Le tartarughe marine del Mediterraneo
Nidificazione e schiusa della Caretta caretta
di Giacomo Di Fraia
Delle sette specie di tartarughe marine esistenti sulla Terra in questo momento, tre frequentano attivamente il Mediterraneo e sono la Dermochelys coriacea, la Chelonia mydas e la Caretta caretta. Chelonia mydas e Caretta carettaappartengono alla stessa famiglia, che è quella delle Chelonidi, mentre Dermochelidi è la famiglia di appartenenza della Dermochelys coriacea.
Quest’ultima è facilmente riconoscibile rispetto alle altre in quanto, oltre alla diversa colorazione (bluastra con macchie bianche), è anche estremamente grande. Dermochelys coriacea può infatti raggiungere fino a 3 metri di lunghezza e arrivare a pesare oltre i 500 kg. Sono solitamente considerate delle campionesse di immersioni poiché possono raggiungere anche 1000 m di profondità. A questi livelli la pressione sarebbe tale da schiacciarle se non fosse per la struttura del loro carapace. Infatti, la più grande differenza che esiste tra la Dermochelys coriacea e le Chelonidi è data proprio dal carapace: nelle Chelonidi si tratta di un carapace osseo, mentre nelle Dermochelidi è un carapace dermico, come dice la parola. Più nello specifico la Dermochelys presenta 5/6 creste ossee che decorrono in senso antero-posteriore e 5 carene, ovvero porzioni di derma inspessito che permettono alla tartaruga in questione di raggiungere profondità così elevate.
Sebbene sia una specie estremamente grande, è raro riuscire ad avvistarla nel Mediterraneo. Si tratta, infatti, di una specie principalmente oceanica mentre tende a utilizzare il Mediterraneo soltanto come hotspot di alimentazione.
Endemiche del Mediterraneo sono invece le già citate Chelonia mydas (anche detta tartaruga verde) e Caretta caretta. La prima presenta un carapace con 4 scuti costali (o placche costali o laterali), mentre la Caretta caretta ne presenta 5. In termini anatomici, un’altra differenza è la presenza di 5 placche infraorbitali nella Caretta caretta, che sono solo 2 nella Chelonia. Altra differenza è la ranfoteca, cioè il becco delle tartarughe marine: la mascella della Chelonia mydas risulta essere posizionata più anteriormente rispetto alla mandibola, mentre nella Caretta caretta mandibola e mascella si trovano allo stesso livello. Ciò trova spiegazione nelle abitudini alimentari, in quanto la Chelonia mydas in fase adulta è erbivora, mentre l’altra in fase adulta è onnivora. Le due specie si distinguono, infine, solo leggermente per le dimensioni; sono infatti di dimensioni abbastanza simili se non che la Caretta caretta riesce a raggiungere circa 1 metro e 20 di lunghezza di carapace, mentre la Chelonia mydas anche 1 metro e 50, e di conseguenza il peso di quest’ultima risulta essere leggermente maggiore.
Per quanto riguarda la localizzazione, il Mediterraneo, e in particolare la porzione sud-orientale (Cipro, Turchia, Grecia, Egitto, ecc.), rappresenta la zona di nidificazione per le tartarughe della specie Chelonia mydas; tuttavia, queste si trovano anche nel Pacifico, più precisamente in Australia.
Per quanto riguarda la Caretta caretta, definita appunto tartaruga comune in quanto nidifica nei nostri mari, è stata classificata dal WWF Italia come Vulnerable (VU, vulnerabile) in tutto il Mediterraneo, mentre in Italia è classificata come specie Endangered (EN, in pericolo).
Visto che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) la considera una specie Endangered a livello nazionale è necessario proteggerla. Viene infatti considerata una specie ombrello: essendo un animale che interagisce con diversi livelli della catena alimentare e con ambienti molto vasti, la sua tutela implica automaticamente la protezione di numerosi altri organismi e habitat. In altre parole, proteggere la tartaruga marina significa proteggere un intero ecosistema.
Per quanto riguarda la strategia riproduttiva, è necessario precisare che quella della tartaruga marina è molto diversa dalla nostra: mentre noi umani facciamo pochi figli e ci prendiamo cura di loro, le tartarughe marine, essendo rettili, producono molte uova e non effettuano cure parentali. Come tutti i rettili, nidificano e per farlo devono scavare un buco nella sabbia — un nido appunto — all’interno del quale depongono le loro uova, circa 100. Più nel dettaglio, per un esemplare adulto e sano il numero può variare da 80 a 120 uova per nido, e non è raro che una singola femmina ne realizzi 3-4 nel corso della stagione riproduttiva. Infine, non scava necessariamente i nidi tutti sulla stessa spiaggia, ma può variare la localizzazione mantenendosi comunque nelle vicinanze (se dovesse deporre, per esempio a Piombino, con ogni probabilità si manterrà nell’area dell’arcipelago toscano).
