Le convenzioni internazionali sulla protezione del patrimonio.
Uno sguardo diacronico per l’Ucraina
Il 9 marzo di quest’anno «the Guardian» pubblicava on line l’articolo Ukrainians in race to save cultural heritage, sotto forma di reportage e di intervista a Lilya Onyshchenko, coordinatrice capo del Dipartimento responsabile della cura e della protezione degli edifici storici e dei siti del patrimonio mondiale di Leopoli, città dichiarata Patrimonio Mondiale dal 1998, altresì riconosciuta Creative Cities Unesco per la letteratura. Le immagini e il video pubblicati a corredo del testo mostravano le operazioni di protezione antiaerea del patrimonio, ripresentando alla storia armature di tubi innocenti a sorreggere impalcature di materiale ignifugo, strati di protezione antischegge e l’avvio delle movimentazioni da chiese e musei del patrimonio mobile, allo scopo tradotto in vani sotterranei e seminterrati. Nello stesso paper la direttrice del museo di Leopoli, Olha Honchar, dichiarava che «Moscow wants to eradicate Ukrainian culture. It’s what defines us and our identity. It’s a memory of who we are».
Ciò che sta avvenendo nel cuore dell’Europa è il segno tangibile del fallimento delle convenzioni internazionali sulla protezione dell’eredità culturale in assetto di crisi: tema che tra l’altro ha densamente animato il dibattito sul patrimonio nei secoli XIX e XX, che qui conviene ripercorrere per marcare la profondità della lacerazione del cosiddetto soft power della diplomazia artistica, nella definizione formulata da Milton Cummings di «scambio di idee, informazione, arte e altre manifestazioni culturali tra le nazioni e le loro popolazioni, ai fini di accrescerne la comprensione reciproca».
A partire dall’art. VIII della Dichiarazione di Bruxelles del 1874, il principio di sottrarre all’azione bellica i beni mobili e immobili destinati all’esercizio del culto, all’educazione, alle arti e alle scienze, ha visto una progressiva spinta sanzionatoria verso gli illeciti derivanti da operazioni di distruzione, trafugamento e confisca (o altresì storicamente intesi “bottini di guerra”), richiamando lo Stato occupante all’obbligo della conservazione del patrimonio. Volendo delimitare la trattazione al Novecento, il superamento della c.d. “guerra totale” in favore dell’etica del conflitto, è ripercorribile diacronicamente a partire dall’utopia della Società delle Nazioni. Al termine del primo conflitto mondiale, che aveva reso plastico il fallimento della Convenzione dell’Aja del 1907, la chimera della pace perpetua, teorizzata nel Settecento dall’abbé de Saint-Pierre e ripresa da Kant, trovava risposta nella «idée se développe qu’il faut créer une organisation internationale puor promuovoir le rapprochement des peuples et donc la paix grâce a la coopération intellectuelle» (Dragoni 2015). Nel settore di interesse l’atto più rappresentativo, e ancora oggi attuale, è dato dall’istituzione (1926) dell’Office International des Musées (OIM) e dalla rivista «Mouseion» (1927-1946), forum permanente di riflessione, scambio di esperienze e di rinnovamento dell’istituzione museale. Il fallimento dell’utopia fu segnato dal numero monografico La Protection des Monuments et Oeuvres d’Art en Temps de Guerre (1939), ove furono ponderate le misure di protezione del patrimonio che, seppur considerando le necessarie differenze in termini di aerial bombing, risultano le medesime che oggi vediamo attuate in Ucraina (fig. 1 e 2).
