Il ’68 e gli anni Settanta

Una riflessione tra storia e memoria

di Enrico Mannari

In diverse circostanze ho percepito come per molti sia senso comune identificare gli anni Settanta con il terrorismo, gli Anni di Piombo, come dal titolo del film di Margaret Von Trotta. Ecco, il rischio è che divenga un giudizio liquidatorio attribuendo agli episodi di terrorismo una valenza tale da non farci analizzare una stagione, in particolare quella che dal 1968 giunge alla prima metà degli anni Settanta, in cui sono venute a realizzarsi tante battaglie, uno snodo fondamentale nella storia d’Italia nel secolo “breve”.Ma chi furono i protagonisti che alimentarono le grandi mobilitazioni sociali e civili post-sessantotto? Non posso non partire, anche per ragioni personali, da quello che si stava delineando come un nuovo soggetto: il movimento degli studenti.

Sono anni in cui l’Italia fa molti passi avanti nella modernizzazione da diversi punti di vista: si pensi all’effetto congiunto della scolarizzazione di massa e dei mezzi di comunicazione di massa. La loro combinazione definisce una condizione sociale ed esistenziale peculiare. Scuola e mass media sono il lievito di una cultura giovanile che si interroga sulla modernità dell’Europa e del mondo postbellico e ne coglie le profonde contraddizioni, l’evidente discriminazione classista nell’accesso alle risorse materiali e culturali, la persistente connotazione autoritaria o paternalista delle strutture familiari, degli ambiti lavorativi, delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle scolastiche e accademiche. C’è molto fermento e voglia di cambiamento. Si partecipa in massa alle assemblee, il luogo principe dove si prende la parola e si discutono le modalità di azione;
l’espressione “di base” entra sempre più nel linguaggio, si pensi al ruolo dei comitati “di base” degli studenti, alle diverse forme di occupazione e di autogestione studentesca. I cortei registrano una partecipazione straordinaria. La lotta per il diritto per tutti all’istruzione ha come riferimento “La lettera ad una professoressa” di Don Milani, una sorta di libro manifesto. Non mancano i riferimenti internazionali, in particolare al Vietnam, come simbolo della lotta contro l’imperialismo americano.   
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              L’intensità della mobilitazione studentesca, certamente la più radicale nelle sue richieste e proposte – essenzialmente riconducibili al minimo comune denominatore dell’antiautoritarismo in ogni ambito sociale – scuote in profondità la società italiana.

Lo slogan “operai studenti uniti nella lotta” è emblematico del ritorno degli operai sulla scena sociale come esito delle contraddizioni della modernizzazione industriale. Questo riaccende una conflittualità di fabbrica che, coniugando la contrattazione collettiva nazionale a quella aziendale, punta a riconquistare aumenti salariali e a migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita. In successive ondate, prende forma e forza una mobilitazione che associa iniziativa organizzata dall’alto e spinta dal basso, dentro le aziende e nel territorio. È una classe operaia consapevole delle condizioni da cui proviene e del proprio ruolo nell’Italia del “boom”, una classe operaia che rivendica quella dignità e quel benessere economico che altri ceti sociali si erano già per proprio conto assicurati. Ne scaturiscono il riconoscimento del ruolo delle organizzazioni sindacali e della contrattazione collettiva, la crescita dei salari e delle tutele individuali e collettive, sancite anche dalla legge 300/1970, meglio nota come “Statuto dei lavoratori”, e poi i provvedimenti in materia di edilizia popolare, sanità e welfare, introdotti proprio grazie alla pressione del mondo del lavoro.

Insomma, siamo in presenza di un nuovo protagonismo della società civile, che vede scendere in piazza anche le donne, che riconoscono se stesse. La consapevolezza dei propri diritti si è fatta faticosamente strada. Si pensi all’introduzione del divorzio(nel 1970, riconfermato con la sconfitta del referendum abrogativo nel 1974), alla depenalizzazione dell’aborto (1978), alla progressiva, seppur incompleta, parificazione delle condizioni lavorative (culminata nella legge del 1977), e alla riforma del diritto di famiglia (1975). Tutte queste conquiste sanciscono sul piano normativo trasformazioni sociali e culturali di ben più ampia portata, che affermano in modo irreversibile, nonostante difficoltà, resistenze e ostacoli persistenti, la soggettività e il protagonismo sociale delle donne.
C’è una voglia di appropriarsi della scena politica e rendersi protagonisti di un cambiamento radicale della società. Si affermano nuove forme di partecipazione e nuove soggettività collettive.
 
Tutto ciò incide sulla vita delle persone. Si delinea un processo di democratizzazione della vita quotidiana e dei rapporti sociali, in cui la conquista di una serie di diritti costituisce la riscoperta di una idea della politica come agire quotidiano volto a dare spazio alla complessità delle vite nel loro insieme, come intreccio tra scelte individuali e percorsi collettivi che prefigurano un cambiamento profondo che si riflette anche nel successo elettorale del 1975 e 1976 del Partito Comunista. Insomma senza quel protagonismo non si sarebbero conquistati i diversi diritti. Quasi certamente un’irripetibile stagione, ma su cui sarebbe utile interrogarsi ulteriormente anche con occasioni pubbliche di dibattito e di confronto affinché non vadano perdute la memoria e la consapevolezza delle potenzialità di quel passato.