Cambiare strada
Le origini della questione ambientale
di Rossano Pazzagli
Tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento esplode la questione ambientale, una delle questioni centrali della contemporaneità, la principale sfida che il secolo scorso ha lasciato all’umanità, l’eredità più ingombrante del capitalismo insieme alle disuguaglianze sociali. È in questo periodo che si comincia a prendere consapevolezza in modo diffuso dello squilibrio crescente tra uomo e natura, con lo sviluppo di una cultura ambientale e la nascita dei movimenti ambientalisti dei quali anche la politica dovrà in qualche misura tenere conto. Non si tratta più di problemi locali o nazionali, ma planetari. Nell’aprile del 1970 a New York e in altre città americane milioni di persone, specialmente studenti universitari, scendono in piazza per l’ “Earth Day”, la Giornata della Terra, manifestando contro i più impellenti problemi ambientali: lo smog a Los Angeles, l’inquinamento di fiumi e laghi nel Michigan, il traffico a New York, ecc.; quello che colpisce è l’ampiezza della partecipazione e la dimensione politica che le proteste andavano assumendo, aprendo di fatto la fase dell’ecologia politica e dell’ambientalismo.
Due anni dopo, nel 1972, si svolge a Stoccolma la prima Conferenza mondiale sull’ambiente, un appuntamento che poi continuerà ogni dieci anni per iniziativa delle Nazioni Unite; tra quelle più rilevanti ricordiamo quella del 1992 a Rio de Janeiro nella quale si assume lo sviluppo sostenibile come una risposta necessaria per invertire la rotta. Ci si rese conto che non si poteva continuare in quel modo, accogliendo il concetto di sostenibilità messo a punto qualche anno prima (1987) con il cosiddetto Rapporto Bruntland, nel quale si faceva un’affermazione apparentemente molto semplice: la necessità di seguire la via di uno sviluppo che potesse soddisfare i fabbisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni successive di soddisfare i loro.
È proprio al debutto degli anni ‘70 che l'opinione pubblica e i grandi mezzi di comunicazione, in primo luogo nei paesi industrializzati, “scoprono” la questione ambientale, sorretti da autorevoli opere e voci della comunità scientifica internazionale: da Silent spring di Rachel Carson, a The Closing Circle di Barry Commoner e ai Limits to Grouth del Club di Roma, tanto per citare le pietre miliari della cultura ambientale contemporanea. Si moltiplicano negli anni seguenti, anche a livello universitario, discipline e cattedre con un crescente uso degli aggettivi “ecologico” o "ambientale". Intellettuali e studiosi di educazione umanistica inventano altrettanti settori disciplinari, per cui sono nate l'ecologia della mente, la filosofia ecologica, l'economia ambientale, l'ecologia umana, il diritto dell'ambiente, la pianificazione ambientale del territorio, la comunicazione ambientale, la storia dell’ambiente e la sociologia dell’ambiente. Proprio negli anni ’70 inizia l’attività dell’American Society of Environmental History, mentre nel decennio successivo sorgerà anche la European Association for Environmental History (EAEH).
In questo processo spiccano i nomi dell’italiano Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, e il biologo americano Barry Commoner. È proprio il Club di Roma a presentare nel 1972 il rapporto The Limits to Grouth(I limiti alla crescita), elaborato da un’equipe di scienziati del Massachusetts Institute of Technology, cioè uno dei più blasonati istituti di ricerca del mondo. Secondo questo studio le minacce all’ambiente mondiale venivano essenzialmente da tre direzioni - incremento della popolazione, esaurimento delle risorse naturali, inquinamento - e c’era un unico modo per scongiurare la catastrofe: cambiare strada, fissando appunto un limite allo sviluppo e adottare l’opzione “crescita zero”. Esso poneva dunque l’accento proprio sul concetto di limite, avvertendo che, se si fosse continuato con lo stesso ritmo di crescita demografica e industriale, nell’arco di un secolo il rapporto tra popolazione e risorse si sarebbe talmente squilibrato fino a raggiungere i limiti fisici del pianeta, causando un collasso improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale. Tradotto in molte lingue e diffuso in milioni di copie, è la prima opera scientifica a stabilire la necessità di un limite alla crescita economica.
