Come nasce una spiaggia
di Enzo Pranzini
In pochi si chiedono da dove sia venuta tutta quella sabbia che forma la spiaggia su cui sono stesi a prendere il sole, e molti, per fortuna, si sono dimenticati quanto gli è stato insegnato a scuola, ossia che è stata prodotta dall’erosione dei promontori da parte delle onde. Se questo processo avesse davvero la rapidità necessaria a formare le spiagge e a mantenerle in vita, molte torri costiere costruite secoli fa sui promontori, per avvistare navi nemiche e contrabbandieri, sarebbero già crollate in mare!
In realtà solo una piccola parte della sabbia deriva direttamente dall’erosione delle falesie, e solo in tratti di costa formati da rocce particolarmente tenere. La maggior parte della sabbia nasce invece molto lontano dal mare, sulle montagne e sulle colline. È lì che pioggia, gelo e variazioni di temperatura disgregano lentamente le rocce, e i granelli così formatisi vengono portati a valle dal ruscellamento superficiale; qui vengono presi in carico da fiumi e torrenti che li trasportano fino alla foce, dove, per una riduzione della velocità della corrente, vengono depositati. Solo le particelle più fini, limi e argille, restano in sospensione nell’acqua e vengono disperse al largo, spesso con pennacchi giallastri visibili dall’aereo o sulle immagini rilevate dai satelliti, per depositarsi poi molto lentamente sui fondali lontani dalla costa.
Quanto depositatosi alla foce del fiume viene attaccato dalle onde, che possono innescare correnti dirette verso il largo o che si muovono lungo la costa: è così che ciottoli, ghiaie e sabbie arrivano fino alla nostra spiaggia. Ma vi è anche sabbia che viene prodotta direttamente nel mare: nei tropici, ma anche nel Mediterraneo, gusci, conchiglie e scheletridi organismi marini finiscono per trasformarsi in sedimenti. Persino le praterie marine di Posidonia oceanica — fanerogama spesso vista come un fastidio dai bagnanti e dai gestori degli stabilimenti balneari — contribuiscono alla costruzione delle spiagge, perché ospitano una ricchissima fauna marina che produce materiale biogenico destinato a diventare sabbia. Un altro contributo arriva dal passato geologico. Circa 18 mila anni fa, durante l’ultima glaciazione, il livello del mare era circa 130 metri più basso di oggi, e quando è risalito ha progressivamente rimobilizzato antiche spiagge, spingendo verso riva enormi quantità di sedimenti. Le lunghe isole barriera della costa atlantica degli Stati Uniti, su cui si sono sviluppati grandi centri urbani, quali Miami Beach, Atlantic City e Ocean City, si sono formate proprio così.
Ma il principale “fornitore” di sabbia, almeno sulle nostre coste, è il reticolo idrografico, in particolare da quando l’uomo ha cominciato a tagliare i boschi, trasformando i terreni in pascoli o in aree coltivate, facendo aumentare l’erosione del suolo e il ruscellamento superficiale, e quindi l’afflusso di sedimenti all’alveo fluviale, che poi li ha trasportati alla foce. Non a caso la grande espansione delle nostre spiagge è avvenuta nei periodi di maggiore crescita demografica e economica: Età romana, Medioevo e Rinascimento, quando si è avuto un parallelo dissesto idrogeologico.
I fattori che influenzano la quantità di sabbia che entra ed esce dal bilancio sedimentario di una spiaggia
Oggi accade il contrario: con l’abbandono dell’agricoltura, il prelievo di inerti dagli alvei fluviali e la costruzione di dighe lungo le aste fluviali, l’apporto sedimentario al sistema costiero si è ridotto, mentre l’energia del moto ondoso e la forza delle correnti che spostano i sedimenti è rimasta pressoché invariata. Inoltre, i porti e i moli guardiani, costruiti per tenere libere le foci di fiumi e canali, intercettano il flusso sedimentario, determinando un’espansione delle spiagge poste sopraflutto, a cui però fa riscontra una contrazione, ancora maggiore, di quelle sottoflutto. Ecco che la sabbia si sposta lungo riva, ma non ne arriva altra a prenderne il posto. È per questo che circa la metà delle spiagge italiane è in erosione.
Ma come fa la sabbia che corre lungo la riva a trasferirsi sulla terraferma e costruire una vera spiaggia? Per capire questo conviene andare su di una spiaggia in tarda primavera, quando sono ancora visibili i segni delle mareggiate invernali. Ci accorgeremo che una spiaggia naturale non scende dolcemente e in modo uniforme verso il mare, ma presenta una serie di gradini, costituiti da superfici a debole pendenza rivolte verso terra e brevi tratti ripidi rivolti verso il mare: sono le berme, antichi depositi costruiti da mareggiate di diversa intensità. La più alta è la “berma di tempesta”, formatasi durante le mareggiate più violente, quando le onde ‘distruttive’ raggiungono quasi le dune. In queste condizioni il mare sposta grandi quantità di sabbia: una parte viene trascinata verso il largo, ma un’altra viene spinta con forza verso alto, da dove il riflusso, più lento, non riesce a riportarla indietro, anche perché parte dell’acqua s’infiltra nel corpo sedimentario. Se le mareggiate successive sono meno intense, si formano berme più basse, fino a che le onde di bel tempo, ‘costruttive’, non riportano a riva tutta la sabbia che era stata spinta al largo in inverno. È così che si forma la larga spiaggia estiva, con una piccola e bassa cresta di berma ordinaria.
Ma la parte emersa, normalmente chiamata arenile, costituisce solo una piccola porzione della spiaggia. Questa deve essere intesa come quella fascia in cui i sedimenti si muovono da e verso riva, o lungo la costa, e si spinge fino a dove le onde riescono a spostare in granelli; quindi a una profondità che dipende dall’energia del moto ondoso a cui è esposto un litorale. Possiamo dire, in modo molto approssimativo, che sulle nostre coste può andare dai 5 ai 10 metri di profondità, valore quest’ultimo superato in brevi tratti costieri particolarmente esposti, come nella Sardegna occidentale.
Anche sott’acqua il profilo della spiaggia non scende progressivamente verso gli alti fondali, ma presenta barre sabbiose lineari o festonate, che si formano dove la sabbia portata verso il largo dal riflusso di fondo interrompe il proprio viaggio sulla linea dei frangenti (i cavalloni!). Sono queste barre che, riavvicinandosi alla costa nei periodi di mare più calmo, possono attaccarsi alla spiaggia emersa facendola allargare. È per questo che l’arenile cambia costantemente di ampiezza ed è, in genere, più largo d’estate che d’inverno.
Se la spiaggia non è confinata a terra da passeggiate a mare, case o stabilimenti balneari, può assumere la morfologia più idonea a dissipare l’energia del moto ondoso, e, dopo una mareggiata, vedere tornare verso riva quella sabbia che era andata a formare le barre sulle quali si rompevano le onde. Ma se le onde ‘costruttive’ di bel tempo si scontrano con delle parteti riflettenti, i granelli di sabbia sono tenuti in sospensione dalla turbolenza e non si depositano. Ecco che una spiaggia, che aveva un equilibrio dinamico, si trasforma in una spiaggia in erosione. E non diamo la colpa alle onde!