Antigone, la ribelle al potere

di Franco Novelli

Antigone è sicuramente uno dei personaggi delle tragedie di Sofocle più amati grazie alla sua eccezionale personalità e alle scelte coraggiose, che ha fatto e che, poi, si sono ritorte tutte a suo danno. Infatti, nel quarto episodio della tragedia sofoclea Antigone, che sta per essere imprigionata e rinchiusa in una caverna – vivisepolta – invocando la pietà del coro per il destino infelice e doloroso che ha scelto e rispondendogli per l’accusa di aver toccato il limite estremo dell’audacia”, così si esprime:” O follia delle nozze materne, incestuosa unione (…) da quali genitori sono nata, infelice! E tu, fratello, che hai avuto in sorte tristi nozze, hai ucciso anche me, con la tua morte”.  E il coro le risponde: “Onorare i morti è un atto di pietà, ma chi ha il potere e lo ama non tollera nessuna trasgressione. Il tuo innato orgoglio ti ha perduto”.[1]

Ma chi è questa infelice fanciulla, che a Tebe ha osato ribellarsi al potere costituito, cioè alle leggi della sua città, ben consapevole di venire condannata a morte, ed in questo caso per lapidazione? La tragedia “Antigone” venne rappresentata ad Atene presumibilmente tra il 442 a.C. e il 441 a.C. Le vicende si svolgono a Tebe, città della Grecia antica, dove, dopo la morte di Edipo – padre e fratello - i due fratelli, Eteocle e Polinice, si contendono il governo del regno e della città, su cui detta le sue leggi, dopo la morte di Edipo, Creonte, fratello di Giocasta, e, dunque, zio dei quattro fratelli. Polinice, dopo il rifiuto del fratello Eteocle di lasciare il comando della città dopo un anno di governo, come era stato stabilito tra di loro, alla testa di un esercito, dinanzi alle mura della città di Tebe, si scontra con Eteocle. Entrambi, però, combattendo, si uccidono a vicenda. Creonte, divenuto sovrano del regno, emette un decreto in base al quale Polinice, ritenuto traditore della città, è destinato a non essere seppellito, ma dato in pasto agli animali.

È proprio a questo punto che emerge la figura femminile più nota ed amata della grecità, Antigone. Di qui, abbiamo da un lato un potere forte, intransigente, ferreo nella persona di Creonte, che condanna alla vivisepoltura la nipote Antigone, rigorosamente contestatrice delle leggi dello stato. Da un altro lato, assistiamo al comportamento fortemente ribelle e disobbediente di Antigone, che vuole seppellire il fratello, in quanto ritiene che le leggi divine e quelle della tradizione siano superiori alle norme statuite da un sovrano e dalla collettività che lo suffraga.

Nel secondo episodio della tragedia, nell’ambito del dialogo tra Creonte e il coro, Creonte, il nuovo sovrano, così si esprime: “(…) Ma ora che i figli sono caduti in un solo giorno, per duplice destino, colpiti uno dall’altro, macchiati l’uno dal sangue dell’altro, ora sono io, il più vicino ai morti per parentela, ora sono io che ho il potere del trono (…)  Non vorrei per amico chi è nemico della patria: la patria è la nave che ci porta in salvo e su questa nave, se la rotta è giusta, troviamo i veri amici (…) Si ordina alla città di non dare a Polinice l’onore della tomba né del pianto, di lasciarlo insepolto; che il suo corpo sia dato in pasto ai cani e agli uccelli, che ne faranno scempio. Questo è il mio pensiero: da me i malvagi non saranno mai onorati più dei giusti; chi, invece, vuole il bene della nostra città, io lo onorerò in vita e in morte”[2].

Eugenio Borgna, psichiatra, autore del libro “Sofocle – Antigone e la sua follia”, soffermandosi sul prologo della tragedia dice che Ismene non “scorge” alcuna saggezza in quello che Antigone, la sorella intendeva fare, ossia dare sepoltura al corpo di Polinice. Infatti, Borgna così tratteggia la decisione di Antigone: “Qual è la follia della quale vorrei parlare? Non certo quella autistica di Aiace (…) ma la follia che Clemens Brentano (…) chiama con una splendida metafora l’infelice sorella della poesia. La follia non è violenza (…) ma è una esperienza umana e sociale (…) Non c’è follia che non si accompagni a fragilità e a dolore dell’anima, a sensibilità e a nostalgia di amore; e sono queste le emozioni che la morte di Polinice ha ridestato in Antigone”.[3]
Di Antigone scrive con grande trasporto Eva Cantarella nel suo volume “Contro Antigone o dell’egoismo sociale”. Nello stesso momento l’autrice non fa mancare nei confronti di Creonte un giudizio che non può definirsi negativo, perché anche il sovrano di Tebe appare doppiamente uno sconfitto soprattutto alla luce della perdita del figlio, Emone, il quale dopo avergli sputato sul viso e averlo maledetto, si è conficcato la spada nel fianco, suicidandosi a sua volta, abbracciato al cadavere di Antigone”, e successivamente anche alla vista del suicidio della moglie, Euridice. Inoltre, Cantarella pare condividere il giudizio di Mauro Bonazzi, espresso da questi nel suo volume “Atene, la città inquieta”: “Al centro del programma di Creonte (…) sta il diritto inteso non come un insieme di norme imposte ai cittadini da un’autorità, ma come il risultato di una scelta condivisa di questi, che ben si potrebbe definire democratico: i criteri di governo”, conclude Bonazzi, “sono assolutamente condivisibili, e giustificano la decisione di riservare dei trattamenti diversi a chi era morto in difesa della patria e chi contro di essa”[4] 
 
