Dall’utopia alla distopia

di Fabio Canessa

L’Ottocento è il secolo dell’utopia, con gli urbanisti impegnati nella città ideale, i socialisti utopisti alfieri delle riforme radicali e la volontà energica della fresca letteratura americana. Il Novecento è il secolo della crisi. Il Duemila è il secolo della distopia. Se vogliamo misurare i passi da gambero che abbiamo fatto da allora a oggi basta confrontare i best seller di duecento anni fa con quelli del secolo scorso e infine i nostri contemporanei: una costante discesa agli inferi dal sogno di una società migliore all’incubo della distruzione psicologica e morale, dal sol dell’avvenire (in senso non solo politico) al buio dell’impotenza. La fiducia nel futuro nutriva Giulio Verne, che trascinava i suoi lettori al centro della terra, sulla luna, ventimila leghe sotto i mari o in un giro del mondo in 80 giorni: avventure a occhi spalancati per cuori coraggiosi, pronti a scoprire l’universo, convinti che il mondo che verrà sarà pieno di meraviglie. La fantascienza galoppava ottimista, orgogliosa del progresso e fiduciosa nella tecnologia.

Le utopie non erano più fiabesche come l’età dell’oro nella classicità, il Paese di Bengodi nel Decameron o il mito di Atlantide, ma concretamente realizzabili, dietro l’angolo, questione di anni. La fantascienza odierna è stata inaugurata da Philip K. Dick, un genio paranoico morto pazzo, ed è ispirata alla diffidenza allucinata per tutto quello che ci circonda, che forse non esiste neppure (“Matrix”) o è comunque molto diverso da come ci appare. Gli strumenti della tecnologia, anziché portarci alla conquista di nuove frontiere, si rivelano minacce contro la vita, le macchine (da Hal di “2001 Odissea nello spazio” in poi) vogliono sostituire gli uomini, l’Intelligenza Artificiale spegnerà quella naturale, rete e cellulari ci formatteranno il cervello. L’utopia sembra un miraggio, un obiettivo lontanissimo, impensabile per i nostri tempi inquieti, stressati e pessimisti.