Sulle spiagge, soprattutto in questo periodo (da fine maggio a fine luglio) possono essere visibili tracce di nidificazione di tartarughe marine. Si distinguono 3 tipologie di tracce:
- Visiting track (traccia di visita), in cui la traccia di emersione e di immersione sono collegate e formano una sorta di U. Quello che accade durante la formazione di questa traccia è che la tartaruga esce dall’acqua, fa un giro sulla spiaggia e torna verso il mare. Non c’è nido in quel caso perché la tartaruga marina ha semplicemente esplorato la zona.
- Digging track (traccia di scavo), all’interno della quale troviamo la traccia di emersione, la traccia di immersione, lo scavo e la spianata; non troviamo il nido perché può accadere che la tartaruga si spaventi per disturbi dovuti alla presenza umana (comportamenti sconsigliati dato che se la tartaruga non dovesse deporre, potrebbe anche morire) oppure per la presenza di predatori naturali. Questa traccia presenta nuovamente una caratteristica forma a U, in quanto la tartaruga emerge dal mare e inizia a effettuare una serie di tentativi di scavo in punti diversi – piccole buchette esplorative – spostandosi da una zona all’altra finché non decide di rinunciare e tornare in mare. È proprio la presenza di queste buchette esplorative a distinguere la digging track dalla visiting track.
- Nesting track (traccia di nidificazione), è la più importante e qui, oltre che alla traccia di emersione, immersione, scavo e spianata, troviamo anche il nido vero e proprio, con le uova.
Vediamo adesso come si riconoscono le tracce. La traccia di immersione e di emersione, essendo fatte dalla stessa tartaruga, sono uguali. Una è dal mare verso l’entroterra, l’altra dall’entroterra verso il mare. Ogni traccia presenta una porzione centrale piatta, data dal fatto che la tartaruga marina non cammina sulle 4 zampe come farebbe un animale terrestre, ma struscia il ventre sulla sabbia. La sua porzione ventrale, chiamata piastrone, è infatti piatta, ed è proprio il contatto di questa con il suolo a creare la caratteristica striscia centrale che osserviamo nelle tracce. Accanto ci sono poi le impronte delle pinne anteriori e di quelle posteriori. La differenza principale che ci permette di distinguere a prima vista la traccia di immersione da quella di emersione è la forma. Quella di emersione è un po’ curvata, nello specifico un po’ più ampia e lunga per il fatto che l’animale tende a cambiare direzione per cercare il luogo adatto a nidificare. Prima di tornare in mare, la tartaruga compie la cosiddetta girata, ovvero si ruota su se stessa dopo aver spianato il terreno, per orientarsi nuovamente verso il mare. La tartaruga nella traccia di immersione, invece, non avendo più nulla da fare — poiché, come già detto, non svolge cure parentali — torna verso il mare andando dritta, quasi perpendicolare alla riva.
Una volta scelto il luogo adatto, mamma tartaruga si prepara a scavare il nido profondo non più di mezzo metro. Poiché la tartaruga non è alta più di 50 cm, deve prima sistemarsi sulla sabbia: si posiziona e rimuove la sabbia da sotto di sé, creando così uno scavo, ovvero una conca all’interno della quale si assesta. Con le pinne posteriori scava quindi il nido vero e proprio: una buca nella sabbia il cui fondo viene allargato per creare una camera d’aria dove si posizioneranno le uova. Queste ultime, una volta deposte sono morbide, il che le protegge dalla rottura durante la caduta — di almeno una decina di centimetri — nel nido. Questa morbidezza è dovuta al fatto che il guscio non è ancora calcificato: la calcificazione avverrà progressivamente, partendo dalla porzione animale (sopra l’embrione) fino a quella vegetativa (sotto l’embrione). Una volta deposte tutte le uova, la tartaruga ricopre il nido e lancia la sabbia dietro di sé per confondere i predatori, creando così quella che viene detta spianata. Mamma tartaruga torna poi in mare formando, come già detto, la traccia di immersione.
È importante sottolineare che chiunque si trovi davanti a una possibile traccia di nidificazione di una tartaruga marina deve rivolgersi alle autorità, senza agire diversamente. Le tracce devono infatti essere lasciate intatte per permettere di prelevare tutti i dati scientifici che saranno utili per capire l’età dell’animale, la sua grandezza, e soprattutto per permettere di ritrovare il nido. Su Piombino come autorità di questo tipo agisce TartAmare (Grosseto), però in generale i Centri di Recupero Tartarughe Marine (CRTM) sono le autorità da contattare, altrimenti se proprio non si sa a chi rivolgersi la soluzione migliore è chiamare il numero nazionale della Guardia Costiera (1530).
