I Decreti Delegati della scuola
L’onda lunga del ’68, tra innovazione e limiti strutturali
di Adolfo Carrari
Nel corso degli anni Settanta, anche a Piombino, si svilupparono esperienze significative di partecipazione sociale alla vita della scuola. Ne ho parlato su queste pagine ricordando il Centro Proletario di Cultura, che attraverso attività di doposcuola e iniziative formative promosse il coinvolgimento dei genitori nei nascenti organi collegiali. L’obiettivo era ambizioso e profondamente politico: costruire una vera “comunità educante”, capace di prevenire il disagio e l’abbandono scolastico attraverso la corresponsabilità educativa.
Quella stagione di sperimentazione non nacque dal nulla. Fu il prodotto dell’onda lunga del ’68: delle lotte studentesche e operaie, della scolarizzazione di massa, dell’influenza di figure come Don Milani, che misero radicalmente in discussione il carattere selettivo e autoritario della scuola italiana. In quel contesto maturò anche una svolta storica: l’accesso a tutte le facoltà universitarie venne esteso anche ai figli degli operai, segnando una frattura irreversibile con il passato.
È in questo clima che nascono i Decreti Delegati del 1974, e in particolare il DPR 31 maggio 1974 n. 416, che introduce e riordina gli organi collegiali della scuola. L’articolo 1 ne chiarisce senza ambiguità l’impianto culturale: la scuola viene concepita come una comunità che interagisce con la più ampia comunità sociale e civica, attraverso la partecipazione di docenti, studenti, genitori e personale non docente alla gestione della vita scolastica.
Questa fu la vera spinta innovativa dei Decreti Delegati:
– la fine della scuola come struttura chiusa e verticalmente gerarchica;
– il riconoscimento della pluralità dei soggetti educativi;
– l’introduzione di pratiche democratiche in un’istituzione centrale dello Stato.
Non a caso, quella stagione riformatrice fu la stessa che produsse lo Statuto dei lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale, l’inclusione scolastica, il nuovo diritto di famiglia, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, i referendum su divorzio e interruzione volontaria di gravidanza. Anche fuori dalla scuola si affermarono nuovi strumenti di partecipazione: i consigli di fabbrica, i consigli di quartiere, i primi tentativi di decentramento amministrativo dei Comuni.
Tuttavia, già allora si aprì una questione cruciale: quale fosse il reale potere di questi organismi. Nella scuola, gli organi collegiali erano in larga parte consultivi, con poche eccezioni (come il Consiglio scolastico provinciale o nazionale chiamati a esprimere pareri vincolanti). Questo limite strutturale si intrecciava con un problema più ampio: l’assenza di una chiara definizione delle competenze tra Stato, Enti Locali e amministrazione scolastica, tema che sarà affrontato solo molto più tardi con la riforma del Titolo V della Costituzione.
Negli anni Settanta, il decentramento veniva visto come una grande opportunità. I Comuni – meglio se associati in ambiti territoriali omogenei – erano considerati i soggetti più adatti a leggere i bisogni formativi dei territori e a orientare l’offerta educativa. Ma questa visione entrava spesso in conflitto con le rigidità dell’amministrazione centrale e con i meccanismi di finanziamento ministeriale.
In questo quadro, un ruolo particolarmente innovativo fu svolto dai Distretti scolastici, che introdussero un livello intermedio tra Comune e Provincia. Nei distretti sedevano scuole, Comuni, servizi sociali, mondo del lavoro, associazionismo. In Toscana, strumenti come i Progetti Integrati di Area cercarono di coordinare risorse e priorità territoriali per obiettivi condivisi, in una prospettiva di educazione permanente (long life learning). Probabilmente fu questo il livello più promettente di integrazione tra scuola e territorio.
Eppure, nonostante alcune esperienze virtuose, gli organi collegiali hanno incontrato difficoltà strutturali che ne hanno progressivamente ridimensionato l’efficacia:
· le rigidità del sistema scolastico hanno ritardato per oltre vent’anni l’introduzione dell’Autonomia scolastica (legge del 1997 e regolamento del 1999), senza la quale il decentramento non poteva funzionare;
· i poteri prevalentemente consultivi hanno generato frustrazione e disillusione tra coloro che avevano creduto nella partecipazione democratica;
· i conflitti di competenza tra istituzioni, mai pienamente risolti, si ripropongono ancora oggi (emblematico il recente commissariamento della Regione Toscana sul dimensionamento della rete scolastica);
· a tutto questo si sono sommati scarsi e cronici investimenti in scuola e formazione.
Nonostante questi limiti, resta ferma la convinzione che la qualità del sistema formativo debba essere una priorità assoluta. Ciò significa non tagliare, ma aumentare le risorse, e soprattutto affidarne la gestione a organi collegiali realmente rappresentativi, capaci di leggere i bisogni dei territori e di agire nell’interesse della comunità educante.
Perché l’intuizione dei Decreti Delegati del 1974 resta ancora attuale: senza partecipazione democratica, la scuola rischia di tornare a essere un’istituzione chiusa, inefficace e distante dalla società che dovrebbe servire.