Tra chronos e kairos: i tempi della scuola

di Sara Fabrizi

Chiunque abbia messo piede in una scuola lo sa: ci sono ore che non passano mai e momenti che restano. È un’esperienza quasi universale, che oggi osservo da una doppia prospettiva: sono antropologa e insegno in una scuola primaria in provincia di Siena.
Il primo giorno di scuola, puntuale, si ripete sempre lo stesso rito: una collega avvia il conto alla rovescia e ricorda quanti giorni mancano alla fine dell’anno. Si ricomincia e si inizia già a contare quando finirà. Non è solo una battuta. È un indizio. Dice qualcosa di profondo: a scuola il tempo non è uno sfondo, ma la struttura stessa dell’esperienza.

Gli spazi, in fondo, non sono molti: l’aula, la palestra, qualche laboratorio, la mensa. Più marginale ma fondamentale, il giardino o il cortile, anche se la vita scolastica si svolge soprattutto tra aule, corridoi e bagni. Cambiano poco i luoghi, cambiano continuamente i tempi: tra chronos, lineare e misurabile, e kairos, il momento opportuno. Sono le attività a permettere l’accadere dell’uno o dell’altro.

Diventa dunque necessario distinguere tra tempo, momento e attività, non come elementi separati, ma come livelli intrecciati della stessa esperienza: il tempo come struttura, il momento come evento significativo, l’attività come ciò che rende possibile che qualcosa accada davvero.

La parola tempo deriva dal latino tempus, collegato a una radice indoeuropea temp- che rimanda all’idea di estensione: probabilmente indicava una misura, per poi passare a indicare la successione degli eventi e la loro divisione. Il tempo scuola, allora, prima ancora di scorrere, si divide: giorni, ore, campanelle, ricreazioni, quadrimestri. È un tempo che alcuni antropologi definirebbero monocrono: lineare, segmentato, organizzato.
A questo tempo “orizzontale” si intreccia un tempo “verticale” che scandisce la giornata della comunità scolastica: apprendimento, ricreazioni, mensa, uscita.
Ma le prospettive di docenti e studenti non coincidono. Per i docenti sono ore di lavoro, programmazioni, attività da portare avanti. Per gli studenti, invece, il tempo è spesso sospeso nell’attesa del momento libero: lo rivelano gli occhi sugli orologi, per capire quanto manca al prossimo passaggio, magari ludico.

Eppure, questa attenzione, a volte impermeabile a ogni proposta didattica, è sensibilissima ai micro-tempi: l’inizio della giornata, l’accoglienza, le piccole novità, le strategie di giustificazione. Un tempo che fotografa le facce ancora segnate dal cuscino, i capelli spettinati, i grembiuli abbottonati male; la presentazione del nuovo astuccio, della nuova penna, lo scambio di figurine, una nuova acconciatura; un tempo che accoglie racconti, scuse creative per un compito dimenticato, confidenze sussurrate.
Poi la campanella della ricreazione, che induce appetiti da banchetti principeschi, non solo per il cibo. È un tempo di appagamento. Si scambiano merende, risate, giochi. Si corre, si litiga, si piange, si fa pace. È un tempo pieno, denso, vivo.
Altro trillo. Torna il tempo dell’apprendimento: concentrazione, distrazione, entusiasmo, frustrazione, riuscita, fino alla pausa successiva e alla campanella finale.
Ma un tempo così organizzato e segmentato non garantisce, di per sé, che qualcosa accada davvero. Può scorrere senza lasciare traccia. È qui che entra in gioco il momento.

La parola momento viene dal latino momentum, da movere, muovere: indicava un impulso, uno spostamento, una piccola causa di movimento. Il momento è quando qualcosa accade davvero: una scoperta, una domanda inaspettata, un bambino che comprende e lo sguardo che cambia. È ciò che interrompe la linearità del tempo e lo rende esperienza.
E questi momenti non accadono per caso. Hanno bisogno di qualcosa che li generi, li sostenga, li renda possibili. È qui che entra in gioco l’attività.

La parola attività deriva dal latino activitas, da agere, agire, mettere in movimento. L’attività, quindi, non è semplicemente fare qualcosa o riempire il tempo, ma è ciò che mette in moto un cambiamento, ciò che crea le condizioni perché qualcosa accada davvero. Se il tempo è la struttura e il momento è l’evento significativo, l’attività è ciò che permette al momento di nascere dentro il tempo. Senza momenti, il tempo resta solo una misura vuota.

In questo senso è molto interessante la distinzione proposta dal pedagogista Benedetto Vertecchi tra tempo del curricolo e tempo dell’apprendimento reale. Il primo appartiene alla dimensione del tempo organizzato; il secondo emerge solo quando, attraverso attività significative, si producono momenti in cui qualcosa si muove davvero dentro le persone.

C’è poi anche un tempo ciclico, quello dell’anno scolastico: l’inizio, sempre un po’ traumatico ma pieno di attesa; poi le verifiche, le feste, il Natale con le decorazioni e le recite, le vacanze, il ritorno, le pagelle, Carnevale, Pasqua, la primavera, le gite, lo spettacolo di fine anno. Un tempo che ritorna ogni anno, sempre simile e sempre diverso.
Da una prospettiva antropologica, questo è il tempo ciclico e rituale, quello legato alle feste e ai riti che servono a tenere insieme la comunità. Anche a scuola succede qualcosa di simile: le ricorrenze e i momenti rituali interrompono il tempo delle lezioni, ma soprattutto costruiscono memoria, appartenenza e comunità. Il tempo della scuola non è quindi solo lineare e organizzato, ma anche ciclico, scandito da rituali e ricorrenze che danno forma all’esperienza scolastica e tengono insieme la comunità educante.
A volte penso che quello dell’insegnante sia un lavoro strano: si semina continuamente, ma quasi mai si vede crescere davvero ciò che si è seminato. Forse insegnare significa soprattutto questo: abitare il tempo degli altri, stare dentro il loro tempo di crescita, di fatica, di scoperta, di cambiamento, accettando che il nostro lavoro è seminare in un tempo che non è il nostro. E forse è proprio questo il tempo che più ci manca: il tempo di vedere fiorire ciò che abbiamo provato a seminare.