Utopie e distopie ‘verdi’
di Marco Giovagnoli
Che la ‘questione ambientale’ sia assolutamente centrale per le sorti dell’umanità, e in primis la annunciata catastrofe climatica, non c’è alcun dubbio (avremmo detto, sino a qualche tempo fa, la più rilevante ma, per non farci mancar nulla, il rinnovato clima bellicistico ha riportato in auge il tema della catastrofe nucleare – tuttavia, affrontiamo una catastrofe alla volta). Non c’è dubbio che, a partire dagli anni Settanta del Novecento, la messa in discussione del modello di sviluppo occidentalizzante come ecocida abbia collocato l’ambientalismo (o l’ecologismo, o comunque lo si voglia definire) al centro della riflessione e dell’agire sia in ambito politico, che in quello intellettuale, tra i movimenti sociali e in generale nella società, in particolare dei Paesi ‘avanzati’, maggiormente responsabili delle minacce e dei danni ambientali. L’aggressione umana al pianeta si è spinta talmente in là che, a fianco degli approcci ‘riformisti’ – come ad esempio quelli delineati nel Rapporto Brundtland, la ‘bibbia’ dello sviluppo sostenibile – si sono sviluppate numerose utopie relative alla fine dell’epoca dell’ecocidio e il sorgere di una nuova società, di un nuovo mondo che facesse la pace con la natura, con tutti gli esseri viventi di essa parte, per un riequilibrio dei rapporti di forza che facesse riferimento di volta in volta al Creato, a Gaia, al teofemminismo radicale, alla Natura stessa come ente in sé portatore di diritti. Molti di questi approcci hanno saldamente contribuito a costruire una cosmogonia di riferimento a tutt’oggi ancora valida ed anzi utile a ridefinire le sfide e l’azione per il futuro.
Nella sua radicalità – forse necessaria nel suo stato nascente – la prospettiva ecologista ha portato in sé, e con sé, una serie di proposte che si sono mosse, per così dire, tra l’utopia e la distopia. Qui ne discutiamo alcune.
L’humus nel quale crescono gli approcci “profondi” (il termine lo mutuiamo dalla corrente forse più nota dell’ecologia radicale, chiamata Deep Ecology) è quello dell’ecologismo più tradizionale, fortemente legato al valore-in-sé della natura e attento alla conoscenza delle sue dinamiche interne, a prescindere dallo sguardo culturale proprio delle civilizzazioni. Ciò conduce il movimento profondo ad avvicinarsi ad un sostanziale biocentrismo, in contrasto con gli approcci indiscutibilmente antropocentrici dell’ambientalismo certamente, ma anche dell’approccio sociale (che era quello invece più influenzato dal neomarxismo); il grado, per così dire, di biocentrismo varia all’interno del movimento, dalle prime formulazioni di Arne Naess (uno dei padri della Deep Ecology) sulla sostanziale uguaglianza ontologica di vita umana e non-umana alle tesi più oltranziste condivise dai radicali statunitensi di Earth First! e di movimenti consimili, come il Sierra Club anch’esso statunitense. Nel suo intervento su The Ecologist “Deep Ecology and Ultimate Premises”, del 1988, Naess, quindici anni dopo la formulazione dei principi di base della Deep Ecology, riprende il tentativo di identificare una base (una piattaforma) comune ai vari approcci deep, spostando il fuoco su un versante più radicale che non le premesse. La piattaforma, elaborata assieme ad un altro padre fondatore dell’ecologia profonda, George Sessions, rivela una critica più serrata alla presenza umana sul pianeta, presenza che diviene a certi livelli incompatibile con il mantenimento della vita così com’è del restante mondo biotico e che quindi va ridotta. Degli otto punti della piattaforma, il primo ed il secondo si riferiscono al valore-in-sé della vita non umana, che ha valore indipendentemente dalla presenza umana; il terzo impone agli umani la possibilità di ridurre la ricchezza e della diversità delle forme naturali solo nella misura in cui serve alla pura soddisfazione dei bisogni vitali; il quarto e il quinto principio stabiliscono che la presenza umana sul pianeta è eccessiva e che va ridotta; il sesto e il settimo invocano un mutamento qualitativo della vita umana e una completa ridefinizione delle politiche sin qui seguite in campo economico e tecnologico; l’ultimo è una sorta di richiesta di sottoscrizione degli altri sette. Non solo l’uomo non è più al centro dell’universo, ma nell’angolo in cui è stato spostato occupa ancora troppo posto, anche se non è chiaro attraverso quali processi l’invadenza umana possa essere ridotta. Sessions è ancora più chiaro a proposito: “Come sono andati documentando gli ecologi professionisti sin dagli anni Sessanta, gli umani non sono più in equilibrio – e non lo sono più in maniera grave – con il resto del pianeta. Una popolazione umana di uno o due miliardi di persone che vivesse sobriamente sul pianeta sarebbe con tutta probabilità sostenibile […]. È possibile che il bisogno vero, reale di assicurare i mezzi di sussistenza dell’uomo e l’uguaglianza, un ambiente umano scevro da inquinanti e ‘un’occupazione lavorativa’ nel breve termine in un mondo gravemente sovrappopolato, abbia oscurato la necessità di proteggere e ricomporre l’integrità ecologica di lungo periodo del pianeta?”.
