Vandalo a chi?

di Marco Giovagnoli

L’opera d’arte, il segno della creatività e del genio, l’esito materiale di un atto di devozione, l’aspirazione alla memoria eterna: il Patrimonio culturale (d’ora in poi: Patrimonio, com’è corretto chiamarlo) innerva le civiltà d’ogni dove sul nostro pianeta, le identifica, dona coesione e senso d’appartenenza; le divide e le ordina, anche, a seconda della civiltà dominante. Condivide, nella sua ampia diversificazione e pervasività, un destino di fragilità, di precarietà che è intrinseco alla unicità di ogni sua componente, non rileva quanto sia il suo valore economico. Quest’ultima sua caratterizzazione è un fenomeno tutto sommato moderno: quando il vescovo di Blois, Henry Gregoire de Tours, durante un’omelia nel 1793, coniò il termine vandalisme in funzione antirivoluzionaria – per sanzionare i saccheggi delle chiese all’indomani della Rivoluzione dell’89 assimilandoli a quelli compiuti dal popolo Vandalo a Roma nel 455 d.C. – non sapeva ancora della fortuna che avrebbe avuto questa sua espressione, ma anche gli usi distorti che se ne sarebbero fatti.

Il ‘sacco’ di Roma non fu di opere d’arte, non si risolse (in gran parte) in distruzione di Patrimonio: i Vandali depredarono Roma di metalli preziosi o strategici, che erano ciò che davvero contava allora. Ce lo ricorda Antonio Cederna, nella sua introduzione a I vandali in casa, dove il padre della tutela del territorio del nostro Paese ‘assolve’ il popolo germanico rispetto alla fama di distruttore di monumenti antichi: i Vandali, dice Cederna, avevano altre priorità che non distruggere il Patrimonio, impresa che avrebbe assorbito troppe risorse rispetto all’obiettivo prioritario di una “normale” conquista militare. I veri vandali erano, per lui, i suoi (e i nostri) contemporanei in doppio petto, coloro sotto le cui “zanne” gemeva il Patrimonio (culturale e territoriale) del ‘Giardino d’Europa.

I ‘segni’ patrimoniali
sono diffusi e dunque esposti: alle sfide del tempo, all’usura del contatto con la comunità umana, alla sete di rapina, alla distruzione involontaria e volontaria. La contaminazione col tempo è consustanziale al manufatto, in gran parte il fascino e l’attrazione attuali sono anche frutto dell’interazione con lo scorrere del tempo – lo ha ben indicato ad esempio Friedrich con la sua complessa simbologia delle rovine – e lo sanno anche le moderne metodologie del restauro, che indicano nella visibilità e nella reversibilità dello stesso una sorta di rispettoso ‘patto’ col tempo e col degrado; il contatto tra l’espandersi dell’antropizzazione e i segni precedentemente lasciati dalle generazioni che hanno prodotto il Patrimonio ha spesso oscillato tra la volontà di conservare (probabilmente il recentissimo ritrovamento di San Casciano ha a che fare con questa sensibilità, ad esempio) e quella di innovare (quanti edifici anche modesti a Roma avevano pezzi del Colosseo nelle loro mura?).

La pervasività umana confligge inevitabilmente con la natura di bene pubblico del Patrimonio: l’espansione urbana nella migliore delle ipotesi ‘isola’ il segno (lo hanno fatto a lungo anche i Musei), lo definisce e lo regola decontestualizzandolo, ma nella peggiore lo tomba, lo sgretola, lo privatizza (anche qui è paradigmatica la vicenda della Regina Viarum, dell’Appia, raccontata e agita in prima persona da Cederna); dall’altro lato l’isolamento, la defunzionalizzazione degli spazi – le chiese, ad esempio – espongono il Patrimonio più o meno minore alla sottrazione (spesso distruttiva) e alla dispersione.

