Il patrimonio culturale diffuso come spazio pubblico

di Salvatore Settis

L’immagine dell’Italia come terra straordinariamente ricca di patrimonio culturale non è solo un'invenzione dei politici o delle agenzie di viaggio. Al contrario, è questa un'immagine particolarmente forte che attira sul nostro Paese una specialissima attenzione e un flusso imponente di visitatori. Come attira sull'arte italiana (anche su quella conservata al Louvre o al Metropolitan) una messe di studi e di libri senza paralleli con nessun'altra arte “nazionale”. Ma perché questa forza e questa compattezza del “modello Italia”, pur nella diversità degli stili, dei paesaggi fisici e culturali, dei radicamenti locali di questo o quel pittore, scultore, architetto? Perché quello che l'Italia offre non è solo la somma dei suoi monumenti, musei, bellezze naturali; ma anche e soprattutto il loro comporsi in un tutto unico, il cui legame non saprei chiamare meglio che “tradizione nazionale” o “identità nazionale”, e cioè la consapevolezza del proprio patrimonio, della sua unità e unicità, della necessità di conservarlo in situ.

Di fatto, come nessun paese al mondo e prima di ogni altro paese al mondo, l'Italia ha avuto coscienza del legame profondo fra la propria storia culturale e il proprio futuro. Ho detto “l'Italia” e avrei dovuto dire, le Italie, gli Stati italiani preunitari, in molti dei quali dalla Roma Pontificia agli Stati borbonici del Sud, ai ducati emiliani, al “patto di famiglia” Medici-Lorena, che legò per sempre a Firenze i beni artistici della corona granducale (1737), la consapevolezza che il patrimonio culturale doveva essere inteso come un insieme, e dunque difeso legandolo al territorio, è stata precocissima e acuta. Il fatto che l'Italia fosse la meta del Grand Tour in voga per secoli fra le élites d'Europa fu la risposta, da oltre i confini della Penisola, a questa attenzione al patrimonio tanto coltivata dentro i confini.

Per questo si dice spesso che l'Italia è come un unico, immenso museo (Museo Italia è il titolo di un libro del 1997 di Antonio Paolucci, un soprintendente che fu anche per qualche tempo Ministro dei beni culturali). È un'immagine efficace ma debole, perché si presta a essere capovolta: l'Italia, si può rispondere, non può essere imbalsamata come un museo, è prima di tutto un Paese, che deve crescere. Quello del museo è per sua natura uno spazio artificiale dedicato e separato, nel quale si entra per scelta in cerca di oggetti specifici, “da museo”, per l'appunto. Al contrario, la forza del “modello Italia” è tutta nella presenza diffusa, capillare, viva di un patrimonio solo, in piccola parte conservato nei musei, e che incontriamo invece, anche senza volerlo e anche senza pensarci, nelle strade delle nostre città, nei palazzi in cui hanno sede abitazioni, scuole e uffici, nelle chiese aperte al culto; che fa tutt'uno con la nostra lingua, la nostra musica e letteratura, la nostra cultura. E se questa è l'Italia, non lo è per caso né per mero trascinamento inerziale, ma al contrario, per una scelta consapevole (e sofferta) dei padri fondatori dell'Italia unita e più tardi di quella repubblicana. Si discusse allora accanitamente, se il nuovo Regno dovesse puntare su un modello incentrato sui musei didattici (e dunque favorire lo spostamento di opere, per esempio, da Palermo a Torino), o invece privilegiare il radicarsi nel territorio di collezioni e opere secondo le loro sedimentazioni storiche.
È proprio la diffusione capillare del patrimonio sul territorio nazionale e il suo comporsi in insieme coerente, frutto di una cultura istituzionale e civile che risale almeno all'unità politica del Paese, che ha costruito lo spazio pubblico del patrimonio culturale, fa il carattere dell'Italia e ne è il massimo fattore di attrazione. Se ne sono bene accorti gli osservatori non italiani: per citare solo un esempio illustre, Ernst Gombrichosservava, in una vecchia intervista, che studiare storia dell'arte è più importante per gli italiani che per chiunque altro, perché in Italia il patrimonio artistico è presente in modo più intenso e più distribuito che altrove; perciò, i migliori guardiani dell'eredità culturale italiana - continuava Gombrich - devono essere i cittadini, in particolare i più giovani.

Ma questa funzione di custodia può continuare nel tempo solo se i cittadini saranno animati dalla coscienza che la storia, la cultura, l'identità dell'Italia e delle piccole patrie che la compongono è intrisa profondamente, irreversibilmente della cultura figurativa che è concresciuta con la lingua, la letteratura, la musica, la storia, il paesaggio, l'immagine delle nostre cento città e dei mille e mille paesi. Perdere questa identità sarebbe rinunciare a una parte importante, anzi costitutiva di noi stessi, di quello che gli Italiani sono, per esserlo diventati nel corso dei secoli. È proprio questo tessuto connettivo che rende inestimabile il patrimonio italiano nel suo complesso, anche sul fronte dell'immagine e della valorizzazione del Paese. Il nostro bene culturale più prezioso è il contesto, il continuum fra i monumenti, le città, i cittadini. Uno spazio composito di risorse pubbliche da tutelare e difendere come bene di interesse collettivo.


* [testo adattato da Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi, 2002]