Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde: “Non ne ho!”
di Paolo Mazzuchelli
Il tempo e le sue implicazioni filosofiche, poetiche, musicali, declinazioni difficilmente rintracciabili nella grafica delle copertine dei dischi, mentre se ci riferiamo al tempo e alla misurazione del suo scorrere il discorso si fa più ricco, colorato e stimolante.
Per migliaia di anni l'uomo ha utilizzato diversi strumenti per tenere traccia dello scorrere del tempo.
Gli egizi dividevano il giorno in due parti da 12 ore ciascuna, utilizzando grossi obelischi per tracciare il movimento del Sole mentre altri antichi strumenti di misura del tempo sono stati utilizzati nel corso della storia: la candela oraria, utilizzata nella Cina antica, nel Giappone antico, in Inghilterra e in Mesopotamia; la clessidra, la meridiana.
I primi orologi meccanici vennero inventati in Europa agli inizi del XIV secolo, e costituirono lo standard nella misurazione del tempo fino all'invenzione dell'orologio a pendolo nel 1656. L'invenzione della molla di richiamo all'inizio del XV secolo permise poi lo sviluppo di orologi portatili, portando all'arrivo dei primi orologi da tasca nel XVII secolo.
Se di candele orarie non si trova traccia nelle copertine già con la meridiana non andiamo poi così male visto che è la protagonista nei dischi di Kevin Kern “Beyon the sundial” (1997).
Carl Verheyen “Sundial” (2000),
intinta nell’acido lisergico per “Sydney's Electric Headcheese Sundial” l’album di rarità del 2000 per Orange Alabaster Mushroom il progetto psych del canadese Greg Watson.
Tratto decisamente più elegante quello che contraddistingue l’artwork di “Meridiana” (2021) del Canzoniere Grecanico Salentino, col prezioso inserto dorato (nella versione cd) e la colorata track list sul retro.
Se con la clessidra l’unico caso degno di nota è quello relativo al primo album degli Hourglass (1967) dei fratelli Duane e Greg Allman,
con gli orologi meccanici abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.Se scegli di chiamare il gruppo The Time e il tuo secondo disco “What time is it? (1982) la copertina non può che essere coerente col titolo
così come se canti un giorno di 25 ore spargerai orologi qua e là nella coloratissima e psichedelica custodia di un gioiellino sonoro come “25 O’Clock” (1985) dei Dukes of Stratosphear, bizzarro quanto godibile spin-off degli inglesi XTC.
In quanto a colori, grafica e lettering dai chiari profumi psichedelici non manca nulla nemmeno alle confezioni di due singoli italiani targati 1968, “Il tempo dell’orologio” dei Da Polenta e “L’orologio” di Caterina Caselli.
Quadranti e meccanismi interni compaiono spesso in forme più o meno originali nelle copertine di Culture Club “Time (the clock of the heart)” (1982), Clock DVA “…Texas chainsaw massacre” (1979), Jerry Garcia “Garcia” (1972), Birth Control “Plastic People” (1975), Elton John “Captain Fantastic and the dirty brown cowboy” (1975).
Il funzionamento di un orologio ci è mostrato nella copertina del primo album dei Soft Machine caratterizzata nelle prime edizioni dal prezioso gioco di una sezione “rotante” (vai a sapere se questa trovata l’hanno avuta prima loro o Frankie Valli per il suo “Timeless” visto che entrambi i dischi sono stati pubblicati nel 1968!)
Il tema dell’orologio viene ripreso anche all’interno dell’album dei Soft Machine grazie ad una ragazza senza veli e con la carica a molla fra le spalle.
In Italia ovviamente pensarono bene di preservare l’integrità morale dei possibili acquirenti coprendo alla bene e meglio la fonte dello scandalo.
A prendersi cura del nostro risveglio le sveglie psichedeliche degli Strawberry Alarm Clock presenti sul retro dei loro primi due album (1967/1968) il secondo dei quali non a caso si intitola “Wake up it’s tomorrow”
e quella decisamente più canonica di Ritchie Havens.
Decisamente bizzarro e criptico l’orologio da tavolo che sfoggiano gli alfieri del Canterbury sound Egg “Egg” (1970).
Chiamato a realizzare la cover di “Time passages” (1978) di Al Stewart, Storm Thorgerson della Hipgnosis scelse “"…di mostrare una radio che veniva sintonizzata sullo scaffale di una finestra della cucina, ma allo stesso tempo "sintonizzava" la vista del paesaggio fuori dalla finestra" per raffigurarne il passaggio temporale
mentre lo scorrere del tempo è rappresentato i due modi diametralmente opposti dal titolo dell’album di Nick Drake “Five Leaves left” (1969) e dalla copertina del terzo album degli statunitensi Sugarloaf “Don’t call us, we’ll call you” (1975).
Nel primo caso si allude alla 5 cartine da sigaretta rimanenti nel pacchetto, cupo quanto casuale (?) presagio degli anni che lo separavano dalla prematura dipartita; di tutt’altro taglio la seconda, divertente spiegazione delle lunghe infinite attese durante le chiamate ai call center.
Come non ricordare la copertina che Cesare Monti realizzò per “Darwin!” (1972) del Banco Del Mutuo Soccorso utilizzando l’orologio a cipolla che era stato di suo padre, al posto del cui quadrante la moglie Wanda Spinello realizzò il dipinto che riprende il tema dell’evoluzione.
Ci vuole Tom Waits a ricordarmi che è arrivata l’ora di chiudere questo mio intervento, in sottofondo il vinile del suo “Closing Time” (1973) e quella copertina che ci mostra l’artista statunitense appoggiato al pianoforte al termine di una serata… sono le tre e venti del mattino ed è proprio orario di chiusura!