Che tempo fa

di Fabio Canessa 

 
La più bella opera in prosa della storia della letteratura mondiale la scrisse Marcel Proust ed è intitolata “Alla ricerca del tempo perduto” (sublime la risposta di Chicco Pavolini a un amico che gli aveva chiesto come era possibile che non lo avesse letto: “’Un s’ebbe tempo”). Per non parlare della poesia, quasi tutta fondata sulla memoria, quindi sulla capacità evocativa della distanza temporale tra l’adesso in cui si scrive e il passato di cui si scrive: pensate a Dante, allo Shakespeare dei Sonetti, a John Keats, a Giacomo Leopardi, a Guido Gozzano. Lo struggimento del ricordo è diventato poi un cliché di facile commozione nei modi di dire alla “sembra ieri” e nelle canzoni, a partire dal Gino Latilla di “Vecchio scarpone, quanto tempo è passato/ quanti ricordi fai rivivere tu”.

La magia della letteratura consiste nel saper manipolare il tempo dell’esistenza: basta scrivere “un giorno prima” o “vent’anni dopo” e nello spazio di tre parole abbiamo viaggiato nel tempo, saltando i periodi noiosi. Esiste un tempo della narrazione e un tempo narrato. Per leggere un libro basta qualche ora, ma le sue pagine possono raccontare una storia che abbraccia molti anni. Per questo Thomas Mann sosteneva che la narrazione restringe il tempo, lo “risparmia”. Ma può anche accadere che un minuto venga dilatato in moltissime pagine. Così abbiamo le “Vite brevi di idioti” di Ermanno Cavazzoni e gli sperimentalismi dettagliati del nouveau roman. Oppure l’"Ulisse”, in cui James Joyce ambisce a far coincidere tempo della narrazione e tempo narrato. Perché “restringere o allargare il tempo vuol dire fare una scelta, e ogni scelta è un’interpretazione”.

Su questo tema così suggestivo il linguista Harald Weinrich, nato proprio in quel 1927 in cui fu pubblicata la Recherche di Proust, scrisse nel 1964 “Tempus”, miniera di informazioni preziose e di riflessioni interessanti sulla funzione narrativa del tempo nella letteratura. Come quando affronta la formula “C’era una volta” che introduce le fiabe non per significare “un altro tempo, ma un altro mondo, un mondo con un tempo suo proprio che corrisponde solo vagamente a quello dell’orologio e dove un sonno può durare per esempio sette anni”. O quando segnala come esemplari l’incipit di “Metzengerstein” di Edgar Allan Poe (“Orrore e fatalità hanno imperato in ogni tempo. Perché dunque segnare una data alla storia che devo narrare?”) e la chiusa di “Campo indiano” di Ernest Hemingway (“In quell’alba sul lago, seduto a poppa sulla barca mentre suo padre remava, Nick aveva l’assoluta certezza che non sarebbe morto mai”). Nel 2006, il medesimo Weinrich, diventato vecchio (morirà a 95 anni nel 2022), pubblicò “Il tempo stringe”, splendido saggio terminale sull’assillo dell’incalzare del tempo che passa e ci avvicina inesorabilmente all’ora della morte.

Meditando sul famoso aforisma ippocratico secondo il quale “breve è la vita, lunga l’arte”, ne spiega il significato, non così trasparente come sembra, mettendo in parallelo la scienza medica, che tenta di allungarci la vita, e l’arte letteraria, che pretende, a suo modo, l’immortalità. Prende in esame i punti di vista di Teofrasto (“Si è appena cominciato a vivere, che già si deve morire”), di Seneca (“La vita è lunga abbastanza”), di Orazio (“Vivi contento, pensando a quanto breve è il tempo della tua vita”). Se “il tempo è denaro” non deve andare perduto, ci ammonisce Leon Battista Alberti, propagandista dell’importanza di essere sempre affaccendati. Quanto alla durata della nostra permanenza sulla Terra, le cose non sono molto cambiate se già il salmista dichiara che “gli anni dell’uomo sono settanta, ottanta per i più robusti”. Un’altra volta parleremo del cinema perché, disse Alfred Hitchcock, un film è come la vita, con i tempi morti tagliati.