Le architetture e i valori immateriali e territoriali delle acque
di Marco Cadinu
Le architetture dell’acqua attraversano la storia antica, medievale, moderna delle comunità urbane e rurali e si esprimono alle scale dimensionali più differenti: fonti campestri, acquedotti e linee di adduzione idrica nel territorio, sistemi di irrigazione, fontane pubbliche nei centri abitati, lavatoi, abbeveratoi e opere funzionali alla gestione tecnica della risorsa.
Le architetture dell’acqua, più di altre opere, sono soggette all’usura e alle ricostruzioni; più di altre conservano segni e contatti con la ragione prima dell’insediamento, con la programmazione politica del territorio, con le forme artistiche o simboliche che le popolazioni trasmettono di generazione in generazione.
Ragione prima dell’insediamento abitato, il governo delle acque caratterizza profondamente ciascuna storia regionale e, nel contempo, ne evoca i legami con le culture vicine, secondo processi spesso ancora leggibili che raccontano di scambi di tecnici e di maestranze.
Il rapporto tra architettura e acqua, in particolare per la costruzione di fontane e manufatti di servizio pubblico o di carattere religioso, si offre quale sede di riflessione semantica dove non sempre è possibile rintracciare le origini dei singoli elementi compositivi. Spesso nelle fontane risiede un piccolo frammento del passato, spesso materialmente conservato e inserito nella nuova: piccole sculture, elementi in pietra, cornici. Le fontane, i lavatoi, gli acquedotti sono testimoni delle differenti fasi della civiltà, dei loro collegamenti con la storia trascorsa.
Ogni architettura dell’acqua è simbolo del potere di un gruppo sociale, di una corporazione; è pertinenza di una sezione della società che ne patrocina o se ne riserva il primo uso, stratifica e conserva la sua modalità culturale. Lo dimostra la forza di permanenza degli idronimi sul territorio.
Il committente che costruisce l’opera di architettura dell’acqua, a maggior titolo se questa è per la comunità, a essa associa il suo nome, magnifica il gesto politico con enfasi, lo rende sacro, lo mostra attraverso la spettacolarizzazione del manufatto finale: la costruzione di una fontana, ad esempio, giustifica una grande spesa, il richiamo di un artista da lontano, la scelta dei migliori materiali.
Le fontane materializzano un atto progettuale esito di una circostanza politica e culturale precisa che porta a individuare una sorgente e tracciare il lungo condotto verso l’abitato, atto di per sé non semplice che significa avere il controllo sul territorio, la capacità di espropriare terre, attraversare luoghi di altre comunità, pattuire con loro condivisioni d’uso, mantenere nel tempo funzionalità e tutela dell’opera.
Dietro la fontana si cela un sistema di adduzione, quindi un serbatoio che rende possibile l’erogazione costante con una linea di tubazioni verso la sorgente, una serie di vasche di decantazione, i filtri un tempo necessari per purificare l’acqua dalle polveri. La sua linea d’acqua, l’acquedotto, può venire da lontano, da altri serbatoi, da più sorgenti captate e riunite, da itinerari complessi che superano strade, dislivelli, altre acque.
Davanti la fontana ci sono vasche di raccolta, quindi peculiari forme scultoree da dove l’acqua si versa, conformate come protomi animali, leoni, fauni o altro, connotate con precisione secondo tradizioni secolari, la cui decodifica trasmette segnali di una ritualità collegata al mondo del mito e al rapporto tra comunità e natura, talvolta antico o antichissimo.
La ripartizione dell’acqua è una scienza esatta millenaria e attorno a essa si stabiliscono i patti sociali alla base della costruzione urbana. In base a modelli, sofisticati e ben determinati da codici condivisi, l’acqua procede secondo una linea di controllo in origine mai casuale, con il governo di uno o più funzionari (i maestri dell’acqua, i fontanieri) che di una singola acqua e delle sue utenze sono responsabili.
Gli usi più moderni hanno portato alla diminuzione o alla perdita di quei significati simbolici da tutti riconosciuti, a motivare la dismissione delle architetture dell’acqua e a esporle alla loro demolizione o a processi di recupero incoerenti.
La loro fragilità fisica le espone a errori di manutenzione e a fraintendimenti amministrativi; il messaggio artistico trasmesso dalle loro opere d’arte, così come la costellazione delle tradizioni popolari e delle consuetudini che, nel loro intorno, si sono stratificate nei secoli, costituiscono valori immateriali che svaniscono con la perdita delle originarie funzioni.
Il motivo principale del degrado tecnico e funzionale è però di regola legato alla storia più recente: non riconosciute nei progetti urbanistici e infrastrutturali, sono restaurate con scarso riguardo alla loro forma costruttiva e artistica, demolite senza motivo, private del loro spazio di relazione con piazze e strade.
I casi di recupero virtuoso avviati negli ultimi anni spingono la ricerca a rendere disponibili al patrimonio di tutti tali architetture. Questo avviene garantendone il loro uso e la loro riconoscibilità, rigenerando il loro significato all’interno della comunità e degli spazi urbani, i processi di affezione che vi sovraintendono, alla riscoperta delle profondità narrative e culturali contenute nei singoli elementi che le compongono.