Negli stessi anni, tra il 1972 e il 1973, usciva un altro libro significativo: Il cerchio da chiudere di Berry Commoner, in cui si sosteneva che la degradazione dell’ambiente dipende dalla rottura dei cicli della natura: non tanto dalla crescita demografica, dunque, ma dalle modalità produttive dell’economia capitalistica. Erano anche gli anni della prima crisi petrolifera mondiale. Un decennio prima era stato pubblicato negli Stati Uniti Silent spring, il fondamentale libro nel quale la biologa Rachel Carson metteva davanti agli occhi di tutti i danni dell’inquinamento sulla salute animale e umana, in particolare del DDT e dei pesticidi, chiedendosi perché gli uccellini intorno a casa, nella campagna americana, non cantavano più, determinando, appunto, una primavera silenziosa.
Anche in Italia, come in altri paesi europei, la questione ambientale si fa strada e tende a integrarsi con una critica più generale al sistema sociale ed economico dopo il ’68, le lotte operaie e studentesche, il femminismo, coinvolgendo intellettuali come Giorgio Nebbia, riviste come “Ecologia”, associazioni come Italia Nostra e Medicina Democratica. Sono gli anni di gestazione del movimento ambientalista italiano, un processo che si dipana nel tempo, accompagnando il tumultuoso sviluppo economico del Dopoguerra: nel 1955 era nata Italia Nostra, preoccupata per i problemi riguardanti la conservazione del paesaggio e del patrimonio culturale (ormai saldamente entrati nella Costituzione), per le condizioni ambientali delle città e per l’urbanistica.
Durante gli anni ’60 era cresciuto l’impegno per la difesa dell’ambiente, aggiungendo alla conservazione della natura la lotta contro l’inquinamento; nel 1963 era uscita per Feltrinelli l’edizione italiana di Primavera silenziosa, mentre nel ’65 nasceva la Lega nazionale contro la distruzione degli uccelli poi diventata nel 1975 Lega nazionale per la protezione degli uccelli (LIPU); nel 1966 un gruppo di giovani raccolto attorno a Fulco Pratesi fondò la sezione italiana del World Wildlife Found (WWF), che era sorto nel ’61 a Ginevra. L’anno seguente la stessa Italia Nostra aveva aperto a Milano una mostra sui danni al patrimonio naturale e culturale intitolata “Italia da salvare”. Ma è soprattutto nel corso degli anni ’70 che un crescente numero di associazioni e gruppi di persone si formano per condurre battaglie "ecologiche" o per la difesa della natura e dell'ambiente, dall’istituzione di aree protette alla difesa dei litorali e dei fiumi, dalla lotta contro i pesticidi e l'energia nucleare ai movimenti contro le fabbriche inquinanti e la speculazione edilizia. Già nel 1972 l’Istituto Gramsci organizza un convegno su “Uomo, natura e società”, suscitando discussioni anche nella sinistra italiana e avviando una grande opera di sensibilizzazione e di produzione culturale che sfocerà, tra l’altro, nelle opere di Laura Conti, tra le quali occorre segnalare il libro Che cos'è l'ecologia, pubblicato a Milano dall’editore Mazzotta nel 1977. Nel giugno 1973 intanto si era tenuta ad Urbino la prima conferenza nazionale sull’ambiente con la presentazione del primo rapporto sulla condizione ambientale italiana; nell’estate di quell’anno fu anche istituito un Ministero dell’Ecologia, anche se ebbe vita breve e si dovrà attendere il 1986 perché l’Italia si doti di un effettivo Ministero dell’Ambiente.
