Locale è bello (e universale)
di Fabio Canessa
Solo ciò che è locale può diventare universale, mentre chi tenta con ogni sforzo di essere globale sarà ignorato sia nel suo che negli altri paesi. Almeno nell’arte e nella cultura. La storia di un poveraccio a cui rubano la bicicletta nelle strade della Roma degli anni Quaranta è diventata la bandiera del cinema neorealista. Non mi interessa, avrebbe potuto rispondere qualsiasi produttore di oggi, a chi vuoi che importi una vicenda così minimale? Quanta gente pensi che vada a vedere un film dalla trama talmente misera e così poco glamour? Il pubblico si appassiona a ben altro. Invece con “Ladri di biciclette” Vittorio De Sica è entrato nella storia del cinema perché ha emozionato tutto il mondo. La potenza dell’espressione artistica agisce solo se l’opera è radicata profondamente nella dimensione locale, individuale, esistenziale di chi la crea: la Commedia di Dante non fa che parlare di Firenze e di quei personaggi localissimi che il poeta conosceva di persona. Eppure a distanza di settecento anni, rimane il testo letterario più universalmente letto, studiato e venerato. Nella Recherche, Marcel Proust non ha fatto altro che raccontare la vita propria e della gente che frequentava, con dettagli personalissimi e privatissimi di sensazioni individuali, nel contesto della società parigina di inizio Novecento. Si sono riconosciuti in Marcel i lettori di ogni epoca e di ogni nazione. L’arte infatti è trasfigurazione di una verità locale e intima, che si rifrange negli animi di tutti coloro che si rispecchiano in essa. Se funziona così, è segno che ci assomigliamo tutti molto più di quanto si pensi. E se un artista osa squarciare il velo della superficialità e scavare a fondo nella sua esperienza di vita, ecco che la sua opera parla a tutti. I grandi capolavori della storia del cinema, da “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman a “Otto e mezzo” di Federico Fellini, sono esattamente questo: autobiografie sognate, radiografie del corpo e dello spirito, aneddoti d’infanzia assurti al rango di epifanie, cronaca elevata alla sacralità, gossip sublimato nello spettacolo di una visionarietà filosofica. Il cancro dell’arte è invece il marketing globale, la pianificazione a tavolino nel confezionare un prodotto buono per la platea internazionale. Infatti sarà un prodotto, non un’opera d’arte. E per paura di sembrare provinciale, si sforzerà di emanciparsi da ogni accento e coloritura locale, finendo così con l’essere insapore. Un prodotto standard, di plastica, buono per tutte le stagioni e dunque per nessuna, costruito dall’assemblaggio di stereotipi (sentimentali, polizieschi, comici, horror, a seconda del genere), sganciato dalla realtà della storia e dalla verità della coscienza. Cucina internazionale, come la chiama l’amico Nicola Calocero: la stessa che, nel campo gastronomico, è rappresentata da quelle grandi catene multinazionali che ti fanno trovare gli stessi medesimi spiccicati panini, insalate o gelati a Londra, Tokyo, Firenze, Madrid, Parigi e New York. Il modello è il medesimo dei chewing gum, dei vini e dei dolci industriali o della Coca Cola: sono dappertutto ma il gusto non entusiasma nessuno. L’arte si sprigiona dalla pizza napoletana, dalla schiaccia briaca elbana, dal Brunello di Montalcino e dalla salama ferrarese.