Il vero problema è il disequilibrio globale creato dalla sovra presenza umana e il vero rimedio è la restaurazione di ampie aree di selvaggità (wilderness) di fatto precluse all’uomo; la giustizia sociale non è una precondizione per l’equilibrio ecologico, ma semmai una conseguenza. Sessions riporta la proposta operativa di Naess: un mondo diviso per un terzo in wilderness totale (la vita non-umana allo stato selvaggio), un terzo in natura libera (comunità miste di uomini e specie selvagge in ecosistemi ampiamente ‘non civilizzati’), ed un terzo lasciato per le città, le strade, l’agricoltura ed altro per la colonizzazione intensiva del pianeta da parte degli umani. Le zone “liberate” dall’uomo (o da ulteriori approfondimenti della colonizzazione umana), nel mentre del processo, dovrebbero essere protette da gruppi di persone poste a difesa delle zone stesse.
Il radicalismo biocentrico assume spesso connotati misantropi: il riferimento è ad esempio ad una serie di articoli usciti sulla rivista Earth First! tra il 1986 e il 1987 (in particolare un articolo del 1986 di G. Wuerthner e D. Conner dal titolo “Miss Ann Trophy”, del quale non sfuggirà il gioco di parole insito nel titolo stesso) nei quali i militanti del movimento si esprimono in favore della carestia e della diffusione delle malattie (AIDS compresa) a livello globale come soluzioni ecologiche per la drastica riduzione della presenza umana sul pianeta la quale – con l’eccezione di chi ha preso coscienza– viene considerata intrinsecamente distruttiva nei confronti dell’ambiente. Le posizioni di Earth First!, di Dave Foreman, del romanziere Edward Abbey, ed in generale dell’ala radicale della Deep Ecology si comprendono bene attraverso la lettura di un testo di Bill McKibben, La fine della natura, che significativamente è sottotitolato nella versione italiana “il manifesto dell’altra ecologia”. La posizione radicalmente biocentrica (la vera rivoluzione culturalenei rapporti tra esseri umani e natura, il ritirarsi da un lato ‘umilmente’) implica non solo il rigetto ovvio per la società dei consumi, o per lo sviluppo mainstream, ma anche per il progetto di management verde sulla gestione tecnologica (e biotecnologica) di un ambiente modificato o addirittura per programmi di mantenimento della wilderness laddove questa si trasforma in spazio per perdersi a vantaggio di qualche avventuroso naturalista (una critica feroce a Thoreau, pure considerato un guru dell’ambientalismo), o ancora per la stessa ipotesi Gaia di James Lovelock, il cui rischio maggiore è che nella credenza che la Terra sia un organismo autoregolantesi stia l’autorizzazione ad oltrepassare i limiti dell’impatto ambientale (una sorta di mega-permesso di inquinamento). La natura ha valore in sè stessa indipendentemente ed anzi contro la presenza umana, ed un albero non abbattuto ha valore in quanto tale, non perché possa essere in qualche modo esteticamente goduto. Nella difesa del diritto alla soggettività della natura – un diritto spesso portato avanti anche con azioni cruente da parte dei radicalisti ecologisti (in fondo Theodore Kaczynski, ossia Unabomber, si muove da quest’ambito) – il rapporto esseri umani-natura si configura come un dono (una relazione tipicamente umana) per il quale non è previsto né voluto un ritorno, maggiore o minore che sia.
