Il talitro:

semi-sconosciuto abitante degli ecosistemi sabbiosi costieri

di Alberto Ugolini

Molti anni fa, all’inizio degli anni ’50, un professore di zoologia dell’Università di Pisa, mentre passeggiava lungo la battigia della spiaggia sabbiosa del Gombo (oggi Tenuta del Parco di San Rossore), notò molti piccoli crostacei che, disturbati dai suoi passi, si allontanavano velocemente, saltellando, in direzione opposta a quella del mare per poi fare ritorno alla fascia di sabbia umida dopo poche decine di secondi.

Ma chi sono questi crostacei (i talitri)? Probabilmente la maggior parte dei lettori li conosce: sono le “pulci della sabbia”. Non sono vere pulci, non fanno niente a nessuno, sono assolutamente innocui. Sono più parenti di gamberetti e granchi che non di insetti e sono molto diffusi. Varie specie appartenenti a diversi generi, sono presenti sui litorali sabbiosi marini di latitudini temperate settentrionali e meridionali e tropicali. E sono bravi! Sono bravi perché riescono a sopravvivere in un ambiente, quello litorale, sottoposto a numerosi fattori di stress di origine biotica (come la predazione) e abiotica, prevedibili e periodici e imprevedibili, aperiodici (e.g. variazioni di temperatura, salinità, illuminazione, irraggiamento, moto ondoso). Fra gli adattamenti che ne consentono la vita in ambiente litorale ve ne sono di tipo anatomico, fisiologico e, non ultimi, di tipo comportamentale.

Durante il giorno i talitri stanno nascosti pochi centimetri sotto la sabbia umida della battigia; al crepuscolo escono alla superficie e, per la maggior parte, si dirigono verso la duna in cerca di materiale organico spiaggiato di cui si nutrono (sono onnivori/spazzini). Alle prime luci dell’alba inizia il rientro verso la fascia di sabbia umida. Percorrono, al massimo, poche decine di metri ma questa è -indipendentemente dalla distanza- una vera e propria migrazione che sulle nostre coste, caratterizzate da un ritmo mareale con escursioni molto contenute, si ripete ogni giorno. Quindi, il loro ritmo di attività locomotoria e le loro abitudini, prevalentemente crepuscolari-notturne, consentono loro di evitare le ore più calde del giorno e la bassa umidità relativa.

