La disobbedienza: l’ottava e inedita virtù
di Leonardo Animali
“L’obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani, è un libro uscito nel 1965, che raccoglie tre testi, tra cui la “Lettera ai cappellani militari” e la “Lettera ai giudici” (scritta in occasione della prima udienza nel 1965); tutti parte dei documenti del processo al priore di Barbiana.
La “Lettera ai cappellani militari” fu talmente divisiva, polarizzante diremmo oggi, nella società del tempo e nella Chiesa, che portò don Lorenzo in tribunale con l’accusa di apologia di reato. Un procedimento a cui il Priore non poté partecipare fisicamente perché già molto malato. Assolto in Primo Grado, la sentenza di Appello arrivò quattro mesi dopo la morte di don Lorenzo (avvenuta il 21 giugno 1967): il Pubblico Ministero chiese una condanna a 4 anni di reclusione, ma la Corte dichiarò di non doversi procedere nei suoi confronti perché il reato era estinto per morte del reo. Non quindi una seconda assoluzione, ma una condanna, non applicata solamente perché don Milani era ormai già morto.
Quella stagione fu la scintilla che porterà all’approvazione della legge Marcora, la n. 772 del 15 dicembre del 1972: “Norme per il riconoscimento della obiezione di coscienza”. E che consentirà a tanti ragazzi di quel tempo di evitare l’arresto e la prigione come renitenti alla leva, e di scegliere fino al 2004 il servizio civile sostitutivo. Quando, cosa molto interessante nello specifico, la legge n. 226 ha solamente sospeso dal 1° gennaio 2005, ma non abolito, la leva obbligatoria.
Sarà papa Francesco, il 21 giugno 2017, sulla tomba di don Lorenzo a dire: “Il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco -, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa. Prendete la fiaccola e portatela avanti!”.
Sono passati 60 anni dall’uscita di quel libro di poche pagine; chi scrive ne ha pochi di meno, e quei testi incontrati a diciassette anni sono rimasti sedimentati intimamente fino a questa stagione. Chi regge oggi la fiaccola indicata da papa Francesco, in Europa e in Italia, per le quali la priorità è il riarmo, in cui si torna non solo a parlare, ma a riorganizzare la leva militare obbligatoria? Un continente in cui il linguaggio bellicista è diventato lessico comune e accettato, così come il parlare della reale possibilità di una guerra.
Chi disobbedisce, chi diserta oggi, ancor prima che alle scelte, alle parole d’ordine delle élite dei governi delle post democrazie europee? Chi è che lotta per costruire quell’altra ‘patria’, quella di cui scriveva don Lorenzo nella “Lettera ai Cappellani Militari”?
Non certo le generazioni che oggi hanno i capelli bianchi o quasi, quelle che “sono finite in banca” dopo “dopo il fumo delle barricate”, come canta Venditti in “Compagno di scuola”.
Ma è la Generazione Z, quella nata dopo la fine del Novecento. Quella che da anni con i propri corpi scende in strada, e si fa arrestare per la giustizia climatica e sociale; quella per cui, come ha scritto Alessandro Baricco, “Gaza è divenuta molto di più che una situazione geopolitica su cui prendere posizione: oggi è il nome di un certo modo di stare al mondo”.
Una generazione che ha fatto senza alcun lutto il funerale al Novecento; al contrario di quella matura e canuta, che continua a vivere nostalgicamente in un prolungamento ideale e sostanziale di quell’epoca, nonostante sia già trascorso un quarto del ventunesimo secolo; con tutti i guai che da questo non finito Novecento stanno derivando.
È la generazione nata dal 1997 in poi che lotterà, a differenza dei propri genitori e nonni, perché la Generazione Alpha, quella dei nati dal 2013, non diventi corpi donati alla patria; arruolati, con l’inganno di un posto di lavoro sicuro, nella folle corsa alla guerra dei loro governanti.
