I tempi della scuola
di Michele Mariani
Cos’è il tempo? Un istante o un oggetto perfettamente calcolabile e decifrabile, una durata o un processo che porta a conoscere maggiormente desideri, aspirazioni e bisogni? Da questo punto di vista, secondo Henri Bergson, occorre distinguere il tempo della scienza quantitativo, reversibile, simile a una collana di perle, e il tempo della vita o durata che è interiore, qualitativo, irreversibile e vissuto come un flusso continuo in cui i momenti si compenetrano. Questa distinzione tra tempo quantitativo e qualitativo è centrale nell’ambito del sistema scolastico. Il tempo scolastico, scandito dai nove mesi canonici, da una parte sembra non passare mai, mentre dall’altra, invece, corre veloce, inarrestabile. La problematica maggiore è che non ci si ferma abbastanza per ascoltare e dialogare tra tutti coloro che partecipano alla relazione didattica. Ciò che manca a scuola è proprio il tempo. Sembra paradossale ma è proprio così. Insegnanti presi con le scadenze annuali, tra consegne di moduli e programmazioni annuali, corsi di formazione e attività progettuali che spesso vanno a ridurre il monte ore. Tempo che si perde, in cui si potrebbero approfondire argomenti rimasti in sospeso, dibattere su questioni importanti o conoscere meglio i propri alunni. Sperimentare attività di maggiore qualità o semplicemente dialogare con gli studenti e le studentesse per lasciare a loro la parola per comunicare i loro stati d’animo o le difficoltà che incontrano durante questo percorso di vita.
Invece, le campanelle stanno lì a ricordarci che il tempo è sovrano e che bisogna correre da una verifica ad un’altra o da una classe a un’altra.
Ripensare i tempi della scuola, da questo punto di vista, è indispensabile per due motivi. In primo luogo, rendere l’esperienza scolastica per gli studenti significativa e non solo un tempo scandito da compiti in classe e interrogazioni. In secondo luogo, dare la possibilità agli insegnanti di valorizzare la didattica piuttosto che rimanere sommersi dagli eccessivi compiti burocratici che inevitabilmente compromettono il tempo didattico e impoveriscono la qualità delle relazioni.
Difatti il tempo scolastico se viene imbalsamato all’interno di una mera acquisizione di competenze quantitative, spendibili nel mercato del lavoro, finisce per impoverire l’esperienza del processo scolastico e la relazione didattica tra studenti e insegnanti. In tal senso la scuola perde la sua raison d’ȇtre: educare alla libertà e alle relazioni. Educare alla libertà significa aprire delle finestre sul mondo che diano agli studenti gli strumenti per essere pensatori critici e comprendere ciò che li circonda. Invece, educare alle relazioni significa creare comunità non violente che diano le coordinate per vivere insieme agli altri nel rispetto reciproco delle diverse culture, dei vissuti e delle esperienze di vita di tutti coloro che partecipano alla relazione didattica.
Ripensare le relazioni scolastiche
La morte di Abanoud Youssef all’interno di una scuola di La Spezia ucciso da un suo coetaneo, Zouhair Atif, e l’accoltellamento della professoressa Chiara Mocchi da parte del tredicenne ci dimostrano chiaramente che è necessario ripensare alle relazioni e al tempo dedicato alle stesse. Senza entrare nel merito dei due accadimenti ciò che appare chiaro è che non possiamo scaricare la colpa dei fatti sull’utilizzo ossessivo compulsivo degli smartphone nonostante essi rappresentino degli strumenti di estraniamento e alienazione. Ciò che però possiamo affermare è che se la scuola smarrisce la sua missione, che è quella di educare e si trasforma in un’agenzia valutativa, può effettivamente crearsi un rapporto conflittuale e di diffidenza nei confronti dei compagni di classe, degli insegnanti e della scuola stessa, con il rischio che si covino sentimenti di rancore, frustrazione e violenza. Questa premessa non vuole giustificare la violenza o assolvere gli adolescenti dalla responsabilità delle loro azioni, ma aprire un discorso più ampio sull’importanza di dare spazio, nelle nostre aule, alla costruzione di relazioni non violente, antisessiste e antirazziste.