Per quanto riguarda la ricerca del nido in seguito all’avvistamento delle tracce, intervengono i biologi marini, ovvero le persone autorizzate. È importante ricordare che toccare gli animali selvatici — tartarughe marine e loro uova comprese — è vietato e perseguibile legalmente, in quanto potrebbe causare danni agli esemplari. I biologi autorizzati che intervengono sul campo cercano le uova e, qualora le individuino, chiudono il nido e lo recintano per poi tornarci dopo 60 giorni.
A questo punto, come si fa a capire se il nido è idoneo oppure no? Dipende dalla sua posizione. In particolare va tutto bene se il nido è posizionato al di sopra della berma di alta o berma da tempesta, che rappresenta il livello di spiaggia al di sopra del quale l’acqua non arriva durante le tempeste. Mentre la berma di bassa o la berma ordinaria rappresenta il livello oltre il quale l’acqua non va quotidianamente.
Se il nido non è posizionato correttamente, si effettua la traslocazione, un’operazione sconsigliata che può essere effettuata solo in caso di estrema emergenza. Per cui, se i biologi marini trovando un nido deposto la sera prima che risulta essere localizzato al di sotto della berma da tempesta, allora la traslocazione può essere effettuata. Tuttavia, è importante che questa operazione avvenga al massimo entro le 24 ore dalla deposizione, poiché dopo tale periodo inizia il processo di calcificazione delle uova, quindi queste non possono più essere esposte all’aria, ma devono permanere al buio, all’umido e al di sotto della sabbia. È quindi importante eseguire un monitoraggio continuo e quotidiano delle spiagge proprio per poter intervenire tempestivamente.
Nel caso in cui si effettui una traslocazione è importante che solo le persone autorizzate munite di guanti spostino le uova cercando di creare un altro nido sulla duna che sia al di sopra della berma da tempesta e che abbia le stesse caratteristiche di profondità e larghezza del nido originariamente scavato dalla tartaruga. Le uova vengono perciò prelevate una ad una e inserite all’interno di porta-uova, facendo attenzione a non ruotarle in quanto lo sviluppo embrionale delle uova di tartaruga marina è polarizzato, e quindi ruotare le uova comporterebbe l’uccisione dell’embrione poiché il tuorlo lo strozzerebbe. Fondamentale anche mantenere l’ordine corretto delle uova: l’ordine di estrazione è inverso all’ordine di inserimento nel nuovo nido. Quello che si cerca durante questo processo è mimare il più fedelmente possibile una deposizione di tartaruga marina. Una volta fatto tutto questo prima di ricoprire completamente si pone la rete anti-predazione, si richiude il nido con la sabbia e si recinta con appositi cartelli per avvertire le persone. La rete anti-predazione può servire anche per capire se le uova si stanno schiudendo o meno in quanto se la rete risulta posizionata a 5 cm di profondità significa che le uova si sono schiuse dato che la sabbia ha preso il posto dell’aria contenuta all’interno dell’uovo.
Le tartarughe marine depongono nel periodo che va da fine maggio fino a fine luglio; in particolare in Italia la prima nidificazione è avvenuta a Lampedusa il 27 di maggio. Dopodiché, con un periodo che varia dai 40 agli 80 giorni in base alla temperatura, c’è lo sviluppo embrionale. Quindi da agosto fino a fine settembre ci sono le schiuse. La temperatura sopra i 29°C determina il sesso femminile, mentre sotto tale temperatura quello maschile. Le tartarughe marine in 3/4 notti si schiudono in più ondate le une dalle altre, e tendono a schiudersi durante la notte in quanto percepiscono la variazione di temperatura, quindi dal tramonto all’alba c’è questa possibilità. Se dopo 3 giorni/1 settimana dall’ultimo uovo schiuso non ce ne sono ulteriori si procede con il digging, ovvero si scava il nido per capire quante uova si sono schiuse rispetto al totale. Si valuta, più nello specifico, quanti sono stati i pipped (embrioni con sacco vitellino attaccato) e gli hatchling (i nati ma poi morti schiacciati dalla sabbia dai loro gemelli). Il momento della schiusa è inoltre facilmente prevedibile con calcoli scientifici grazie all’inserimento di un HOBO, cioè l’apposito termometro, all’interno della sabbia in prossimità del nido a circa 1 m di distanza. Grazie alla temperatura misurata si riesce quindi a stabilire il giorno preciso di schiusa.
Dopo la fase di digging terminano le fasi del Progetto Tartaruga, progetto che fa capo al CRTM (Centro Recupero Tartarughe Marine) dell'Oasi WWF Policoro "Bosco Pantano" (MT).
Il centro è uno dei poli più importanti del Mediterraneo per il soccorso, la cura e la riabilitazione di esemplari feriti da reti o imbarcazioni, e per la tutela dei nidi lungo la costa ionica lucana sotto la referenza scientifica di Gianluca Cirelli per i nidi nella Basilicata .
Riferimenti bibliografici:
- WWF Italia. Tartaruga marina. WWF Italia. https://www.wwf.it/specie-e-habitat/specie/tartaruga-marina/