La mobilità come vocazione di un microterritorio
di Enrico Zanini – Università di Siena
Ci sono dei territori che, per vocazione, sono legati alla mobilità; perché il loro ruolo di spazi di passaggio e di sosta si perpetua nel tempo, indipendentemente dal mutare delle condizioni storiche.
L’entroterra piombinese è certamente uno di questi, perché fin dall’epoca romana è stato attraversato dal più importante asse stradale tirrenico, la via Aurelia/Aemilia Scauri, che consentiva il collegamento tra Roma e le città della costa progressivamente passate sotto il suo controllo, fino ad arrivare a Pisa e a Luni.
Questa lunga storia di territorio vocato alla connettività interregionale è iniziata dunque in tempi assai remoti (la via Aurelia romana risale al III-II secolo a.C.) e si è mantenuta fino ad oggi, perché nello spazio di qualche centinaio di metri si concentra un fascio di strade e ferrovie (la via Aurelia storica, oggi strada provinciale; la superstrada che ne è l’erede e la linea ferroviaria Roma-Pisa) che è destinato a svilupparsi nei prossimi anni con il completamento dell’autostrada Tirrenica.
All’interno di questo frammento di Maremma costiera così “connesso”, un posto speciale occupa Vignale, una fattoria sette-ottocentesca che è invece sostanzialmente “disconnessa”, giacché per arrivarci dalla superstrada bisogna imboccare prima uno svincolo e poi una strada vicinale, che in meno di duecento metri ci trasferisce nel ritmo lento di un frammento particolarmente ben conservato di paesaggio storico toscano.
Eppure il sito Vignale è legato al tema della mobilità e della sosta da moltissimi fili storici. Per riannodarli bisogna fare un salto indietro fino al 1830, quando era in piena costruzione la Strada Regia da Pisa a Grosseto, progettata dagli ingeneri del Granduca Leopoldo II per ristabilire la connessione stradale tra le due più importanti città costiere della Toscana, che era andata perduta nei lunghi secoli del Medioevo con l’abbandono dell’antica Aurelia/Aemilia Scauri.
Il Granduca, ignorando i consigli dei suoi tecnici, che avrebbero preferito un percorso più interno, decise di tagliare con una linea retta spezzata la pianura della Val di Cornia, proprio in quegli anni in via di bonificamento. Nell’aprire la nuova strada poche decine di metri a valle di Vignale, gli operai intercettarono i resti di un antico insediamento romano, che venne scavato parzialmente e documentato da una bella pianta in scala.
Intorno a questo ritrovamento si aprì una discussione piuttosto serrata tra lo stesso Granduca e gli allora proprietari della tenuta di Vignale, la famiglia Franceschi.
Il tema riguardava proprio la mobilità e il servizio alle persone che si muovevano lungo la nuova strada. Leopoldo proponeva infatti ai proprietari dei terreni attraversati dalla Strada Regia un accordo economico: a fronte della cessione delle terre, rimaste ancora di proprietà pubblica, su cui correva il tracciato dell’antica via Aurelia romana, chiedeva la realizzazione di locande e stazioni di posta per il cambio dei cavalli.
Il cavalier Franceschi non volle accettare l’accordo, perché una locanda – l’edificio che diventerà poi il podere di Poggio alle Forche, a qualche centinaio di metri da Vignale – l’aveva già costruita autonomamente, attratto dai profitti che avrebbe potuto realizzare offrendo appunto servizi ai viaggiatori.
Dopo una lunga trattativa, i due si accordarono per una soluzione alternativa: a fronte della cessione dei terreni demaniali, Franceschi avrebbe costruito una “casa” a protezione di un bellissimo mosaico pavimentale – che oggi noi sappiamo essere stato allestito nel IV secolo d.C. - rinvenuto negli scavi condotti vicino a Vignale; avrebbe inoltre recintato il resto delle strutture, dando origine a uno dei primi parchi archeologici nella storia d’Italia.
Al momento dell’accordo, quello che entrambi i protagonisti non sapevano è che stavano in qualche misura rievocando un passato specifico di un sito legato alla mobilità fin dall’antichità. I resti che gli scavi granducali avevano riportato alla luce altro non erano infatti che quelli di una grande villa di età romana, che per un lungo tratto della sua storia aveva funzionato anche di stazione di sosta lungo la via Aurelia, che in quel punto correva proprio lì accanto.
Ma il legame tra Vignale e la mobilità non si ferma qui.
Agli inizi del ‘900, la “casa” posta a protezione del mosaico venne riconvertita in un capannone agricolo e il bellissimo mosaico venne occultato sotto un pavimento rustico.
Nel 1960, l’ampliamento della strada granducale per trasformarla nella SS 1 – Aurelia richiese l’abbattimento del capannone, che sorgeva proprio a ridosso della carreggiata, ma il famoso mosaico, protetto dalle fondamenta dell’edificio moderno, riuscì a sopravvivere alle arature che si susseguirono fino al 2004, quando sono cominciati i nuovi scavi archeologici che stanno riportando alla luce questo straordinario di storia di un territorio e delle strade che lo attraversavano.