Occorre ripensare il modo attraverso cui costruire relazioni perché è proprio con l’educazione e la cultura che si insegnano valori come la giustizia, la non violenza, la cura e il rispetto. Da questo punto di vista la scuola è uno spazio che non può far a meno di relazioni, ma spesso si nota come le norme comportamentali vengano calate dall’alto con provvedimenti ministeriali piuttosto autoritari. Un esempio emblematico è il divieto alla scuola primaria e l’introduzione del consenso informato alle superiori per promuovere attività didattiche inerenti all’educazione sessuo-affettiva dimostrano esplicitamente che la politica rimane sempre un passo indietro al paese reale. Ciò non significa che non si debba educare al rispetto di tutti e tutte al di là del ruolo che si ricopre all’interno dell’istituzione scolastica, ma occorre cambiare i metodi per insegnare a stare all’interno delle relazioni al fine di creare comunità veramente democratiche e inclusive. La rabbia, il disagio, il malessere e la violenza spesso nascono perché non vi è comunicazione ed educazione. Spesso gli studenti non si sentono visti come persone, ma solo come meri numeri su un registro che rendiconta le loro valutazioni, le assenze, le note o le annotazioni; un dispositivo di controllo che non ammette replica e contribuisce ad un’elevata pressione scolastica e familiare. Il sospetto che si crea nei confronti degli insegnanti, della propria famiglia, dell’istituzione scolastica e dei compagni è spesso il risultato di un sistema sociale che tende a giudicare e spinge a competere tra pari, ma che sottovaluta le relazioni. L’autonomia scolastica che attribuisce alle scuole personalità giuridica e libertà di gestione organizzativa, didattica, finanziaria e di ricerca e permette di adattare l'offerta formativa ai contesti locali, garantendo flessibilità oraria, metodologie didattiche innovative e la valorizzazione delle risorse, dovrebbe rappresentare una possibilità per sperimentare e trasformare il modo di fare scuola e di partecipare alla comunità scolastica.
É necessario ripensare la scuola sia da un punto di vista relazionale che didattico. Creare un ambiente sereno, aperto al dialogo, dove si impara a conoscersi reciprocamente, dovrebbe assumersi come base da cui partire per poi sperimentare percorsi didattici significativi tramite cui aprire alla comprensione del mondo senza essere facili prede di manipolazioni e disinformazione. La scuola ha l’obiettivo di educare per liberare dai pregiudizi e dagli stereotipi con i quali leggiamo il mondo ed entriamo in contatto con gli altri e offrire, tramite le relazioni, quei valori necessari che si reputano essere fondamentali per creare società più giuste, eque ed inclusive.
Ripensare la didattica
In Italia negli ultimi anni sembra essere tornato in auge il dibattito sulla scuola che nel corso del tempo era progressivamente venuto meno. Da questo punto di vista l’istituzione scolastica si trova sempre più spesso sotto la lente d’ingrandimento delle decisioni politiche. Se è vero che la scuola riflette la visione di una determinata cultura che pretende di formare il nuovo cittadino allora è chiaro che ogni governo vuole imprimere la propria visione organizzativa facendola passare come l’unica legittima, con buona pace di chi tenta di costruire alternative ad un sistema che preferisce valutare piuttosto che creare relazioni e buone pratiche inclusive. Non basta la figura del professore illuminato o che agisce in controtendenza rispetto ai colleghi, ma servirebbe piuttosto una ristrutturazione dell’edificio scolastico in termini educativi, didattici e relazionali. Del resto, l’attività sclerotica del MIM tra ridimensionamenti scolastici, riforme dei corsi di studio e modalità di reclutamento degli insegnanti è volta a imprimere una visione egemonica su uno dei maggiori luoghi di produzione del sapere. Una visione che concepisce l’educazione come una forma d’obbedienza, in cui la democrazia e l’inclusione vengono enunciati solo formalmente nei documenti programmatici, in cui il conflitto è taciuto e si insegna agli studenti a competere nel caos sociale che li aspetterà al termine del percorso di studio superiore.