L’emergere dell’ambientalismo nei primi anni ’70 non riguarda solo la sfera culturale, ma si estende alle politiche, producendo in alcuni casi anche i primi risultati concreti: il Comune di Milano, ad esempio, fa installare le prime centraline per misurare l’anidride solforosa nell’aria, mentre in alcune regioni del centro-nord nascono i Servizi di Medicina dell’ambiente di lavoro; nel 1976 il Parlamento approva il primo testo organico antinquinamento – la cosiddetta Legge Merli – che stabiliva limiti per gli scarichi civili e industriali. Il ’76 è anche l’anno dell’incidente di Seveso, la prima grande catastrofe ambientale in Italia: una nube di diossina fuoriuscita da un reattore della fabbrica chimica Icmesa, in Brianza, determina l’intossicazione e l’evacuazione di centinaia di persone, con una notevole risonanza pubblica e a livello europeo, fino alla emanazione di una legge europea, nota appunto come direttiva Seveso (1982).
Era ormai chiaro che il Novecento poteva essere definito come il periodo nel quale i problemi ambientali avevano subito una fortissima accelerazione e un cambiamento di scala, diventando planetari; un secolo nel quale oltre alla bomba demografica si è registrato un aumento senza precedenti del ritmo di sfruttamento delle risorse naturali e la comparsa di nuove forme di inquinamento. Il nucleare è una di queste, insidiosa e invisibile, difficile da controllare e dotata di un potere distruttivo incalcolabile, come avevano dimostrato le bombe atomiche, sganciate dagli americani nel 1945 sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, e come confermeranno di lì a poco gli incidenti nelle centrali nucleari di Three Miles Island (Usa, 1979) e di Chernobyl (Urss, 1986), ai quali si aggiungerà nel nuovo millennio quello di Fukushima (Giappone, 2011). Proprio la questione nucleare è stata il terreno decisivo su cui ha preso forma in Italia l’ambientalismo degli anni ‘70, passando da una impostazione essenzialmente elitaria e culturale a una dimensione politica di massa.
Negli anni ’70 fu la battaglia antinucleare, infatti, a trasformare il nascente ambientalismo in un vero e proprio movimento politico. La crisi petrolifera del 1973 aveva messo il mondo davanti all’eventualità che il petrolio stesse per diventare una risorsa scarsa, per cui due anni dopo, nel 1975, il governo italiano vara un piano energetico nazionale che prevedeva la costruzione di venti centrali nucleari, in aggiunta a quelle piccole già funzionanti a Latina, sul Garigliano e a Trino Vercellese. La più grande avrebbe dovuto essere costruita a Montalto di Castro, nell’Alto Lazio, mentre un’altra era prevista nel Basso Molise. È in queste due regioni che si sviluppa una forte opposizione al nucleare e che la mobilitazione si salda con il movimento studentesco del ’77 e con l’opposizione politica al nucleare: le grandi manifestazioni del 20 marzo e del 28 agosto 1977 a Montalto, dove la centrale era già in costruzione, e del 2 dicembre 1978 a Termoli, alle quali molti giovani della mia generazione parteciparono, segnano le prime tappe di una lotta nazionale che proseguirà negli anni successivi, fino al referendum del 1987 che in misura plebiscitaria respingerà il nucleare in Italia. Per il movimento ambientalista la vittoria contro l’energia nucleare ha un effetto moltiplicatore, aprendo anche la stagione dei partiti verdi e di nuove associazioni, come la Lega per l’Ambiente (poi Legambiente), nata nell’ambito dell’Arci nel 1979-80.
Allo scadere del decennio la sensibilità per i problemi ambientali si era ormai radicata nella coscienza dell’opinione pubblica e da allora in poi l’ambientalismo diventerà sempre più un elemento irrinunciabile della cultura, della società e della politica contemporanea, anche se molti degli allarmi e delle indicazioni scaturiti fin dagli anni ’70 risultano a tutt’oggi sostanzialmente inascoltati.