Le biblioteche civiche toscane tra pandemia e ripartenza



di Roberto Cerri
Le biblioteche locali toscane hanno sofferto l’impatto del Covid assai meno di altre istituzioni culturali. Dal maggio 2020 infatti sono state quasi tutte riaperte sia pure a scartamento ridotto. 
Hanno rattrappito i loro servizi, hanno patito l’andamento carsico, ora in presenza e ora in DAD delle scuole, perso lettori in sede, ma acquisito un po’ più di visibilità in rete. Hanno aumentato i prestiti digitali e ridotto di un 25/30 per cento i prestiti dei volumi cartacei. Il tutto, ovviamente, a macchia di leopardo anche in Toscana. Come sempre. Ma nell’insieme i prestiti non sono crollati e un po’ di nuovi acquisti, grazie anche alle scelte ministeriali, sono stati fatti. Lo smartworking ha indebolito i servizi in sede. Ma potenziato quelli in rete. 
Il problema che si presenta oggi alle biblioteche civiche che esprimono una direzione politica ed operativa (cosa che purtroppo non accade ovunque, perché la maggior parte delle biblioteche civiche naviga “a vista”) è come tornare alla situazione pre-Covid e se possibile come tornare a crescere, ampliare gli spazi, allargare i servizi, completare gli investimenti: tutte attività che il Covid ha come minimo inceppato. 
Il nodo della sicurezza resta il punto centrale, perché fino a quando amministratori, bibliotecari e utenti non si sentiranno sicuri non sarà possibile smantellare la scelta dello smartworking e ripristinare la piena agibilità di spazi e rilanciare i servizi. 
Su questo punto occorre aspettare la fine vera della pandemia, perché nessuna forzatura funzionerà prima di allora. Amministratori, operatori, sindacati e utenti hanno idee divergenti della situazione e non sarà possibile fare meglio di adesso fino a quando non si ristabilirà una situazione sanitaria chiara e tranquilla. 
Ma allora qualcosa si può fare in questo tempo che, in attesa del completamento delle vaccinazioni e dell’appiattimento delle curve dei contagi e dei morti, resta come parzialmente sospeso? 
Forse si potrebbero fare alcune cose: 
1. studiare (a livello regionale, in collaborazione con le Reti provinciali) cosa potrebbe voler dire organizzare una transizione ecologica per le biblioteche civiche. Il tutto dovrebbe produrre un piano regionale? Una legge regionale? Servirebbe molto saperlo; 
2. capire come innalzare i livelli tecnologici delle strutture bibliotecarie e predisporre un piano di incentivi regionali che aiuti le biblioteche civiche a muoversi in questa direzione; 
3. analizzare meglio la possibilità di sfruttare le opportunità offerte dalla normativa sul superbonus edilizio anche in questo settore; 
4. affrontare una riflessione sull’occupazione professionale in questo settore, valutando le complesse interazioni tra servizi diretti, servizi in appalto e servizi integrati. Saranno almeno trent’anni che non ho notizia anche solo di un convegno in Toscana che affronti queste complesse tematiche che anche in epoca di Covid hanno visto una maniera ingiusta di trattare i lavoratori del settore, per altro penalizzando la fascia dei più precari, ovvero di coloro che in molte realtà costituiscono spesso il punto di forza dei servizi; 
5. sfruttare la crescita della lettura comunque indotta dalla pandemia (che è stata monitorata da una crescita pari al 30 per cento delle vendite di libri) per agganciare questa domanda di lettura anche al servizio di pubblica lettura gestito dalle biblioteche civiche; 
6. affrontare il nodo della crescita coordinata delle collezioni, anche alla luce delle enormi biblioteche private che vengono spesso donate gratuitamente alle biblioteche civiche e che queste non sono in grado di gestire (la cosa potrebbe avere anche interessanti ricadute occupazionali). 
E qui mi fermo, anche se le cose che si potrebbero fare e dire sarebbero molte di più. 
Ma per dirle e soprattutto per farle servirebbe un gioco di squadra. Servirebbe un maggiore protagonismo degli uffici regionali (che per quanto attiene a questo settore sono ridotti al lumicino e spesso scarseggiano di professionalità vere) e un ruolo più incisivo delle Reti territoriali (su cui però si investe poco e la cui governance, come si dice oggi, è un colabrodo spesso byapassato da mero buon senso, ma non in grado di esprimere una vera capacità di direzione strategica e di guardare al futuro). 
Taccio infine sul ruolo di AIB (Associazione Italiana Biblioteche) per carità di patria e sull’assenza vera di un sindacato moderno in grado di sostenere questo settore. 
La rapida fuoriuscita dal Covid, una volta raggiunta una ragionevole certezza sanitaria, avrebbe insomma bisogno anche di un salto amministrativo che la politica dovrebbe riuscire a generare rispetto a questo settore. 
Ma se si riuscirà a realizzarlo non è semplice prevederlo. 
Di sicuro c’è che il Covid ha regalato più tempo alla lettura e stimolato un maggior numero di persone a leggere. Probabilmente sono i lettori forti ad averne approfittato, ma quasi certamente il fenomeno avrà lambito anche i non lettori e i lettori deboli. 
Vedremo nei prossimi anni se questo fenomeno si consoliderà e se avrà anche una ricaduta sulle biblioteche. 
Gli operatori bibliotecari, di ruolo o in appalto che siano, sono comunque moralmente impegnati a sostenere questo cambiamento oltre che a stimolare (ma è una partita molto difficile, lo so per esperienza) i decisori politici delle necessità di investire in questo settore.