Il tempo: origine, respiro e coscienza del suono

di Stefano “Cocco” Cantini

Nella musica, il tempo segna il respiro: senza di esso, nessuna melodia e nessuna armonia possono davvero colpire l’anima. Da sempre l’uomo si confronta con il ritmo del tempo e, probabilmente, gli oggetti percossi sono stati il primo mezzo con cui si è espresso, sia per comunicare a distanza sia come forma di aggregazione. Esistono tantissimi tipi di tempo: pari, dispari, complessi; ma quale sarà stato il primo con cui l’uomo ha iniziato a giocare?

Nella mia vita di musicista mi sono dedicato anche alla ricerca, in particolare allo studio degli Etruschi e del suono di alcuni loro strumenti musicali. Ho approfondito soprattutto quelli rarissimi, forse unici al mondo, ritrovati da Menson Bound, grande archeologo subacqueo inglese, all’Isola del Giglio, oggi conservati al Museo archeologico di Porto Santo Stefano. In questa importante ricerca, condotta insieme all’archeologa Simona Rafanelli, direttrice del Museo di Vetulonia, abbiamo analizzato non solo i reperti musicali, ma anche le rappresentazioni iconografiche legate alla musica: scene di danza, ampiamente presenti nelle decorazioni vascolari, nonché figure di suonatori e danzatrici raffigurate nelle tombe. In realtà, anche la maggior parte dei musicisti erano donne, e questo la dice lunga sulla cultura e sul rispetto tra i sessi nel popolo etrusco.

Studiando queste rappresentazioni, abbiamo osservato che alcune figure di danza si ripetono ciclicamente, suggerendo una struttura ritmica precisa. Il tempo risultante sembra essere proprio quello del valzer: il 3/4.

Questo tipo di tempo è sicuramente molto antico: lo possiamo ritrovare anche in forme di musica africana tribale. Anche la velocità influisce profondamente sulla trasmissione delle emozioni. Una ballata, ad esempio, ha spesso una velocità molto vicina al battito del cuore, intorno ai 60 BPM (battiti al minuto). Questa vicinanza al battito cardiaco non è casuale: il corpo umano riconosce naturalmente determinate pulsazioni come familiari. Il tempo, quindi, non è solo una struttura musicale, ma un ponte diretto tra suono e percezione, tra mente e corpo.

Quando il tempo accelera, il respiro cambia, il battito si adatta e, con esso, anche lo stato emotivo: si genera tensione, energia, movimento. Al contrario, tempi più lenti favoriscono introspezione, calma, profondità. È come se la musica avesse il potere di “accordare” l’essere umano su diverse frequenze emotive.
Se torniamo alle origini, possiamo immaginare che il ritmo sia nato prima ancora della melodia. Il battito delle mani, il passo, il suono della pietra contro la pietra: elementi semplici, ma carichi di significato. Il tempo, in questo senso, rappresenta la prima forma di ordine nel caos sonoro.

Anche nelle culture antiche, come già accennato, il ritmo aveva spesso una funzione rituale. Non era solo intrattenimento, ma uno strumento per entrare in connessione con il gruppo, con la natura e, in alcuni casi, con il sacro. La ripetizione ciclica del tempo creava una sorta di trance, uno stato in cui il singolo si perdeva per diventare parte di qualcosa di più grande.

Questo ci riporta ancora una volta all’idea di ciclicità: il tempo musicale, come quello della vita, si fonda su ritorni, su accenti che si ripetono e che danno senso al fluire. Anche nei tempi più complessi, l’ascoltatore cerca inconsciamente un punto di riferimento, un “centro” a cui tornare.

Forse è proprio qui che si trova la chiave: il primo tempo con cui l’uomo ha “giocato” potrebbe essere stato quello più vicino a sé stesso, al proprio corpo, al proprio cammino. Un tempo naturale, prima ancora che teorico.
Ancora oggi, nonostante l’evoluzione della musica e delle sue forme, quel legame primordiale non è mai scomparso. Ogni volta che ascoltiamo o suoniamo, in fondo, stiamo ancora dialogando con quel battito originario. Nel mio mondo musicale, cioè quello del jazz, il tempo è più importante delle frasi musicali stesse. Il giocare con esso, da parte di un solista, rispetto alla ritmica formata dalla batteria e dal contrabbasso (che ha anche un ruolo armonico), crea una tensione costante che ipnotizza l’ascoltatore sensibile. Anche qui la pulsazione del tempo è fondamentale: è la porta della creatività.