Basta raccontare la guerra per desiderare la pace

di Fabio Canessa

In questi terribili tempi di guerra, nessun libro può farci venire più desiderio di pace che “La paura”, un capolavoro scritto più di cento anni fa da Federico De Roberto. Ermanno Olmi ne trasse un bellissimo film, “Torneranno i prati”. Siamo nelle trincee della desolata Valgrebbana durante la prima guerra mondiale, “uno scenario da Sabba, la porta dell’Inferno”. Lo squallore del paesaggio incornicia lo spossamento dei soldati, costretti a un’“inerzia snervante, quella sospensione nel vuoto, lo stillicidio di quel tedio”, nel disagio di una condizione marcescente. Per cui c’è chi si augura piuttosto la battaglia, il pericolo, “le avanzate contro il fuoco nemico”.

 

Se ne pentirà quando la situazione stagnante esplode in una tragedia metafisica e i sassi del brullo panorama “mettono gli occhi”, con la cima del monte che si accende “come la bocca di un vulcano”: un cecchino nemico, invisibile e implacabile, uccide uno per uno tutti i soldati che cercano di raggiungere un punto di vedetta lasciato incustodito. Il tenente Alfani non può disubbidire all’ordine di insistere nel tentativo e, a malincuore, vede cadere sotto il fuoco i poveri fanti, diretti consapevolmente a un destino di morte. La secchezza di una scrittura asciutta, che mescola i vari dialetti dei soldati alla lucida narrazione della mattanza, immette il lettore nell’incubo della paura. Che non è la paura di morire in battaglia, eroi di un’azione gloriosa, ma quella della certezza di andare incontro ottusamente a una stupida esecuzione: “se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge”.

 

Fra i corvi che volteggiano sul mucchio di cadaveri e lo straziante lamento dei feriti irraggiungibili, la “lenta, metodica e inutile strage” consuma la propria terribile ritualità. E il colpo d’ala finale aggiunge un ultimo brivido di sgomento. Elogiato come uno dei vertici dell’opera di De Roberto da un critico come Luigi Russo, che lo definì la “catastrofe dello scetticismo dello scrittore”, il racconto trasfigura il crudo realismo nella pura negatività della sofferenza umana. 

 

Paragonare l’esperienza degli ucraini o dei palestinesi alla lettura di un libro è indecente, ma poche volte la letteratura è riuscita a far sentire al lettore lo sgomento della guerra e il bisogno di pace come in questo caso (l’unico paragone possibile è con “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu). E poche volte il cinema ha saputocondannare con tanta efficacia l’insensatezza e la disumanità di ogni guerra come nel film di Olmi, che cala lo spettatore in un rarefatto incubo di morte, nella pace innevata del silenzio delle montagne.