Nel corso dei secoli ci sono state molte rielaborazioni letterarie dell’Antigone sofoclea. Tra queste ricordiamo l’Antigone di Jean Anouilh, scritta e rappresentata a Parigi sotto l’occupazione nazista nel 1944. L’Antigone di Anouilh è un’adolescente che si immola per Polinice, ma soprattutto per la libertà contro la tirannide. Infatti, dove ci sono le lotte sociali, le discriminazioni razziali, i fondamentalismi religiosi sorgono e si impongono le Antigoni rivoluzionarie. Bertold Brecht nella riscrittura della sua Antigone, composta all’indomani della Seconda guerra mondiale, tra il 1947/48, pone al centro Creonte, sovrano autoritario di Tebe che dichiara guerra ad Argo, perché vuole impossessarsi delle miniere di bronzo di questa città. Nello scontro con l’esercito argivo Eteocle muore, mentre Polinice, pur assistendo alla sua morte, si dà alla fuga, disertando e così venendo ucciso dallo stesso Creonte. Polinice, dunque, traditore della sua città, non può essere seppellito in patria in base alla legge fatta approvare dallo stesso Creonte. Di qui, la ribellione di Antigone al tiranno Creonte, cui segue il suicidio di Antigone ed Emone.
La filosofa e scrittrice Maria Zambrano nel suo libro “La tomba di Antigone” così scrive di Antigone che  entra nella tomba, condannata a morire lì lentamente: “Ella entrò nella  sua tomba  come se non si fosse mai guardata in nessuno specchio (…) Pianse per le sue nozze, quelle sue nozze alle quali prima pareva non avesse mai badato, per il tempo di cui veniva privata; (…) Ella nasceva così, entrando nella grotta oscura, costretta a consumarsi a poco a poco in solitudine (…) L’avrebbe mai accettato? Sofocle non poteva lasciarla morire in questo modo. Ricorse, perciò, all’espediente del suicidio dal di fuori, del suicidio che consiste nell’ammazzarsi per evitare l’altro, del doversi lasciare morire a poco a poco  (…) scivolando poi in quella fessura fino ad esserne succhiati (…)”.[5]

Infine, Marguerite Yourcenar in “Fuochi”, nel capitolo “Antigone o della scelta” così scrive a conclusione del suo omaggio alla contestatrice Antigone, “(…) Creonte giunge in tempo per vederla che appresta un complicato sistema di sciarpe e pulegge che le permette di evadere verso Dio (…) Creonte, coricato nel letto di Edipo, riposa sul duro cuscino della Ragione di Stato. Dei contestatori sparpagliati nelle strade, degli ubriachi della giustizia, inciampano su un po' di notte e si stravaccano contro i paracarri (…) Creonte si alza, cammina a tentoni, trova la porta dei sotterranei (…) gli permette di riconoscere Emone appeso al collo dell’immensa suicida (…) legati l’uno all’altra come per aggravare il loro (…) andirivieni (…) Il pendolo del mondo è il cuore di Antigone”.[6]     

Oggi, pur in un tempo triste, distratto ma adescato dalle superficialità, dalla subcultura e dalla violenta barbarie dell’attuale neoliberismo, di Antigoni – ma ci limitiamo ad un brevissimo accenno, ovviamente - ne abbiamo diverse e questo è un dato consolante: la condanna dei criminali nazisti nel processo di Norimberga; la contestazione della guerra in Vietnam e la beat generation; e poi, i Beati Costruttori di pace nella guerra che ha distrutto la ex Jugoslavia; Carola Rackete, giovanissima comandante della nave Sea Watch 3;  oggi Greta Thunberg e i giovani a difesa della Terra; infine, ma non ultima, ovviamente, la Flottiglia che ha tentato di forzare il bocco navale israeliano nello specchio di mare appartenente ai Palestinesi della Striscia di Gaza, genocidati dai bombardamenti dell’esercito israeliano. Queste testimonianze ed altre, che in questa sede non elenchiamo, ci infondono fiducia… Ma ci fermiamo qui.


[1] Sofocle, Anouhil, Brect, “Antigone – Variazioni sul mito”, Edizioni Marsilio, Ve, 2023, pp. 4/5[2][2] Sofocle, Anouilh, Brecht, “Antigone”, Edizioni Universale Economica Feltrinelli, Mi, [3] Eugenio Borgna, “Sofocle – Antigone e la sua follia”, Edizioni Il Mulino, Bo, 2021, pp. 17/18[4][4] Mauro Bonazzi, “Atene, la città inquieta”, Edizioni Piccola Biblioteca Einaudi, To, pag.57[5] Maria Zambrano, “La tomba di Antigone”, Edizioni SE, MI, 2014, pag. 25[6] Marguerite Yourcenar, “Fuochi”, Edizioni Bompiani, Mi, 2024, pp. 50/51Livio Pepino e Nello Rossi, “Il potere e la ribelle”, Edizioni Gruppo Abele, To, 2019George Steiner, “Le Antigoni – Un grande mito classico nell’arte e nella letteratura dell’Occidente”, Edizioni Garzanti, , MI, maggio, 2022.