Fare cultura in provincia

Per uno sviluppo locale a base culturale

di Carlo D’Angelo

«Le città di pianura» è il titolo di un film dal tratto dolce amaro che racconta l’Italia di provincia. O meglio: un’Italia di provincia, statica, malinconica, sognatrice, in cui tutto ciò che è superfluo viene consapevolmente e sistematicamente nascosto, non se ne sente il bisogno. La cultura, in provincia, è stata spesso considerata un elemento marginale: uno di quelli nascosti, di cui non si sente il bisogno, un mito proprio dei grandi centri.

Quello tra cultura e provincia è un rapporto in chiaroscuro. Quando si parla di cultura e di creatività, l’immaginario comune rimanda infatti inevitabilmente alla città. È qui che il sistema creativo e della cultura sembra dare il meglio di sé: offerta culturale esaltante, tante occasioni di lavoro nel campo della creatività, possibilità di usufruire di un’ampia gamma di servizi culturali difficilmente rinvenibili in contesti periferici e ai margini. Nelle città spesso risiedono competenze e conoscenze necessarie per approcciarsi al mondo del lavoro culturale e creativo, ma anche maggiori occasioni per formare i professionisti della cultura. Le periferie e le aree interne, invece, secondo non precisati criteri sociologici inadeguati e retrivi, sono abbandonate a una propria evoluzione culturale.

Eppure, l’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che «ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici»: questo significa che la cultura dovrebbe quindi essere accessibile a tutti, indipendentemente dal luogo in cui si vive, sia esso città che area interna o marginalizzata. Non si dimentichi che alla nostra Costituzione viene accostato l’aggettivo «culturale», proprio per i capisaldi che afferiscono alla cultura e per il palese richiamo ad essa nell’articolo 9. Ciò detto, si può affermare che chi vive in provincia ha lo stesso diritto alla cultura di chi vive in città? Si può sostenere che l’offerta culturale delle aree periferiche è equiparabile a quella dei grandi centri? Se si prende l’esempio delle aree interne abruzzesi, i dati Openpolis sono inequivocabili: il 56% dei musei della regione è situato nell’entroterra, che hanno accolto il 40% circa dei visitatori dei musei abruzzesi. Eppure, un museo su tre apre solo su richiesta, a dimostrazione di una fragilità gestionale che rischia di offuscare un patrimonio culturale diffuso.

La governance è quindi un modo centrale nelle politiche culturali delle aree periferiche. La gestione affermava diversi anni or sono Claudio Bocci, già direttore di Federculture, spesso si è rivelata essere «l’anello mancante tra tutela e valorizzazione». È prassi comune, soprattutto nei piccoli centri, realizzare luoghi culturali anche di buona fattura, lasciati poi chiusi già subito dopo il taglio del nastro, destinati ad essere abbandonati e dimenticati, per carenza di soggetti gestori. Intendiamoci: non che non lo sia anche per le città, è solo che nella provincia risulta essere più marcato. Laddove i siti, i luoghi e gli attrattori culturali sono prevalentemente di proprietà degli enti locali, e questi ultimi non hanno la capacità amministrativa e organizzativa di dotarsi di personale preposto ai servizi culturali, il destino di questi luoghi è legato a doppio filo dalla capacità della pubblica amministrazione di avviare sinergie virtuose con il terzo settore. Non sembra ci siano altre strade immediatamente percorribili, almeno per ora, almeno per lo stato attuale delle cose. Diversamente, la percentuale di comuni italiani che non ha biblioteche di pubblica lettura, pari al 30% (uno su tre di questi si trova in posizione periferica o ultraperiferica) aumenterà a dismisura. Del resto, in quel 56% di musei che ricadono nelle aree interne, il sito più visitato, con regolare sbigliettamento, è il Castello di Roccascalegna, in provincia di Chieti: la gestione è affidata a una Pro Loco.

Ciononostante, più volte e in diverse circostanze storiche la provincia ha tentato di far sentire la propria voce, spesso riuscendosi. È proprio in una città di provincia inglese, Leeds, che agli inizi del Novecento Patrick Geddes introdusse alcuni concetti che ancor’oggi costituiscono i pilastri del cultural planning & mapping, un approccio culturalmente sensibile nelle strategie di sviluppo locale.  È, ancora, proprio una cittadina di provincia abruzzese, Lanciano, che nel Cinquecento era un vibrante centro editoriale, peculiarità mai sopita e rilanciata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento dalla casa editrice Carabba, che ha pubblicato alcuni dei più importanti autori coevi, salvo poi fallire miseramente.

Le buone pratiche culturali fanno sempre notizia, raccontano di luoghi e comunità in cui si vive bene. Così com’è stato con le capitali italiane della cultura, il cui lancio ha rappresentato un ben preciso momento in cui la provincia ha orgogliosamente avviato un percorso di riscatto politico-culturale e ha preso atto dell’importanza della cultura per lo sviluppo locale. Nei territori si sono attivati percorsi di progettualità ispirati al metodo ECoC, European Capital of Culture, di applicazione di conoscenze e competenze culturali come mai prima d’ora, con risultati che, anche se non visibili, restano nel tempo e che si cerca di coltivare (si pensi all’esperienza Cantiere città avviata dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali). È stata un’occasione per far emergere talenti nascosti, realtà vive e latenti che hanno voluto osare. È qui, dunque, che la provincia ha osato: se si guarda alle città che hanno ottenuto questo prestigioso titolo dal 2014 ad oggi, se si eccettua Palermo, il numero di abitanti di questi centri va dai 5mila di Procida ai 201mila di Brescia. Soprattutto, è stato un grande momento per fare strategia culturale. E fare strategia denota una presa coscienza di quanto sia importante un dato oggetto di studio, in questo caso la cultura: ci si è quindi resi conto, che la cultura è davvero un asset strategico per quel cultural-based local development da decenni oggetto di studio in campo europeo e internazionale.

Fare cultura in provincia, dunque, è possibile. Significa ripensare e immaginare come riusare luoghi, i patrimoni, le risorse: è l’unico modo per scovare il potenziale latente dei luoghi, adattandolo ai tempi e ai cambiamenti delle persone, con le loro abitudini. Fare cultura in provincia significa capitalizzare in maniera creativa le risorse per uno sviluppo locale che si basi essenzialmente sulle identità non statiche, bensì dinamiche, quelle costruite sui sentimenti di appartenenza, sulla percezione dei luoghi e sui caratteri distintivi locali, ma senz’altro frutto di contaminazioni vitali. Fare cultura in provincia significa fare rete, connettere, attivare e abilitare dialoghi, confronti tra dipartimenti, istituzioni, professioni e comunità, per dare nuove prospettive alle sfide politiche locali, una nuova governance basata sul concetto di bene comune ma anche processi stabili e duraturi, da cui possa svilupparsi una moltitudine di progetti. Progetti che, però, non possono e non devono rimanere temporalmente confinati al loro infelice e piatto cronoprogramma: il passaggio da progetto a processo è una sfida cruciale per dare un senso all’inutilità del progettificio dilagante.