Al centro delle preoccupazioni dei radicali ricorre costantemente il problema della sovrappopolazione, elaborato in termini strettamente maltusiani a dispetto delle stesse cautele dell’ultimo Malthus (e delle scarse verifiche storiche posteriori); al di là del misantropismo sul lungo periodo, esisterebbe un problema anche attuale legato ai flussi migratori che, a giudizio degli oltranzisti, costituiscono un grave attentato in termini di aumentata pressione antropica all’integrità ecologica a livello locale: Messicani, Etiopi ed altri non-Europei vengono in questo modo condannati ‘alla rottamazione ecologica’. Capofila delle posizioni oltranziste è il già citato cofondatore di Earth First!, Dave Foreman, fortemente influenzato dalle posizioni ultra-individualiste di Edward Abbey. Va ricordato come già negli anni Ottanta del Novecento il già ricordato Sierra Club si sia pronunciato contro l’immigrazione messicana nel Sud degli Stati Uniti proprio in nome dell’eccessiva pressione sulle risorse locali da parte degli immigrati. In una intervista rilasciata proprio alla rivista del Sierra Club, Dave Foreman – alla domanda sul perché la protezione della wilderness fosse l’obiettivo prioritario del movimento – sosteneva che la diversità naturale, qual è possibile realizzare solo in aree molto lontane dagli insediamenti umani, offre le basi reali per l’evoluzione naturale; solo così “ci sarà qualcosa cui ritornare, dopo che gli esseri umani, in qualunque maniera, avranno distrutto la loro civiltà”.
Poiché il tema della sovrappopolazione è da sempre un tema centrale nel dibattito su ambiente e sviluppo, occorre ricordare che le posizioni oltranziste non sono appannaggio di una ristretta cerchia di movimentisti, ma vengono di fatto condivise o, meglio, legittimate, anche nel contesto della scienza ‘ufficiale’, come ben evidenziato nei lavori dei (forse) più famosi esponenti della paranoia demografica, i coniugi Ehrlich ed in particolare Paul R. Ehrlich, docente di biologia specializzato in entomologia. Il lavoro più famoso è certamente The Population Bomb, un’opera della fine degli anni Sessanta al centro della quale viene posta la semplice assunzione maltusiana di una impossibilità per la specie umana di sopravvivere stanti i presenti livelli di crescita e lo stile di vita assunto. Il celebre incipit con il quale P.R. Ehrlich dava il via alla sua riflessione, “La battaglia per nutrire tutta l’umanità è finita”, lungi dal significare un successo nelle politiche di sviluppo degli anni Cinquanta e Sessanta, annunciava l’inizio di una potenziale – ma non troppo – catastrofe. L’accento sulla frase non va infatti posto sul nutrimento, quanto su quel tutta l’umanità che di fatto, come un pericoloso batterio o una cellula cancerogena continua ad espandersi e a diventare la metastasi della Terra. Qualsiasi programma di sviluppo, secondo Ehrlich, è destinato solamente a sospendere la condanna a morte dell’umanità, se non accompagnato da misure di contenimento e decremento della popolazione ferree e fermamente applicate. L’inizio del processo che ha condotto alla crisi attuale viene individuato circa 8000 anni or sono, quando la stanzializzazione dei cacciatori dà vita ad una società agricola nella quale la vita è meno insicura ma con la quale l’uomo comincia a destabilizzare l’equilibrio ecologico attraverso il controllo dei cicli naturali orientato ad una più alta produttività. Il progresso delle condizioni socioeconomiche in tutto il mondo ‘civilizzato’ ha come conseguenza estrema l’impressionante aumento della popolazione mondiale registrato nel secolo scorso. Rivoluzione agricola prima e rivoluzione industriale poi approfondiscono la crisi concedendo migliori condizioni di vita e migliori possibilità di cura. I tassi di mortalità decrescono in maniera impressionante in tutto il mondo (anche in quello ‘non sviluppato’), mentre solamente nei Paesi industrializzati si assiste ad una decelerazione di quelli di nascita. L’eredità più amara della Seconda guerra mondiale, lungi dall’essere l’Olocausto o l’annichilimento atomico, sembrerebbe essere stata un’altra: “Con la Seconda guerra mondiale ci è crollata addosso la catastrofe finale, nel senso che abbiamo preso la nostra straordinaria tecnologia medica e l’abbiamo repentinamente disseminata per l’intero pianeta. Il risultato: in lungo e in largo