Il Parco minerario dell’Isola d’Elba erede delle miniere del ferro e di una miniera di carta 

di Sara Guiati

La fregata “Undaunted” che portò Napoleone all' isola d' Elba gettò l'ancora nella rada di Portoferraio il 3 maggio del 1814. La prima persona a salire sulla nave per accogliere il nuovo re dell'isola fu Pons de l'Hérault, direttore delle miniere elbane. La sua presenza nella delegazione di benvenuto testimoniava l'importanza dei giacimenti di ferro nella storia.
Fin dall'antichità le miniere elbane hanno rivestito un ruolo rilevante; le prime tracce risalgono all'Ottavo secolo avanti Cristo. I navigatori greci conoscevano l'Elba: la chiamavano Aethalia, per i fuochi accesi dagli Etruschi per fondere il ferro. 
I Romani dominarono in seguito l’isola sfruttandone le risorse. Lo ricordano i versi dell’Eneide di Virgilio, che decantavano la ricchezza mineraria dell’Elba: “Ast Ilva […] Insula inexhaustis Chalybum generosa metallis […]” (Eneide, libro 10, versi 146-214).
Anche nell’Alto Medioevo, era celebrata per l’abbondanza di minerale di ferro, il più ricco e disponibile allora conosciuto. In seguito, le miniere elbane appartennero alla Repubblica di Pisa, ai Signori e ai Principi di Piombino e, dopo la partenza di Napoleone, al Granducato di Toscana, per passare poi al Regno d'Italia e allo Stato Italiano, che le hanno date in concessione a diverse Società fino al 1981, anno della chiusura definita.
Le miniere della costa orientale dell’Elba rientrano in una sorta di “via del ferro”, che partendo da Rio Marina, insistendo sulle Comunità di Rio, Capoliveri e Porto Longone (oggi Porto Azzurro) passando per Populonia e lungo tutta la costa maremmana (Follonica, Cecina) giunge fino alla Garfagnana e all’Appennino pistoiese.
Non solo, il minerale del ferro ha raggiunto i porti inglesi, francesi e del Nord America ed è stato impiegato come sorgente prima e principale dell’acciaio dalla grande industria siderurgica sviluppatasi durante la seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento, nelle Acciaierie di Piombino, Portoferraio, Genova, Servola, Bagnoli, Taranto.
Per raccontare la storia mineraria elbana è nato nel 1991 a Rio Marina il Parco Minerario, come opera di recupero e di valorizzazione ambientale delle aree degradate dall’estrazione del ferro.
L’idea motrice era costituita dall’esigenza di restituire all’ambiente e all’uso dell’uomo una vasta area che è stata profondamente trasformata, affidando ad essa nuovi contenuti in virtù dell’ampia valenza culturale e didattica offerta dalle coltivazioni minerarie abbandonate.
Collocato nel settecentesco Palazzo del Burò, ex sede della Direzione delle Miniere elbane e nazionali, il Parco gestisce il Museo dei minerali e dell’arte mineraria a Rio Marina e il Museo Archeologico di Rio nell’Elba.
Conserva soprattutto l’Archivio storico delle Miniere, ossia i documenti prodotti dalle Società e dal Delegato governativo del Regio Corpo delle Miniere tra il 1881 e la fine dello loro sfruttamento.
Le carte raccontano delle operazioni del Governo italiano nell’affidare la coltivazione ad un consorzio italiano rappresentato dalla Banca Generale alla famiglia Tonietti, dei passaggi dalla Società Elba Anonima di Miniere e Altiforni all'Ilva, poi alla Ferromin ed infine alla Italsider, Deltasider, IRI e Fintecna.
Rio Marina si è trovata ad essere per anni il fulcro della direzione generale delle Miniere e Cave nazionali con responsabilità oltre i confini isolani e che hanno coinvolto realtà estrattive nella zona di Livorno, Taranto, della Lombardia, della Liguria e della Sardegna.
La documentazione conservata dal Parco Minerario offre uno spaccato della dura vita quotidiana e lavorativa di migliaia di operai, di importanti lotte operaie, di immigrazione e di emigrazione, dell’inevitabile integrazione tra l’anima mineraria e quella marinara della zona, della presenza delle truppe alleate, della vita economica - sociale e sanitaria di una nazione, ma anche delle innovazioni tecnologiche frutto di sperimentazioni in loco di processi di ingegneria mineraria importati ed esportati in varie parti del mondo. Rimane la testimonianza di un tempo in cui la ricchezza di un Paese veniva misurata in base alle risorse del sottosuolo e l’industria estrattiva mineraria faceva da traino alle economie nazionali. 
Si scopre un mondo che interessato dai sistemi tradizionali del periodo autarchico, dove il minatore era coinvolto in prima persona nei processi di estrazione e lavorazione, viene successivamente travolto dalla crescente modernizzazione industriale, con l’abbandono dei sistemi obsoleti, l’introduzione di metodi di coltivazione massiva, l’aggiornamento delle tecnologie e il confronto con economie sovranazionali al momento della nascita della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio).
L’Archivio storico narra, infine, di un abbandono progressivo del capitale umano alla ricerca di un contenimento dei costi del sistema fino al declino ed il crollo definitivo di queste attività e il licenziamento di molte persone.
Oggi, la costa orientale dell’Isola d’Elba è meta di un turismo che vuol essere il più possibile sostenibile, un’avventura fuori dal tempo, in un paesaggio surreale, che ripercorre le vecchie strade ferrate e, grazie al recupero della memoria sepolta nella miniera di carta dell’archivio del Parco, riscopre il fascino delle storie di quegli uomini che hanno vissuto, amato e trasformato radicalmente il paesaggio.
Per proseguire nel recupero e portare alla luce questa miniera di storia, dal 2019  l’archivio è oggetto di un intervento di riordino finanziato con il progetto triennale “Da documento a rete di memorie del territorio, del lavoro e dell’impresa toscana”. Grazie all'accordo tra Regione Toscana e Soprintendenza archivistica, siglato appunto nel 2019, ha visto la luce una nuova rete documentaria della Toscana Meridionale di cui fanno parte il Comune di Follonica e il Museo Magma, gli archivi minerari di Abbadia San Salvatore, l’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia, Massa Marittima, il Comune di Piombino con i fondi documentari delle Acciaierie e il Parco Minerario dell’Isola d’Elba.  
La documentazione conservata da ciascuno di questi enti rappresenta parte della ricchezza storica dell’antica “via del ferro”.