La musica che rivoluzionò la società occidentale
di Frida Nacinovich
“Venite signori della guerra, voi che costruite i cannoni, voi che costruite gli aeroplani di morte, voi che costruite le bombe, voi che vi nascondete dietro muri, voi che vi nascondete dietro scrivanie, voglio solo che sappiate che posso vedere attraverso le vostre maschere”. Negli anni Sessanta del secolo scorso Bob Dylan, e in Inghilterra i Beatles e i Rolling Stones, avevano tracciato il sentiero. Ma negli anni Settanta, dopo ubriacature psichedeliche e sublimi sperimentazioni, la musica rock, la musica ribelle di più generazioni, diventa un’autostrada di note e di accordi che porta dritto in paradiso. È quella scala verso il cielo intonata dai Led Zeppelin all’alba del decennio che diventa un anthem, un inno che valicherà i confini del tempo e dello spazio, ancora oggi cantata e suonata ai quattro angoli del pianeta. Formidabili quegli anni in cui, solo per restare dalle nostre parti, una piccola rivista musicale come Ciao 2001 diventava la guida di ogni adolescente che si rispetti, da tenere nello zaino e far leggere a compagne e compagni di classe a scuola, e da compulsare avidamente in cerca di un nuovo disco interessante da ascoltare, di una nuova intrigante band da seguire.
Le classifiche degli lp più venduti riportate settimanalmente dal periodico erano illuminanti. Certo, c’erano Fabrizio De André, Francesco Guccini, Lucio Battisti, anche i Nomadi, ma ai primi posti trovavi i Led Zeppelin, gli Who, i Pink Floyd, i King Crimson, i Genesis. Fulminati sulla via di Damasco, gli adolescenti italiani, francesi e tedeschi, i nordici e gli olandesi, si innamoravano di queste espressioni artistiche che dall’originaria matrice anglo-americana si trasformarono rapidamente in un esperanto occidentale, lingua franca, comprensibile a tutte e tutti e dotata di una forza evocativa potentissima.
Non erano solo i capelli lunghi, gli spiriti ribelli, l’esistenza trasgressiva degli eroi del rock a colpire. Era qualcosa di più, era ascoltare e vedere che un mondo diverso possibile esisteva, un canto e una musica libera che spazzavano via, come avrebbe cantato Eugenio Finardi nella sua musica ribelle, “le strofe languide di tutti quei cantanti, con le facce dei bambini e con i loro cuori infranti”. Al loro posto, in una penisola che mutava velocemente pelle, avanzando a passi da gigante sulla strada di una rivoluzione civile, sociale e del costume che nessuna bomba e nessun attentato nero poteva fermare, nascevano gruppi dai nomi esotici: Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Perigeo e tanti altri ancora. Gruppi che in buona parte avevano le proprie radici sonore nella musica colta, quella che si studia al conservatorio, poi fusa in un caleidoscopico melting pot che la rendeva popolare e al passo con i tempi. Anni che correvano veloci, velocissimi e che nella seconda metà del decennio dettero vita all’ennesima rivoluzione musicale e socioculturale.
“Dio salvi la regina, il suo regime fascista”, urlano sprezzanti i brutti, sporchi e cattivi per eccellenza, i Sex Pistols di Jonny (Lydon) Rotten sputando sui ben pensanti d’oltremanica, mentre i loro coetanei Clash, quattro guerriglieri armati solo di chitarra, basso e batteria, passavano indenni tra le fiamme del punk per approdare a una musica del mondo che traeva ispirazione dalla Londra multietnica in cui artisti di ogni colore e religione si esibivano sulle rive del Tamigi. I Clash che ricordavano i bombardamenti nazi-fascisti su Guernica intonando Spanish bombs in Andalusia, e che attaccavano il potere in ogni sua forma intitolando il loro secondo album “Give’m enough rope” (Date loro abbastanza corda). Canzoni di libertà, scritte da un giovane artista giamaicano che in un lampo conquistò cuori e menti, facendo conoscere una musica, il reggae, che era impossibile non ballare.
Padre Bob Marley così come ancora oggi lo chiamano tutte e tutti coloro che su pace, amore e buone vibrazioni edificano la loro esistenza quotidiana. “Alzatevi, ribellatevi, ribellatevi per i vostri diritti. Alzatevi, ribellatevi, non arrendetevi”. Avrebbe chiuso il decennio Bob Marley con un memorabile concerto nello stadio milanese di San Siro stracolmo di giovani. Gli stessi che rifiutavano le guerre, il servizio militare, l’incubo del nucleare. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, ma quella musica continua ad essere trasmessa dalle radio come se fosse uscita ieri e non cinquant’anni fa. Tramandata dai genitori ai figli e ai nipoti come un lascito prezioso, un testamento morale da conservare gelosamente nel chiuso della propria cameretta, ascoltando per la millesima volta i “topi caldi”, “Hot Rats” di quel genio di Frank Zappa, che aveva studiato Stockhausen e Varèse di cui era innamorato, e che ancora oggi viene amato per le sue composizioni che nulla hanno da invidiare alla cosiddetta musica colta. Anni a tempo di musica, colonna sonora di più di un decennio. Perché è del 1967 la “Proposta” dei Giganti che arrivarono addirittura terzi a Sanremo con una ballata di pace ricordata per sempre con un altro titolo: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”.