Avrete forse notato che ho parlato di sabbia umida, di umidità relativa, ma mai di acqua. Infatti i talitri non sono crostacei acquatici. Se, per qualche motivo, cadono in acqua si orientano rapidamente verso terra guadagnando di nuovo la sabbia umida in modo da minimizzare il rischio di predazione da parte di piccoli pesci presenti anche in pochi centimetri di acqua: i talitri non sono buoni nuotatori. Infatti, gli anfipodi talitridi sono fra i pochi crostacei, insieme a parte degli isopodi, a presentare adattamenti ad uno stile di vita semiterrestre. Ad esempio, non devono tornare all’acqua per riprodursi né per deporre le uova (le femmine sono dotate di una specie di marsupio in cui si sviluppano gli embrioni); hanno branchie ridotte, buona capacità di compensare brusche variazioni di salinità e, non ultimo, hanno la capacità di ritornare alla fascia di sabbia umida seguendo la via più breve (la perpendicolare alla linea di riva) riducendo sia il pericolo di predazione che, eventualmente di disidratazione. Ma come fanno?
Leo Pardi (questo il nome del professore di Pisa, fondatore dell’etologia italiana) ed il suo assistente di allora, il professor Floriano Papi compirono molti esperimenti per identificare i fattori di orientamento che consentono ai talitri (Talitrus saltator, in questo caso) di mantenere la via più breve sia allontanandosi dalla sabbia umida che facendovi ritorno. Gli esperimenti furono effettuati a varie ore del giorno e della notte in ambiente confinato (una ciotola trasparente contornata da uno schermo che consentiva agli individui all’interno della ciotola di vedere sole, o luna, e cielo ma non il paesaggio circostante). Risultato: i talitri mantengono costante per tutto il giorno e tutta la notte la direzione mare-terra della spiaggia di origine. Tramite uno specchio fu deflesso di un numero di gradi a piacere l’azimuth del sole e della luna proiettando l’immagine sugli animali in esperimento. I talitri modificarono la loro direzione di un numero di gradi in accordo con la deflessione del riferimento astronomico. Questa fu la prima dimostrazione nei crostacei della presenza dei meccanismi di bussola solare e lunare. Da sottolineare che ambedue i meccanismi sono cronometricamente compensati, cioè i talitri sono in grado di mantenere costante la direzione verso la sabbia umida compensando la variazione azimutale del riferimento orientante di tipo astronomico. Trasferitosi a Firenze negli anni ‘60, Pardi continua le ricerche sull’orientamento dei talitri insieme ad Antonio Ercolini, suo principale collaboratore, spostando la sperimentazione anche in Africa (Somalia e Eritrea) ma fonda anche una scuola di ricerca sui meccanismi di orientamento e homing in diversi modelli biologici: crostacei decapodi, molluschi, vespe, ortotteri, e anche qualche vertebrato. Gli esperimenti in zona equatoriale furono condotti per verificare il funzionamento della bussola solare in condizioni astronomiche particolarmente problematiche; infatti, per un osservatore posizionato all’Equatore, il sole culmina allo zenith due volte l’anno (non fornendo nessun angolo sul piano orizzontale), per 6 mesi il sole nasce a Est, culmina a Sud e tramonta ad Ovest, ma per gli altri 6 mesi nasce a Est, culmina a Nord e tramonta ad Ovest, inoltre la velocità azimutale non è costante né durante l’anno né durante il giorno, dipendentemente dalla distanza zenitale (il sole “corre” di più nelle ore centrali del giorno). È intuitivo che il meccanismo cronometrico della bussola solare (e quindi il corretto orientamento dei talitri, (in questo caso Talorchestia martensii) è soggetto a notevoli problemi. Tuttavia, gli esperimenti dimostrarono che gli anfipodi sono capaci di mantenere comunque la corretta direzione dell’asse mare-terra della spiaggia di origine. Una serie di esperimenti iniziati da Pardi e portati avanti dal sottoscritto, piuttosto complicati per poter essere riportati qui in dettaglio, ha consentito di evidenziare, accanto alla bussola solare anche una bussola magnetica, la quale, non essendo influenzata dai fattori astronomici elencati prima, consente ai talitri di superare le difficoltà derivanti dall’uso del sole (e della luna) come unici fattori orientanti. In particolare, deflettendo il campo magnetico terrestre tramite una coppia di bobine di Helmoltz generatrici di un campo magnetico artificiale, di 90° rispetto all’asse mare-terra, indicato per l’uso del sole, fu dimostrato che in certe condizioni gli animali usano entrambi i riferimenti orientanti, ma quando le condizioni astronomiche divengono difficili il riferimento magnetico è prevalente. Recenti esperimenti che ho condotto a Gibuti hanno dimostrato che questo è particolarmente vero per l’orientamento lunare a latitudini tropicali.

I talitri, però, non utilizzano soltanto riferimenti astronomici, impiegano anche riferimenti locali che possono migliorare l’orientamento lungo l’asse mare-terra, quali la pendenza del substrato e la visione del paesaggio. Inoltre, i giovani talitri, nati in cattività e mai esposti a sole e cielo prima del saggio, mostrano di essere in grado di assumere la corretta direzione verso mare (saggi a secco) come i loro genitori: la direzione mare-terra caratteristica di ogni popolazione, quindi, è innata ed ereditabile (ma anche soggetta ad apprendimento).
I talitri hanno una funzione ecologica? Nutrendosi del materiale organico spiaggiato, lo frammentano e lo modificano favorendone l’utilizzazione da parte di altri animali e di microrganismi. Inoltre i talitri costituiscono una risorsa alimentare per varie specie di invertebrati e vertebrati. Quindi sono importantissimi nel trasferimento di energia fra livelli trofici degli ecosistemi sabbiosi costieri e quindi per il loro buon funzionamento.
Infine, desidero porre in evidenza che diverse specie di talitri accumulano vari metalli in traccia e alcuni POPs (Persistent Organic Pollutants). Pertanto, sono utilizzabili come indicatori della contaminazione dei litorali. Recenti studi mostrano anche che possono nutrirsi di alcuni tipi di bioplastica. Chissà, in futuro potrebbero anche contribuire a combattere il problema della (bio)plastica nell’ambiente.

Quindi, sì, i talitri sono bravi e una volta erano presenti, numerosissimi, praticamente su tutti i litorali sabbiosi, ma oggi non è più così. Infatti, hanno dei “nemici”: predatori naturali a parte, le popolazioni sono minacciate dalla pulizia meccanica delle spiagge, dal calpestamento dei turisti/bagnanti, dall’erosione costiera e anche dai ripascimenti. Sarebbero meritevoli di protezione e conservazione, ma non facciamoci illusioni: un metro quadro di arenile, in termini economici, vale molto più di un talitro.