuno non era possibile che per una ristretta minoranza dei desideranti.

Perché non ci sono protagonisti che stanno davanti, se non si accompagnano con molteplici comprimari, che se ne stanno dietro. Perché non ci sono i primi senza gli ultimi.
Perché la centralità, come noi la intendiamo, implica l’esistenza delle periferie.
Perché non puoi dilatare il tuo tempo libero a dismisura se non ci sono quelli che te lo fanno pienamente godere a spese del proprio.
A questi meccanismi strutturali e generali, si accompagnano effetti specifici empiricamente tangibili.
Ad esempio, i titoli di studio cui si dilata l’accesso, ma senza più garantire i privilegi cui potevano accedere i pochi titolati dei tempi che furono. Il degrado delle oscure periferie nelle metropoli coi centri più luminosi. La lotta all’ultimo sangue tra chi aspira a stare sopra e viene relegato al di sotto.
È una delusione delle aspettative che cresce al crescere delle aspettative stesse. È appunto il piacere della speranza che declina, col diffondersi delle illusioni e delle conseguenti frustrazioni.
È allora che la comunanza di vissuti precari può diventare una risorsa, dalla vita di coppia alle cooperative, a nuove forme di sindacalismo contro vecchie e nuove forme di accumulazione privata e di controllo sociale. Sempre alla ricerca di una stabilità che non sia di impedimento alla sperimentazione.
Da qui un movimento fatto di precari, di periferici, di esclusi di ultimi della fila, quando scoprono che le carte sono truccate, che il paradiso proposto a tutti implica, di necessità, l’inferno per tanti.
Da qui il desiderio di violentare gli spazi, i tempi e con essi la natura delle cose così come le si erano conosciute. Il tutto a partire da micro-universi frammentati e contraddittori improbabile premessa di nuovi gruppi politici duraturi, ma ancor meno possibile supporto delle istituzioni politiche ed economiche che rappresentano il potere.
Tutto e subito.
Prendiamoci la città.
Vogliamo tutto.
A prefigurare un universo sovversivo e sovvertito, dove le gerarchie piramidali vengano cancellate.

I soggetti in movimento

Come si muovono dunque, in tale contesto, i soggetti che vorrebbero cambiare il mondo?   
Esistono tratti identitari e orientamenti che li contraddistinguano da quelli tipici delle generazioni passate?
In sintesi, in cosa consiste la loro ricerca?
Da un lato, come abbiamo visto, l'orientamento diffuso al percorrere nuove vie, implica una propensione alla sperimentazione continua, a volte convulsa, quando si percepisce che il tempo di vita non basta a consentire l'accesso a qualche percorso. Ma è d'altro canto, questo continuo sperimentare, a imporre qualche stop, qualche pausa di riflessione che ponga un limite allo spaesamento susseguente la ricerca del nuovo.
Abbiamo altrove definito come questa doppia pulsione, apparentemente contraddittoria, si materializzi in una ricerca di sperimentazione che coesiste e si nutre di momenti riflessivi che implicano, al contrario, una ricerca di stabilità.
La ricerca di nuovi incontri comporta il bisogno di legami fiduciari su cui potere contare stabilmente.
Praticare l'universo richiede la possibilità di potere ricorrere, all'occorrenza, al sostegno di un microcosmo conosciuto.
La metropoli dell'innovazione continua ci esalta, ma il borgo delle tradizioni radicate nel tempo esalta il suo fascino.
Ricerca di stabilità e ricerca di sperimentazione appaiono infine all'osservatore nella loro complementarità.
Ma se questi sono i tratti che conferiscono ai comportamenti di quegli anni la possibilità, sia pure embrionale, di tradursi in movimento, come luogo di confluenza dei mille rivoli che animano una ricerca del nuovo, come passare, da queste identità sfuggenti, alla definizione delle poste in gioco e del nemico?
Sulle prime si è parlato di una rivoluzione silenziosa, di valori postmaterialisti come la qualità della vita, la preservazione dell'ambiente, la pace, valori cioè, che implicano una convivenza tra identità un tempo incompatibili tra di loro se non ignote le une alle altre.
Valori di certo preesistenti, ma che acquisiscono una centralità finora mai così intensamente vissuta.
Sul secondo, il nemico, il discorso si fa più pesante perché comporta una presa in analisi di aspetti, forme di lotta che hanno assunto anche i caratteri devastanti della militanza armata.

Anni 70, la lotta armata e altre cose

Facciamo un passo indietro. Abbiamo parlato finora di una convivenza tra ricerca di stabilità e ricerca di sperimentazione.
La coesistenza di due percorsi di successo in entrambi gli ambiti presuppone il poter inserire la retromarcia e tornare al punto di partenza: in poche parole, una vita intensa fin che si vuole, ma fatta pur sempre di percorsi reversibili.
Questa reversibilità però mal si concilia con forme di sperimentazione con le quali si possono oltrepassare i confini della vita, propria e altrui.

1985, partecipo in qualità di relatore a un corso di aggiornamento destinato a detenuti del carcere di San Vittore (carcere di Milano) destinato a detenuti rei di aver fatto parte di formazioni comuniste combattenti (Brigate rosse, Prima linea, ecc.). Ne esco con una strana sensazione, quella di essermi imbattuto in una collettività di persone che potrebbe essere riconducibile a un campione significativo di coloro che, negli anni ‘70, avevano come me partecipato a cortei e occupazioni senza nemmeno aver tirato un sampietrino contro la polizia.
Stessa miscela poliedrica di soggetti timidi e aggressivi, di militanti introversi ed estroversi.
E io allora? come mai non ho sperimentato le stesse pratiche, non sono scivolato negli stessi sentieri da cui non si torna indietro?
Mi ritornano ossessivamente nella testa le parole di una canzone di un folksinger statunitense morto suicida. Phil Ochs, There but for fortune, "Solo per caso".
 
2013 un individuo tutto vestito di bianco, chiamato Francesco, visita a Roma il carcere di Rebibbia. Intervistato all'uscita a chi gli domanda le sue impressioni, risponde con un interrogativo "Perché loro e non io".
Mi sento meno solo. Gli anni ‘70 hanno colpito anche chi li aveva vissuti sotto i colonnelli argentini.