tutto quello che viene eufemisticamente chiamato il ‘mondo non sviluppato’ (o, come altri dicono correttamente, il ‘mondo affamato’) abbiamo avuto un disastroso declino nel tasso di mortalità. Allo stesso tempo si sono verificati ulteriori leggeri aumenti del tasso di natalità, grazie allo sradicamento di malattie quali la gonorrea in aree dove questa è la causa di un certo ammontare di sterilità”. Dario Paccino, nel suo L’imbroglio ecologico, del 1972, riporta la posizione del genetista Adriano Buzzati Traverso (fratello di Dino): “Chi poteva prevedere che la meravigliosa scoperta degli antibiotici, salvando la vita di miliardi di bimbi, avrebbe prodotto gli insolvibili problemi economici e sociali dei paesi in via di sviluppo? […] La ‘rivoluzione verde’ ha determinato lo scatenarsi in quelle nazioni di problemi sociali ed economici forse peggiori dell’aver lasciato morire di malattie infettive o di fame nei primi mesi di vita quegli sfortunati bambini” (anche il Maestro Illich non la pensava tanto diversamente).
Di norma, la crescita della popolazione viene rappresentata in maniera impressiva dai vari autori, ma la descrizione di Ehrlich è certamente efficace quando sostiene che, essendo il ritmo di raddoppio della popolazione di 35 anni (alla fine degli anni Sessanta), in 900 anni vi sarebbero – grazie alla crescita esponenziale – un miliardo di miliardi di persone (1700 ogni miglio quadrato), mentre in una prospettiva bi- o trimillenaria l’umanità peserebbe più della Terra, in 3000-4000 anni la massa umana eguaglierebbe una sfera pari all’orbita terrestre attorno al Sole ed in 5000 anni tutti i ‘piccoli uomini’ raggiungerebbero la massa dell’intero universo visibile. Ma pur restando nei limiti presenti, è ovvio che l’aumento della popolazione su scala mondiale comporta una pressione sulle risorse insostenibile, tanto che con certezza – al di là di ogni possibile ottimismo tecnologico – non ci sarà mai abbastanza da sfamare questa popolazione, figurarsi quella che in una prospettiva secolare si ipotizza potrebbe apparire sulla Terra. Né valgono le prospettive futuribili di una disponibilità alimentare di sintesi o comunque artificiosa, quali l’estrazione di proteine dal petrolio, dalle alghe, dai rifiuti organici umani, né i tentativi di sfruttare le risorse oceaniche, né l’imposizione di tali alimenti ai popoli affamati, né il trasferimento delle persone su altri pianeti (comunque seriamente presa in considerazione), né più prosaicamente esiste sufficiente fertilizzante per tutti (e certo non tocca agli Stati Uniti, per Ehrlich, sottrarsi tale risorsa per aumentare le disponibilità dell’India). L’unico serio tentativo è la riduzione della presenza antropica su pianeta, ed è una posizione che accomuna le posizioni alla Ehrlich (che certo non è un deep ecologist) e gli ecologisti oltranzisti: le modalità di decremento sono varie e per certi versi fantasiose, e spaziano dalla vasectomia di massa ‘incentivata’ alla modificazione dei comportamenti nella sfera sessuale. Nel caso di un fallimento delle politiche di persuasione (attraverso campagne di informazione, disincentivi economici alle nascite, etc.,) è ipotizzabile il ricorso a politiche decisioniste: “si potrebbe, per esempio, istituire il sistema di aggiungere una sostanza temporaneamente sterilizzante a uno degli alimenti base o all’acqua potabile. Per procreare si dovrebbe ricorrere a un antidoto [...]” (così Paul Ehrlich, nel 1969), erogato dallo Stato in un primo momento in maniera libera, poi sottoposto a restrizioni qualora non prevalesse la responsabilità individuale. Tali politiche si estenderebbero progressivamente dai Paesi del Nord a quelli del Sud, ‘tradizionalmente’ a rischio demografico e altrettanto ‘tradizionalmente’ affamati e colpevoli di tale delitto. Una soluzione, comunque, decisamente più soft di quella auspicata da Garrett Hardin, l’autore del famoso Tragedy of the Commons, in un articolo intitolato “The immorality of being softhearted”: “Come possiamo aiutare un paese straniero a liberarsi del problema demografico? È chiaro che la peggior cosa che potremmo fare è inviargli del cibo […] Le bombe atomiche sarebbero più gentili. Per alcuni momenti lo spettacolo sarebbe desolante, ma alla fine per moltissima gente avrebbe termine la miseria e verrebbero lasciati a soffrire solo pochissimi sopravvissuti”.