La privatizzazione è l’anello di congiunzione con la sfera della rapina, della sottrazione, dell’obnubilamento simbolico del Patrimonio come esito della sua economicizzazione moderna; il trasferimento di una parte cospicua del Patrimonio mobile dalla sua (logica) natura di bene pubblico o comune a quella della rendita economica e simbolica individuale non è storia recentissima ma eserciti, tombaroli, collezionisti, nuovi ricchi, custodi infedeli di Biblioteche e neoliberisti culturali hanno parossisticamente messo in discussione la linea di confine tra il ‘diritto umano’ al godimento irristretto del Patrimonio e il diritto utilitaristico della prevalenza del più forte nel godimento di tali beni – l’asta miliardaria dei dipinti di Gauguin, Klimt, Cezanne, Van Gogh (ed altri 150 pezzi) dalla collezione privata di Paul Allen, recentemente tenutasi da Christie’s, sembra un intero piano di un museo metropolitano più che la disponibilità di un solo individuo, pur estremamente capiente. E’ estremamente probabile che ai fortunati acquirenti delle opere non capiti qualcuno in casa (si suppone vivano in ambienti assai protetti o che si affidino a strutture di comprovata sicurezza) che tagliuzzi o martelli l’opera, o che vi getti sopra un passato di ortaggi e/o si incolli alle tappezzerie del salotto. E dunque: il tema del danneggiamento o della distruzione dell’opera d’arte è tornato di grande attualità con i beau geste degli attivisti per la giustizia climatica rivolti ad opere di grande notorietà (anche qui Van Gogh, Monet, Vermeer, Goya etc., i soli, detto per inciso, capaci di attirare l’attenzione dei media), appunto oggetto di lancio di liquidi e quant’altro.
Nei resoconti abbondano da un lato i riferimenti ai situazionisti, a Tzara, al gesto à la Duchamp etc., dall’altro al danneggiamento o la distruzione delle opere d’arte, al mezzo che sovrasta il messaggio, al (“puro”, ipse dixit) vandalismo. E dunque i Vandali vengono di nuovo evocati.
Non entreremo nel già detto, ossia che non vi sono stati danneggiamenti (grazie ai vetri protettivi ed anche alla metodologia scelta dagli attivisti) e non approfondiamo, per motivi di spazio e di pazienza di chi legge, la questione del diverso destino cui rischiano di incorrere le opere tenacemente garantite allo spazio pubblico come in molti Musei – speriamo che tutti gli attivisti siano accorti come quelli di Ultima Generazione – rispetto alle loro fortunate (e per pochi fortunati) consorelle nei caveau. Ma l’inquinamento del dibattito col termine ‘vandalismo’ merita una riflessione in più. Dalla definizione Treccani di vandalismo come “tendenza a rovinare, distruggere, guastare senza necessità e senza ragione, per gusto perverso o per sciocca e malintesa ostentazione di forza, o anche per incapacità a comprendere la bellezza e l’utilità delle cose che si distruggono”, a quella Hoepli di una “tendenza a devastare spec. ciò che è bello, buono, utile, per spinta maniacale, per stupida prova di forza o per ottusa insensibilità”, a quella oxfordiana di “willful or malicious destruction or defacement of public or private property; the ruthless destruction or spoiling of anything beautiful or venerable”, come si noterà il tratto comune alle varie definizioni è l’elemento della gratuità del gesto vandalico e della sua mancanza di senso, che ricorre nelle definizioni italiane e viene evocata nel termine malicious in quella anglosassone; ma anche altri aspetti emergono: il vandalismo è esito dell’incapacità culturale di chi lo mette in atto, un deficit di comprensione del valore di ciò che viene vandalizzato, ossia distrutto ma anche deturpato. Nel contesto anglosassone si evidenzia (ovviamente, diremmo) l’attacco alla proprietà, pubblica o privata che sia, e la ricorrente opposizione willful/malicious, ossia la differenza tra chi compie l’atto vandalico in maniera deliberata o vuol causare danni senza alcun apparente o comprensibile motivo. Qualsiasi cosa si pensi delle azioni degli attivisti, le loro gesta non sembrano ricadere in nessuna delle fattispecie evocate: non siamo nella sfera d’azione evocata da László Tóth nel suo attacco alla Pietà michelangiolesca (né nella lunga lista degli atti similari facilmente verificabile in Rete), né in quella dei milioni di turisti all’attacco usurante dei patrimoni culturali e naturali, né nei distruttori (coperti spesso dall’immunità di Stato) del Ponte di Mostar, della Biblioteca di Timbuctu, dell’Atollo di Bikini o della Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Né, infine, in quella pur evocativa di vandalismo ideologico (‘un danno compiuto per sostenere una causa o comunicare un messaggio’) come nella famosa classificazione di Stanley Cohen del 1973: semplicemente, qui non c’è danno, come non c’è mancanza di senso, gratuità o incapacità di comprensione. Forse, come danno collaterale, potrebbe esserci il rischio di una ulteriore limitazione dello spazio pubblico (al netto dei prezzi dei biglietti d’ingresso delle Mostre, va detto), della democratizzazione dell’accesso all’arte e alla cultura faticosamente conquistato contro le resistenze elitarie dell’antico e nuovo régime, quello dei parrucconi e quello dei neoliberisti, quello dei musei affittati ai matrimoni dei ricchi o alle sfilate della high society. Ma ovviamente la questione va ben al di là delle zuppe – foss’anche evocatrici come la Campbell’s – e dell’ordine pubblico: è politica, che si tratti di catastrofe climatica, di Patrimonio come bene comune, di giovani depredati del loro futuro.