Mario Lodi, Il paese sbagliato, Einaudi 1970
di Raffaella Biagioli (Università degli Studi di Firenze)
La figura di Mario Lodi è quella di un educatore che mette al centro i bambini, il loro vissuto e la loro parola. Nei ventidue anni di insegnamento nella scuola di Vho di Piadena scrive e pubblica diversi libri: alcuni, di fiabe e racconti, scritti per i bambini e con i bambini, altri, indirizzati soprattutto a un pubblico adulto, testimonianza della sua esperienza educativa, ed altri ancora, scritti in collaborazione con colleghi di lavoro, pedagogisti e linguisti, che navigano su tematiche ed esperienze diverse.
Lodi si presenta come un maestro capace di ascoltare profondamente prima di proporre attività o contenuti, si sforza di comprendere chi ha davanti, quali storie portano con sé gli alunni, quali difficoltà e quali contenuti li muovono. È un insegnante che osserva con attenzione e delicatezza interpretando i comportamenti non come problemi da reprimere, ma come segnali che rivelano bisogni, insicurezze, potenzialità. La sua aula non è un luogo in cui il sapere scende dall’alto, bensì uno spazio condiviso in cui si costruisce insieme. Il clima che cerca di creare è quello di una piccola comunità democratica: si discute, ci si confronta, si prendono decisioni collettive.
Lodi non impone la sua autorità, ma la esercita attraverso la relazione, attraverso il coinvolgimento, attraverso la fiducia che offre ai suoi alunni. L’insegnante diventa un mediatore che aiuta a guardare la realtà con occhi critici e curiosi. Questo approccio lo rende una figura autorevole senza essere autoritaria, un adulto che accompagna senza schiacciare. Un tratto fondamentale del suo modo di fare a scuola è l’attenzione alla realtà sociale in cui i bambini vivono. Lodi non separa la a scuola dal mondo, ascolta le condizioni familiari, riconosce le disuguaglianze, permette che ciò che accade fuori entri in classe e diventi materia di riflessione e di apprendimento. La didattica, così, nasce dall’esperienza concreta degli alunni, dalle loro domande, dalle loro scoperte.
Nel 1961 si apre la ricca stagione della pubblicistica lodiana con la pubblicazione di Cipì e Il permesso, due capisaldi della letteratura per l’infanzia, ancora molto apprezzati dai bambini e tutt’oggi “sfruttati” nelle scuole per la realizzazione di diversi percorsi di lettura e per la messa in scena di piccole rappresentazioni teatrali (queste ultime ispirate soprattutto a Cipì). Il primo, frutto della collaborazione tra maestro e allievi, tradotto negli anni in diverse lingue (spagnolo, catalano, basco, giapponese, tedesco); il secondo, «bellissimo racconto, scritto in una forma piana e concisa, [portatore di] una morale altamente educativa, nonostante certi particolari talvolta [realisticamente] amari»78; entrambi ripubblicati da Einaudi.
Nel 1969 esce Il paese sbagliato – che è un po’ il “nucleo” di tutta la sua opera e che ha reso celebre il maestro – e la sua fama oltrepassa i confini italiani, dopo il Premio Viareggio ottenuto nel 1971, con le traduzioni in francese, spagnolo e giapponese. Il volume è stato ripubblicato più volte, sempre da Einaudi; si ricorda l’edizione aggiornata del 2007 con una lettera aperta ai giovani insegnanti.
«Ogni giorno il bambino dovrebbe sapere che cosa si farà. Inoltre, ogni alunno dovrebbe prendere coscienza dei progressi che compie individualmente e che compie la classe mediante verifiche realizzate con la sua partecipazione attiva». (Mario Lodi, Il Paese sbagliato,1970, 2017, p. XVIII).
Distruggere la prigione, mettere al centro della scuola il bambino, liberarlo da ogni paura, dare motivazione e felicità al suo lavoro, creare intorno a lui una comunità di compagni che non gli siano antagonisti, dare importanza alla sua vita e ai sentimenti più alti che dentro gli si svilupperanno, questo è il dovere di un maestro, della scuola, di una buona società. Ma tutto questo non è facile perché non dipende solo dalla volontà» (Mario Lodi, Il Paese sbagliato, 1970, 2017, p. 23). Il volume costituisce uno dei testi cardine della produzione pedagogica di Mario Lodi e, più in generale, del rinnovamento educativo italiano nel secondo dopoguerra. L’opera si configura come un diario di pratica didattica, ma al tempo stesso come una riflessione teorica che problematizza i modelli scolastici dominanti, mostrando la distanza tra l’esperienza concreta dei bambini e le forme istituzionali della scuola tradizionale.
Nel complesso, la figura che il libro restituisce è quella di un maestro profondamente umano, attento alle persone prima che agli schemi, convinto che l’educazione sia un processo di liberazione e di crescita condivisa. In Lodi si incontrano il pedagogista, il cittadino e l’intellettuale, uniti dall’idea che la scuola debba formare individui consapevoli, critici e capaci di partecipare attivamente alla vita democratica.L’educazione alla pace di Mario Lodi non prevede una scuola ideale nella quale non esiste il conflitto, ma è proprio attraverso la gestione di quest’ultimo che si può imparare a «litigare bene». La formazione di bambini democratici porterà, in futuro, ad avere cittadini democratici.
Mario Lodi eredita la visione pedagogica di Célestin Freinet e sull’onda della sua influenza fonda, insieme ad altri maestri, il Movimento di Cooperazione Educativa
«Noi giovani maestri siamo stati mandati nella scuola che avevamo in testa idee di libertà e di democrazia, dovevamo insegnarle ai bambini […] Era la prima volta che nella storia della scuola italiana i maestri si riunivano assieme e elaboravano una pedagogia popolare, capace di introdurre nella scuola la democrazia e la libertà»
(Daniele Novara (a cura di), Il rapporto tra scuola e democrazia, intervista a Mario Lodi, «Conflitti», n. 4, 2015).