Un’altra posizione è quella di Rudolf Bahro, politico e filosofo tedesco, per il quale l’organizzazione sociale che presuppone l’uscita radicale dalla modernizzazione capitalista ed ecocida sarà fondata su un comunitarismo radicale di tipo agricolo, al quale gruppi sempre più numerosi di persone si rivolgeranno in aperto contrasto con qualsiasi tentativo di riformulare anche in chiave ambientalista le attuali strutture socioeconomiche. Ovviamente di per sé il comunitarismo non risolve alcunché se non vi si esprime l’intero potenziale umano; in altri termini, di per sé una pura e semplice logica di salvezza dall’autosterminio non basta, perché a riguardo l’unica cosa da fare – se l’obiettivo condiviso è quello di sopravvivere a tutti i costi – sarebbe instaurare una ecodittatura il più presto possibile. Bahro rivendica il carattere utopico della riflessione (il che significa prendere alla lettera il significato etimologico di utopia, ‘luogo che non c’è adesso’, e non ‘luogo che non ci sarà mai’), e l’unica concessione al pensiero convenzionale è una sorta di governo di salvezza che indichi nel frattempo – nell’attesa di una azione generalizzata – la direzione da prendere, attraverso una sorta di delinkingradicale dallo stile di vita attuale su basi volontaristiche e singolari, in primo luogo attuato laddove il ‘peso’ delle attività antropiche è più rilevante, ossia i Paesi industrializzati. La radicalità dello sganciamento è testimoniata dall’obiettivo – provvisorio, poiché come ribadisce più volte Bahro il semplice obiettivo della sopravvivenza non significa alcunché – del ‘raffreddamento’ del peso imposto al pianeta dall’attuale civilizzazione in ragione di un fattore dieci a uno, ottenibile con una radicale destrutturazione economica fondata su un insieme di misure non compromissorie (alcune interessanti, ma altre certamente piuttosto ‘ambigue’, per usare un eufemismo): riduzione della presenza umana e blocco dei movimenti migratori; garanzia dei bisogni di base e contemporaneo raffreddamento del loro livello quanti-qualitativo; abolizione dell’energia nucleare e dell’apparato militare; freno alle automobili private, rinuncia alla quasi totalità di veicoli pesanti; taglio radicale alla produzione chimica di massa; spostamento dell’occupazione dall’industria all’agricoltura attraverso una redistribuzione generalizzata della terra per ogni famiglia; mantenimento della piccolissima industria locale con raggio massimo di spostamento merci di 25-30 chilometri; orari di lavoro in dette industrie non superiori alle quattro ore giornaliere. Un salto di qualità tra utopia e distopia (ciascuno deciderà il versante sul quale collocarlo) è quello prospettato nel fantastico scenario nel Libro verde per la sopravvivenza. Il Libro verde, un lavoro non firmato ma “raccomandato” dal WWF (il quale ha concesso il suo marchio) e presentato (quindi ‘adottato’) da nomi quali De Marchi(Istituto Ricerche Demografiche), Peccei (Club di Roma), Osio (WWF), Buzzati Traverso, Fulco Pratesi, ed altri, si conclude con un programma politico a breve termine incentrato su misure e raccomandazioni quali: limitazione delle nascite (obiettivo per l’Italia: 25 milioni di abitanti); soppressione dell’assistenza sociale per tutte le famiglie con più di un figlio e tassazione per i figli eccedenti; assistenza sanitaria gratuita per la contraccezione e l’aborto; politiche per ritardare l’età nuziale attraverso premi, divieti legislativi e tassazioni (“come avvenne spesso nel Medioevo”); propaganda per il celibato; imposte su energia e materie prime; drastica diminuzione di industrie del petrolio, automobili, materie plastiche, chimica ed energia; blocco alla costruzione di strade, divieto di circolazione per i mezzi pesanti e per quelli privati nelle aree urbane; blocco delle migrazioni interne; eliminazione dei consumi di lusso quali motonautica, pellicce, profumi, tabacchi, caccia, pubblicità, lotterie; abolizione delle sovvenzioni al turismo e alla costruzione di navi; tassazione del trasporto aereo, chiusura progressiva di molti aeroporti ed abolizione dell’aviazione a getto; riconversione occupazionale verso attività di forestazione; acquisizione del principio ‘meglio un disoccupato che un avvelenato’; ed alcune altre misure più ‘riformiste’.