La generazione, che come racconta e denuncia quotidianamente in Italia l’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della Università”, si ritrova quotidianamente dentro i cortili scolastici e le aule, militari e polizia per farlocchi progetti didattici di prevenzione ed educazione; ma che altro non sono che l’attuazione di una strategia per l’inoculazione di una cultura militaristica e securitaria, oltre che una evidente azione di marketing cameratesco per cercare nuovi arruolati volontari nelle forze armate.
Queste persone, poco più che ventenni, che hanno fatto propria, a differenza dei loro padri e nonni armati di P38 ed esplosivi negli anni Settanta, la disobbedienza civile nonviolenta come metodo di lotta.
Le decine di migliaia di studenti tedeschi, che hanno scioperato e che sono scesi in piazza nelle più importanti città il 5 dicembre contro l’approvazione della legge per la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, testimoniano come le élite politiche europee siano espressione, non più di un voto popolare largamente democratico e partecipato, ma selezionata da un potere economico e finanziario gerontocratico e maschio.
La classe dirigente di un Europa morente, per primo a livello civile e culturale. Una situazione, che paradossalmente fa diventare le pur esecrabili parole di Trump sul Vecchio Continente, quasi giuste.
Le generazioni adulte, a differenza dei giovani, sono le basi demoscopiche in Italia dei sondaggi usciti recentemente, in cui prevalgono maggioranze favorevoli alla reintroduzione della leva obbligatoria per i 18-26enni. Sondaggi molto furbi, su campioni di 800/1000 persone, dei quali, pur essendo obbligatoria per legge, non viene pubblicata la nota metodologica, che descrive i criteri usati per effettuarli. E che, considerati gli istituti che li hanno redatti e i giornali che li hanno pubblicati, è più che lecito pensare che tutto questo faccia parte di una precisa strategia comunicativa del governo stesso, tesa a costruire nel Paese una nuova e precisa narrazione e cultura militaristica.
Capace di far accettare come normale la nuova economia di guerra; che vede già in atto in alcune realtà italiane, processi di riconversione dell’industria meccanica e elettronica dalle produzioni ad uso civile, a quelle militari. Nelle Marche, ad esempio, ci sono già diverse aziende che stanno producendo componentistica militare per la Germania.
A discostarsi dalla montante cultura bellicistica italiana, è solo la Chiesa Cattolica. Non a caso la nota pastorale della CEI dello scorso novembre “Educare ad una pace disarmata e disarmante”, è stata oggetto di critiche anche nel campo politico del centrosinistra. I vescovi toccano diversi argomenti: dal web all’obiezione di coscienza, fino al servizio civile obbligatorio. La Cei propone anche di rivedere la figura dei cappellani militari proponendo forme differenti “non legate” agli ambienti delle forze armate. “In un tempo in cui governi, attori politici e perfino opinioni pubbliche – scrive la CEI - considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti, occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato. Vale allora la pena di far memoria di esperienze civili di grande spessore, cui i cattolici hanno contribuito. Una di queste è quella che ha portato a scoprire che la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile”. Ed eccolo, dopo 60 anni, tornare il pensiero potente di don Lorenzo Milani, che diventa dopo mezzo secolo, non voce eretica, isolata e contrastata dell’appenino toscano, ma pastorale condivisa di tutta la Chiesa Cattolica.
Ma poi, davvero a noi adulti piace, questa evergreen, ma oggi più minacciosa rispetto ai tempi di don Lorenzo, idea di patria, che ci viene somministrata dalla politica e dal mainstream? Ci va bene sul serio, in una possibilità del tutto non più remota, ma anzi assai probabile, tornare a dare i corpi dei nostri figli e nipoti alla patria?
Oppure, riusciamo ad avere un ultimo sussulto e, per chi non l’ha mai fatto, e iniziare a disobbedire e disertare per primi noi a questo stato di cose? A contrapporre i nostri corpi a questa neoideologia militaresca e bellicistica, come un lascito riparatore e riconciliatore con le nuove generazioni?
Perché è facile e comodo, parafrasando una battuta un po’ greve, ma espressiva, lasciare che a farlo siano i corpi dei giovani, al posto dei nostri.