Nòstos
di Marco Giovagnoli
Chi l’avrebbe mai detto? Alla rinnovata domanda “volete burro o cannoni?” una crescente parte nelle società globali chiede, immaginandosi soggetto e non oggetto, i cannoni. O quantomeno lascia fare ai masters of war. I cannoni, com’è noto, fanno il loro mestiere di generare rovine, non hanno altro scopo nella loro creazione, lo hanno sempre fatto, e praticamente, nella storia, senza soluzione di continuità, a voler connettere tra loro guerre mondiali e locali, guerre dell’Est e dell’Ovest, nel Sud, guerre dei Cento anni o dei Sei giorni. Non sono i soli, i cannoni, a generare rovine: la storia ci ha insegnato che di volta in volta il danaro, il potere, il possesso o la religione sono stati loro straordinari sodali. Quando Paul Klee, nel 1920, realizzò l’Angelus Novus (oggi, ironia della storia, al Museo d’Israele a Gerusalemme), all’inizio della sua avventura al Bauhaus, e prima del vortice nazista che lo avrebbe travolto assieme a tanti altri, forse poteva solo immaginare la fortunata traduzione che Walter Benjamin fece del suo acquerello, una interpretazione oscura della storia dell’umanità nel suo passato ed anche nel suo futuro. Benjamin dava voce al disegno di Klee interpretando il suo Angelo della Storia come spinto furiosamente in avanti dal vento del progresso, verso un futuro che non può non esistere ma che l’angelo non vede, ignora, voltato com’è ad osservare il cumulo di macerie alle sue spalle, esito di un passato spaventoso da vedere e ricordare:
«L’angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
Condannato, dunque, ad osservare con angoscia e terrore il passato, ignaro di un futuro a cui è comunque costretto, l’angelo è in balìa di un doppio movimento, reale ed immaginato, ma non si lascia prendere la mano dall’ideologia: i cumuli di rovine del passato sono lì a testimoniare la fatica del mondo, e il progresso che lo spinge in avanti non è il rimedio, ma assume le sembianze prodromiche di nuove sciagure. Molti anni più tardi, Zygmunt Bauman riprende l’interpretazione di Benjamin in un suo lavoro intitolato Voglia di comunità, dove appunto da quella prendeva le mosse e profeticamente descriveva il desiderio di comunità (e dunque di un ritorno a un ‘luogo nel passato’) come denso di aspettative piacevoli e desiderate, che rimangono tali solo però sino a quando la comunità è una idea immaginata; nella realtà, la comunità può generare sicurezza ma essere letale nei confronti della libertà. Sicurezza e libertà, poli complementari e incompatibili al contempo, la cui conciliazione è un orizzonte progettuale ancora non in vista. E Bauman, sempre profeticamente, torna ancora alcuni anni dopo, nel suo ultimo lavoro Retrotopia, all’Angelo della Storia, ma stavolta lo interpreta in maniera diversa: sempre il vento spira in avanti, sempre lo sguardo è volto all’indietro, ma il futuro è una certezza di sconfitta, di dolore, una insopportabile idea di necessario fallimento; e dunque il passato non è più cumulo ininterrotto di rovine, ma il porto che abbiamo lasciato e al quale, nel periglio, vogliamo ritornare, per non sfidare la tempesta del futuro. Il passato è dunque un ‘paradiso’, reinterpretato a posteriori come l’ambito della speranza, il rifugio sicuro a cui tendere contro il terrore certo del futuro. Al passato si guarda non più con orrore – o comunque con la consapevolezza dei suoi orrori – ma con un altro sentimento, la nostalgia che, dice Bauman citando Svetlana Boym, “è un sentimento di perdita e spaesamento, ma è anche una storia d’amore con la propria fantasia”. Se il futuro è instabilità e certa incertezza, il passato è il locus della stabilità, dell’affidabilità, ancorché ‘presunte’, reinterpretate. Il passato è il mondo in cui si era certi che nel futuro i figli sarebbero stati meglio dei padri (e le figlie delle madri), si coltivavano le aspettative. Ora, con la prospettiva di un futuro che le aspettative non potrà certamente mantenere, è nel passato che ci si rifugia, laddove almeno avevano preso vita:
“il passato viene spostato tra i crediti e rivalutato, a torto o a ragione, come spazio in cui la scelta è libera e le speranze non son ancora screditate”.
Viviamo, dice Boym, una “epidemia globale di nostalgia”. Una nostalgia nelle cui nebbie si fa fatica a distinguere il profilo delle rovine.
Sappiamo bene che il termine ‘nostalgia’ contiene in sé due elementi, il ritorno (nòstos) e il dolore, il desiderio struggente: è la voglia, spesso ostacolata o impossibile, di ritrovarsi nel proprio luogo sicuro, conosciuto, caldo, è quella che conduce Odìsseo a Itaca, pur nei tentennamenti del suo peregrinare tra il desiderio di conoscenza e di esperienza (in fondo di futuro) e il pensiero del talamo inamovibile della sua casa. Dice Paolo Jedlowsky:
“La nostalgia è un sentimento che investe di desiderio un passato perduto. Non è sempre evidente, ma avere nostalgia di un passato perduto significa anche avere nostalgia di un futuro che si è perduto a sua volta: quello a cui quel passato tendeva”.
E allora, dice Jedlowsky, abbiamo due nostalgie – aggiungiamo, due possibilità di ritorno – quella ‘restauratrice’ e quella ‘riflessiva’, la prima delle quali sembra proprio quella paventata dal secondo Bauman e da Boym, il ritorno alla casa sicura e protettiva, alla comunità immaginata, al ristabilimento di un ordine e di un equilibrio perduti, pur se solo esistiti nella fantasia, o reinterpretati – in fondo una voglia di restaurazione; la seconda usa il passato come un metro per valutare le mancanze del presente, e dunque costringerebbe l’Angelo a interrogarsi sul presente e sul futuro, senza rimpiangere il passato.
Valutare il futuro sulla base delle immediate contingenze è sempre un errore. È vero che ciò che ci appare nella immediata e stretta contemporaneità sembra la rivincita degli epigoni dei creatori dei cumuli di rovine del passato, magicamente divenute il luogo del nóstos verso un mondo pensato come migliore e non come un pericoloso ripercorrere le strade che quelle rovine hanno prodotto; ma quello dell’Angelo della Storia è uno degli sguardi possibili, che è già variato dall’orrore alla nostalgia, e dunque può cambiare ancora, guardando alle rovine come un monito per non ripetere, e al futuro come un’idea alla quale, senza ingenui ottimismi né prevenute paure, ritornare.
Abbiamo citato:
Bauman Z. (2001), Voglia di comunità, Laterza, Bari-Roma
Bauman Z. (2017), Retrotopia, Laterza, Bari-Roma
Benjamin W. (2014), Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, To
Boym S. (2002), The future of nostalgia, Basic Books, New York
Jedlowsky P. (2017), Memorie del futuro, Carocci, Roma
Paul Klee, Angelus Novus, 1920, Museo d’Israele, Gerusalemme