Nel forse più famoso romanzo di Ernest Callenbach, Ecotopia, del 1975, la descrizione della secessione di una parte degli stati dell’Ovest degli Stati Uniti e la creazione di uno stato “ecologico” con una discreta connotazione autoritaria (una specie di Big Brother verde fondato sul soft power) rappresenta bene il dilemma tra la necessaria conversione ecologica e il prezzo sociale da pagare per ottenerla; così come uno dei maggiori esponenti dell’ecologia sociale, André Gorz, nel suo celeberrimo Ecologia e libertà (del 1977), metteva a chiusura del suo lavoro uno scenario da lui medesimo definito “un’utopia tra tante altre”, in cui un governo (apparentemente) eletto democraticamente attua, letteralmente da un giorno ad un altro, una serie di misure draconiane, molte certamente auspicabili (la riduzione del tempo di lavoro e l’autogestione dei lavoratori, ad esempio) altre un po’ più problematiche (in ogni settore le imprese devono produrre “un numero ridotto di modelli standard, di identica qualità”, oppure l’obbligo di svolgere per 12 ore all’anno le mansioni di spazzino, lavoratore ospedaliero e manovale, o ancora ‘persuadere’ centomila persone all’anno a stabilirsi nelle regioni in via di abbandono). Uno dei padri della critica allo sviluppo occidentale, Ernst Schumacher, l’autore del fondamentale Piccolo è bello, in un passaggio su quella che lui chiama (e propone) ‘l’economia buddista’, sostiene la tesi per cui, non dovendo massimizzare né la produzione né l’occupazione (cioè lavora solo chi ha bisogno di un lavoro esterno), il fatto che le donne lavorino nelle fabbriche o negli uffici, “mentre i bambini crescono selvatici” è una diseconomia, un serio insuccesso economico. Cioè le donne nella società sostenibile devono stare a casa ad accudire i figli.
La riflessione ambientalista ed ecologista è stata ed è fondamentale per la contemporaneità e per il futuro. Ogni tanto, però, ha conosciuto qualche scivolone. Utopia e distopia si sono pericolosamente avvicinate.
Abbiamo citato, tra gli altri:
Aa.Vv. (1976), Libro verde per la sopravvivenza, Bagaloni, An
Bahro R. (1994), Avoiding Social and Ecological Disaster, Gateway Books, Bath (v. or. 1987)
Callenbach E., (1991), Ecotopia, I.G.E., Mi (ed. or. 1975)
Ehrlich P.R. (1968), The Population Bomb, Ballantine, New York
G. Hardin (1969), “The immorality of being softhearted”, Stanford Alumni Almanac, january
Gorz A. (2015), Ecologia e libertà, Orthotes, Mi (ed. or. 1977)
Lovelock J. (1991), Gaia. Nuove idee sull’ecologia, Bollati Boringhieri, To (ed. or. 1979)
McKibben B. (1989), La fine della natura. Il manifesto dell’altra ecologia, Bompiani, Mi (ed. or. 1989)
Naess A., (1988), “Deep Ecology and Ultimate Premises”, The Ecologist, 18, n. 4/5
Paccino D. (1972), L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, Einaudi, To
Schumacher E.F. (1978), Piccolo è bello, Mondadori, Mi (ed. or. 1973)
WCED (Commissione Mondiale per l’ambiente e lo Sviluppo) (1988), Il futuro di noi tutti, Bompiani, Mi (ed. or. 1987)