Alla fine del secondo conflitto mondiale il tema della protezione dell’eredità culturale in caso di conflitto armato ha animato dapprima la Carta di Londra del 1945 e, più segnatamente, la Conferenza generale Unesco svoltasi a Firenze nel 1950, da cui si giunse al testo della Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, siglato come trattato internazionale all’Aja nel 1954. L’importanza del documento, oltre al rigore sulla prevenzione contro ogni forma di danneggiamento del patrimonio, è data dal radicale mutamento dei significati di cui esso veniva investito: non più esclusiva espressione delle singole identità degli Stati, talvolta traviate a iconografie e iconoclastie nazionaliste, quanto costruzione di un patrimonio comune dell’umanità, per la prima volta letto in chiave globale e non solo europea, riconoscendo come ogni popolo, secondo le proprie tradizioni, contribuisce alla cultura mondiale. Tralasciando i seppur importanti aggiornamenti al trattato, formulati nei nove capitoli del Secondo protocollo del 26 marzo 1999, l’eredità delle guerre, in particolare quella del secondo conflitto mondiale, rendeva possibile riconoscere la protezione, indipendentemente dalla dichiarazione formale dello stato di guerra, consentendo l’applicazione delle disposizioni anche in occasione di conflitti interni o dei cosiddetti “conflitti misti”, connotati da qualificazioni di diritto non sempre lineari. Si pensi, al mai abbastanza ricordato, caso di Khaled al-Asaad, direttore del sito di Palmira, ucciso da un gruppo jihadista nel 2015. Eppure, in tali termini, la Convenzione dell’Aja ha incluso fra gli oggetti di ratifica «ogni forma di collaborazione fra la potenza occupante e le autorità del territorio occupato per l’adozione di misure di salvaguardia e conservazione del culturale heritage», a ciò prevedendo anche l’avvio di forze specializzate, cui hanno fatto seguito importanti ma non dirimenti interventi, fra cui l’istituzione dei Caschi blu della cultura (2002).
Per chiudere su un aspetto che, oggi come in altre epoche, segna lo scollamento fra i decisori politici mondiali e la comunità accademica, la risposta internazionale che, ad oggi, risulta maggiormente apprezzabile è quella della comunità scientifica, la quale, come sempre deve, non ha smesso di dialogare e di interrogarsi ed ha intrapreso azioni di confronto internazionale maturo - o di rinnovata coopération intellectuelle … da cui, oltre le macerie e la guerra, nuovamente ripartire (cfr. fra altri, International scientific and practical conference, «Cultural heritage: innovative approaches and sustainable development, September 9-10, Polytecnic national University, Lviv, Ukraine; Call for short insight papers: Museums and the Full-Scale Invasion of Ukraine, «Museums & Society», November 2023 issue, University of Leicester).
Bibliografia sintetica
https://amp.theguardian.com/world/2022/mar/09/ukrainians-in-race-to-save-a-nations-cultural-heritage
Arte e guerra. Storie dal Risorgimento all’età contemporanea, atti del convegno “Il patrimonio artistico negli assetti di crisi: indagine diacronica sulle politiche protettive e sollecitative rispetto alle arti, in caso di conflitto, nell’Italia fra Risorgimento e Guerra fredda” (Padova, 3-5 febbraio 2020), a cura di C. Bajamonte, M. Nezzo, Padova, Il Poligrafo, 2021
Cummings, M.C., Cultural Diplomacy and the United States Government: A Survey, in «Cultural DiplomacyResearch Series», 26 giugno 2009, p.1
Dragoni P., L’attività dell’Office International des Musées e della rivista «Mouseion» per la protezione del patrimonio artistico in caso di conflitto armato, in In difesa dell’arte. La protezione del patrimonio artistico delle Marche e dell’Umbria durante la seconda guerra mondiale; Firenze, Edifir, 2015, pp. 17-37
Gallarotti G.M., Cosmopolitan power in international politics: a synthesis of realism, neoliberalism and constructivism, New York, Cambridge University Press, 2010
Didascalie:
Fig. 1, Jesus Christ, statue being taken out of Armenian Cathedral of Lviv, Ukraine, to be stored in a bunker for protection. The last time it was taken out was during WWII
Fig. 2, Trasporto dei cavalli bronzei della basilica di San Marco di Venezia. Arrivo alla stazione di Roma, 1915, Roma, Museo Centrale del Risorgimento