La calda estate dei toscani

di Nicola Sciclone

Da mesi lo scenario economico è segnato da un clima di incertezza e da conflitti internazionali, anche di natura commerciale, che influenzano le prospettive di crescita, orientandole verso un generalizzato rallentamento.
Ampie fasce della popolazione e del tessuto produttivo toscano vivono l’attuale congiuntura in un equilibrio instabile: per alcuni prevale la percezione della resilienza; per altri, il senso dell’arretramento. Ma, nell’insieme, domina un deterioramento della fiducia, che rappresenta invece un ingrediente essenziale per tornare a crescere.

Il sentiment che i toscani nutrono per le proprie condizioni di vita restituisce con efficacia l’evoluzione del quadro congiunturale: ad un miglioramento percepito rispetto agli anni più difficili, si affianca infatti una persistente cautela che frena l’ottimismo e mantiene fragile la fiducia nel futuro.
Ad esempio, è in calo la quota di famiglie che si considerano povere: dal 15% del 2023 al 10% del 2025; prevale inoltre, diversamente dallo scorso anno, chi dichiara di arrivare a fine mese “con relativa facilità” (52%) nella gestione del proprio bilancio familiare rispetto a chi segnala una condizione di difficoltà (48%); e tuttavia, questa ripresa nella percezione attuale non si traduce ancora in un rafforzamento della fiducia.

Permane infatti un atteggiamento di cautela che si riflette sia nella valutazione della propria condizione economica, considerata da molti “stazionaria” rispetto all’anno precedente, sia nelle aspettative future. Cala drasticamente la quota di chi prevede un miglioramento economico (dal 14,4% al 6,6%), mentre aumenta chi ritiene che la situazione resterà sostanzialmente invariata (dal 63,1% al 70,7%).
A pesare sulle aspettative contribuiscono anche le difficoltà concrete nel sostenere alcune voci di spesa essenziali: poco meno di un terzo delle famiglie rinuncia alla vacanza, una su cinque non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di 2.000 euro, e una su quattro fatica a pagare farmaci o visite mediche.
In sintesi, i toscani registrano un miglioramento rispetto agli anni più duri, ma la sensazione di sicurezza economica non è ancora consolidata. La fiducia resta un capitale fragile, sospesa tra segnali di ripresa e zone d’ombra che ancora non si diradano del tutto.

Invertire la tendenza è però possibile, a condizione che il rilancio della domanda torni al centro dell’agenda della politica economica. Diamo un contenuto operativo a questa affermazione, declinandola in due direzioni.
La prima riguarda il posizionamento e il ruolo del sistema produttivo nei processi di globalizzazione. È necessario mettere in sicurezza la nostra tradizionale capacità di intercettare la domanda estera. Negli anni, infatti, le esportazioni toscane sono cresciute più rapidamente rispetto a quelle di altre regioni del Centro-Nord, ma parallelamente è aumentato anche il peso di mercati di sbocco potenzialmente instabili.
Oggi, un terzo del valore aggiunto manifatturiero attivato – direttamente o indirettamente – dalla domanda estera proviene da Cina, Russia o da economie emergenti e in via di sviluppo: interlocutori su cui non sempre è possibile fare pieno affidamento.
Inoltre, negli ultimi anni, insieme alle esportazioni è aumentata anche la quota di importazioni di materie prime e beni intermedi, contribuendo così alla dispersione del reddito a vantaggio di altri Paesi e/o di altre regioni.
Ad esempio, oltre il 70% degli input necessari alla produzione di farmaci proviene dall’estero, di cui il 27% dai Paesi in via di sviluppo e il 4% dalla Cina. E proporzioni non trascurabili di importazioni si registrano in molti altri settori: carta, macchinari, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli – un lungo elenco per il quale si rinvia al recente Rapporto Irpet “Dalla globalizzazione al protezionismo, i riflessi economici e sociali, 27 giugno 2025”.
Solo uno sciocco potrebbe pensare a un ritorno all’autarchia, ma sarebbe saggio preoccuparsi di innalzare il grado di autosufficienza nei settori strategici – in particolare nell’energia – e in quelli in cui la soglia di dipendenza ha superato livelli di guardia.

La seconda direzione di marcia riguarda la domanda interna, che oggi merita attenzione ancor più che in passato, soprattutto in un contesto di volatilità e incertezza del commercio internazionale. Una domanda interna che può alimentare un circolo virtuoso attraverso il rilancio dei salari, mortificati da una stagnazione trentennale in parte causata dalla caduta delle ore e delle giornate di lavoro, in parte dalla debolezza della produttività ed in parte da una redistribuzione del valore che in alcuni settori (moda, meccanica, alloggio e ristorazione, costruzioni, ecc..) ha premiato più il capitale che il lavoro.
Si potrebbe obiettare che il rilancio della domanda sia solo uno slogan. Non è così, in realtà. Naturalmente il ruolo principale spetta alle politiche europee, ancora prima che a quelle nazionali. Il Rapporto sul futuro della competitività europea di Draghi rappresenta da questo punto di vista un concreto programma di governo, incentrato sugli investimenti, che delinea uno scenario di sviluppo contro l’inerzia attuale. 
Ma anche le politiche regionali possono esercitare in questo scenario un ruolo non trascurabile. Ad esempio, aumentando la produzione interna di energia, grazie alla geotermia e le altre fonti rinnovabili; sostenendo il potere d’acquisto dei salari attraverso l’offerta gratuita o a basso costo di alcuni servizi e prestazioni; fissando un salario minimo come criterio premiante negli affidamenti e negli appalti pubblici; incentivando gli investimenti nella produzione di tecnologie strategiche; aiutando le imprese nei processi di diversificazione dei mercati di sbocco. In un elenco di interventi, solo apparentemente scollegati, che rappresentano il primato che la politica può esercitare nella definizione di una strategia. Oggi più che mai necessaria per governare le complessità di un contesto internazionale segnato da volatilità e crisi.