All’armi siamo turisti!
Siete turisti o pellegrini? Il turista tende a percorrere il più velocemente possibile il cammino, si dimostra poco interessato agli ambienti che attraversa e, tutto proiettato verso la meta, non vede l’ora di essere arrivato. Il pellegrino al contrario è interessato soprattutto al viaggio in sé, si muove lentamente e assapora con gusto la strada e i luoghi del percorso. In lui, “la lentezza diventa il paradigma di una fruizione emotiva dei luoghi, in cui paesaggio, arte, memorie storiche e religiose dell’antico interagiscono e possono suscitare risonanze interiori”, scrive Vincenzo De Caprio, uno dei massimi specialisti italiani della letteratura di viaggio.
Al percorso del Grand Tour, strumento di formazione culturale e di conoscenza razionale, si è sostituita l’agitata e frenetica organizzazione del turista moderno, che viaggia per vedere, scattare foto e selfie e dire di aver visto il posto, con la medesima volgarità d’animo con la quale i vitelloni della provincia di una volta si vantavano di essersi fatti tutte le belle ragazze del paese.
Una degenerazione dell’idea romantica del viaggio come “uscita dal quotidiano”, febbrile ricerca di sensazioni nuove, “trekking agonistico” per arrivare il prima possibile, perdendo tutta la tensione emotiva della dimensione del viaggio come spostamento, transito territoriale.
Il viaggiatore del passato era desideroso di familiarizzare lentamente con l’anima dei luoghi, il turista di oggi è nevrotizzato da una visita breve, frettolosa e autoreferenziale, che ha come unico obiettivo la possibilità e il diritto di affermare a se stesso e agli altri di essere stato fisicamente sul posto. Insomma, il turista è umanamente mediocre e culturalmente ignorante.
È al viaggio come scavo conoscitivo che si rivolgono i parchi letterari, cioè a un viaggiatore colto felicemente esente dall’ansia di obbedire al percorso obbligato consigliato dal Baedeker, ma che sa integrarsi con gran soddisfazione in una civiltà che gli si presenta come maestra di vita.
Anzi, dribblando le comitive al Colosseo, in piazza San Marco e sulla torre di Pisa, decide di visitare città e campagne in modo arbitrario e personalissimo, partendo da una fascinazione letteraria: la via Sacra delle Satire di Orazio, la Venezia di Mann, D’Annunzio o Henry James, la torre dantesca del conte Ugolino in piazza dei Cavalieri.
Attento all’eco del tempo e all’aura del Genius loci, spinto da una curiosità onnivora e da una vivacità culturale che spazia dalla musica alla storia, dalla pittura al cinema, il destinatario dei parchi letterari presta attenzione a dettagli che sfuggono all’occhio distratto del turista ed è dolcemente invaso da un senso di struggimento per le bellezze vestite di tempo.
Ritrovarsi in una via sulla quale hanno passeggiato i personaggi di un libro che ci ha emozionato non solo conferisce alla realtà un attraente effetto sorpresa, ma sprigiona dentro di noi un’inspiegabile felicità e contribuisce a farci meditare sulla natura più profonda dell’arte e sul suo rapporto con la verità. Come dimostrano, ad esempio, “Viaggio in Barberia” di Luciano Bianciardi, “Lo stadio di Wimbledon” di Daniele del Giudice e l’opera omnia di Patrick Modiano. Perché la distanza tra la nostra esistenza reale e le fantasticherie di cui ci nutriamo si accorcia all’improvviso. E al tempo stesso diventa incolmabile, presentandoci quei luoghi normali in una dimensione straniante, rendendoli set di un sogno del quale siamo stati lettori.
Abitare la bigamia del paesaggio, insieme partecipe della realtà e della finzione, della verità storica e della sua trasfigurazione artistica, ci induce a comporre il nostro personale trekking intellettuale per un’archeologia della memoria.
Il parco letterario è la parte in comune dei due insiemi, di solito incomunicabili, della vita e dell’arte.
Ricordo che al liceo il professor Ilio Campatelli, a cui ripenso spesso con affetto in questi giorni, ci disse che la parte comune di due insiemi si chiama lunula. Un bellissimo nome.