Il problema di ogni riforma è che questa non parte mai da un dialogo effettivo con chi la scuola la attraversa quotidianamente, siano essi insegnanti, studenti e studentesse, collaboratori scolastici. La scuola, da questo punto di vista, è costantemente colonizzata da decisioni politiche che, come un martello, vogliono imprimere continui cambi di marcia senza ascoltare le voci che abitano gli spazi delle aule. In questa frenesia istituzionalizzata il tempo dello studio viene costantemente svuotato e non è considerato il momento culminante della scuola. Infatti, nel linguaggio burocratico che pervade la scuola lo studio è una competenza utile da esibire nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista, dove va a finire la gioia dello studio e dell’apprendere se tutto ciò assume un fine economico e un valore di mercato?
Inoltre, da un punto di vista didattico e valutativo, i voti non sono utili né agli insegnanti né agli studenti. Se ci concentriamo solo sui voti e non sull’apprendimento, finiamo per scordarci quale sia il vero obiettivo della scuola: educare a vivere in una comunità. Chi studia per il voto, spesso poi dimentica ciò che ha imparato per la verifica o l'interrogazione. Mentre senza voti, i ragazzi non hanno più uno stimolo esterno, ma seguono una motivazione che proviene dall'interno.
L'utilità di un numero sta solo per stilare una classifica o, al massimo, per decidere tra una promozione e bocciatura. Le graduatorie hanno senso per dare un posto di lavoro, non per valutare uno studente.
Infatti, la politica, dal canto suo, vuole imprimere sempre più una svolta lavorista alla scuola. La retorica delle competenze che ormai pervade ogni ambito è vista come una necessità, ma è l’emblema di una narrazione che vede negli studenti e nella scuola un luogo in cui la produttività deve assumersi come meccanismo di apprendimento. Equiparare la cultura e l’educazione ad una logica lavorista porta chiaramente a deprezzare i ritmi e i tempi dello studio che al contrario - per non finire nel tritacarne della valutazione compulsiva, come mere competenze spendibili sul mercato del lavoro - necessitano di un processo di maturazione più lungo che non può seguire il ritmo di una catena di montaggio.
La scuola è un processo di crescita
La scuola dovrebbe essere vissuta come un processo di crescita e di ricerca in contatto con gli altri; una fase della vita da vivere pienamente, che dia la possibilità di commettere errori. Lo studio, del resto, ha bisogno del suo tempo per aiutarci a decostruire le nostre certezze, permettendoci di aprirci agli altri, al rispetto e alla responsabilità che, in quanto cittadini, abbiamo verso il bene comune.
Gli studenti e le studentesse hanno il diritto di sbagliare e di prendere il tempo necessario per capire chi sono e che cosa piace loro fare. Il problema, è che tutto ciò che ci circonda ci spinge a essere sempre sul pezzo, a performare, a velocizzare il percorso scolastico per trovare lavoro, comprarsi una macchina, costruire una famiglia e così via.
La scuola non deve limitarsi a insegnare a stare in società, si abbraccerebbe la narrazione che non ci sarebbe alternativa a un mondo che giudica, valuta e assegna ruoli in base ai titoli acquisiti. Chi insegna a scuola o in altri luoghi e, più in generale, chi lavora con la cultura, deve trovare pratiche che smontino queste narrazioni dominanti e che siano in grado di lasciare a chi studia l’immaginazione del mondo che vuole costruire. Bisognerebbe smettere di insegnare a stare in questo mondo che crea sfruttamento e iniziare a usare ciò che si studia per aprire delle riflessioni serie e critiche sull’esistente. Se determinati saperi si sono concretizzati e cristallizzati nella storia, perché non potremmo fare delle nostre aule e, poi, delle nostre società dei luoghi di condivisione, rispetto ed empatia. È necessario trovare delle pratiche che abbiano come scopo l’immaginazione e la riflessione critica e non la verifica di obiettivi standardizzati o l’omologazione a un mercato del lavoro che riproduce diseguaglianze già dalla giovane età, e che vengono fatte passare come incapacità naturali o precostituite. Sicuramente la scuola non può risolvere tutti i problemi, ma può essere quel luogo in cui i problemi si possono affrontare. Finché non decideremo di slegarci da logiche autoritarie e standardizzate non saremo in grado di immaginare una scuola diversa e un mondo diverso.
La democrazia è anche il diritto di realizzare pienamente i propri desideri senza che qualcun altro scelga per noi.