Tutti al mare!

di Guido Morandini

 
(Un dialogo che intreccia le esperienze autobiografiche e i pensieri personali dell’autore con un flusso di pensieri e riflessioni più generali legate al rapporto di una città come Piombino con il mare. Uno sguardo esterno che esprime un punto di vista libero da stereotipi e visionario, facendo confronti per capire cosa sia davvero la cultura del mare).
 
Come una città sul mare (non) diventò una citta di mare. Quali sono i requisiti affinché una città geograficamente posizionata sulla costa possa diventare marittima?
Uno solo: essere costretti, da contingenze storiche interne o esterne, ad un cambiamento antropologico violento. Perché di questo si tratta. Una comunità che ha vissuto di Terra può guardare ad un elemento instabile ed ostile solo se questo rappresenta la sua unica possibilità di sviluppo e di sopravvivenza.

Sono nato nell’interno della Toscana., da una famiglia contadina che aveva i campi sulla lama dell’Arno. L’acqua del fiume faceva paura quando cresceva per le piogge autunnali o primaverili. L’argine era considerato una difesa ma se ne percepiva anche la sua fragilità. Ho vissuto l’Alluvione del 1966 come trauma personale e catastrofe condivisa. L’acqua nel bene e nel male e sempre stata un problema.
La terra era la vera risorsa.

Innanzi tutto occorre precisare che il mare è bello, se lo guarda dalla riva, magari prendendo il sole sdraiati su una spiaggia e, forse certi amministratori locali pensano che parlare di cultura marittima significhi parlare di turismo balneare.

Negli anni Sessanta del Novecento, con il boom economico, anche le popolazioni dell’interno scoprono il mare. Ad agosto facevo le vacanze a Vallombrosa e ricevevamo le cartoline degli amici con i saluti da Follonica, da San Vincenzo, da Cecina… Il mare l’ho visto per la prima volta a 13 anni e devo dire che non mi ha fatto impazzire: si muoveva sulla spiaggia avanti e indietro inutilmente, non scorreva con una direzione come faceva invece il mio fiume.

Piombino non è una città di mare! Perlomeno non ancora.
Eppure ha un porto profondo, una marineria diportistica, ci sono persone che escono tutti i giorni con le barche per pescare, c’è un’attività intensa di traghetti, una compagnia con portuale, degli ormeggiatori, un importante allevamento ittico di livello nazionale.
Allora che cosa manca a Piombino per diventare una città di mare?

Appena arrivato a Piombino mi hanno impressionato le cattedrali dell'industrializzazione come Torre del Sale, l’AFO 4, le dimensioni dilatate dell’acciaieria, i chilometri di binari, le strutture reticolari  cilindriche dell’impianto siderurgico. Orgoglio passato, archeologia dell’Italia settima potenza manifatturiera del mondo.  Oggi ruggine e decadenza. Ho camminato a piedi dal Gagno, lungo il rettifilo del Cotone, costeggiando i murales che addolciscono il confine tra il lavoro e il riposo. Poi ho scavalcato la barriera della fabbrica e ho proseguito nella depressione artificiale dello stabilimento. Superata la triste scarpata, ho attraversato la strada che porta ai traghetti. Entrato nella città ortogonale, ho passeggiato per il salotto di Corso Italia, ho ammirato il Rivellino e dentro il centro storico sono scivolato su Piazza Bovio e ho visto il Canale. Ho pensato: Ferry Boat, nell’origine ci sta il futuro.
 
Un cambio di paradigma culturale. Ovvero passare da una secolare solidità stanziale a una condizione di instabilità navigante. Ovvero cultura del rischio, perdita di certezze garantite e spirito d’avventura.
Sembrano più aspetti romantici e letterari che paradigmi economici e sociali.
La storia ci viene in aiuto per comprendere meglio il passaggio che alcune comunità hanno dovuto affrontare per sopravvivere. I popoli che nella storia hanno guardato al mare come orizzonte di vita hanno fatto un cambiamento così radicale che ci fa per capire con quale fatica e con quali sofferenze si diventa marittimi. I Romani, gli abitanti di Aquileia, i Liguri, i Portoghesi, gli Inglesi, gli Americani e perchè no? I marrani livornesi (ebrei in fuga dalla Spagna costretti alla conversione forzata al cristianesimo) e altri ancora.
Eppure gli abitanti di Piombino sono convinti di essere cittadini del mare, ma hanno vissuto per la maggior parte sempre di altro.

Percorrendo l’Aurelia ho capito che i toscani sono un grande popolo idraulico ma non marittimo. I Medici, i Lorena trafficavano in Maremma e alla foce dell’Arno per bonificare e rendere produttivo il suolo. Fare grano. Si grano, perché un chicco con il sole, solo con il sole, produce una spiga, fa fruttare, incrementa il capitale. Solo i contadini sono i principali produttori di ricchezza, gli altri sono necessari ma comunque dipendenti dal lavoro della terra.
La marineria piombinese, se c’è, non affronta il mare aperto, il porto è un attracco di traghetti e pochi cargo legati alla ridotta produzione dell’industria siderurgica (quella per intenderci che in passato ha generato un tonnellaggio rilevante anche su scala nazionale).  Non ha un retroterra manifatturiero e metropolitano che le permette di garantire una movimentazione con volumi importanti di merci. Si pensi ai porti di
Livorno, La Spezia, Genova che servono l’area fiorentina, padana e nord-europea. Eppure è un porto profondo che permetterebbe l’attracco delle grandi navi oceaniche. Ha grandi spazi retroportuali (in crescita con le dismissioni progressive dell’acciaieria), la possibilità dell’insediamento di attività cantieristiche e di grandi aree stoccaggio. Ha uno sfiocco ferroviario che la collega alla rete ferroviaria nazionale e internazionale (anche se necessita di un adeguamento per il traffico merci).

Seguendo l’Aurelia si arriva a Livorno, Pisa, Viareggio, La Spezia e si comincia a capire il mare. Non sono le grandi navi, la cantieristica, l’arsenale, è il Carnevale con i carri (che chiamerei barche) è il Palio del Golfo, è l’appropriazione spontanea degli anfratti portuali, è la passione centenaria degli uomini e donne cresciuti con il culo a bagno che fa la differenza. Occorre la paura e la sfida per stare di fronte all’immensità degli spazi marini. Bisogna avere le spalle al muro dell’Appennino che piega inesorabilmente verso la costa e forma l’arco ligure.
L’ acquacoltura nuova frontiera della produzione ittica, non è pescare come dicono i pescatori, concepisce il mare come un normale appezzamento di terreno usato per l’allevamento quindi va inquadrata come attività agricola. Ha una grande importanza economica soprattutto per il Golfo di Follonica ma non è propriamente un valore marittimo.
Non bastano i ristoranti di pesce, le bellezze naturali di Baratti, di Cala Moresca e della Sterpaia, lo sviluppo del diportismo con le marine di Salivoli, delle Terre Rosse e del futuro porto turistico in Chiusa per riconvertire una economia legata storicamente alla fabbrica verso la risorsa la marittima. Serve un cambio di rotta che aiuti le giovani generazioni a guardare al blu come un’ opportunità. Facendo “le vasche serali” fino a piazza Bovio è bene guardare al Canale come è stato vissuto per secoli dal Principato di Piombino.
Il Principato, ecco di nuovo la storia, ovvero la cultura come motore narrativo che orienti il pensiero imprenditoriale.

Ho immaginato Leonardo da Vinci impegnato a progettare le mura di Piombino girare per la Marina e osservava stupito le barche a vela che risalivano il vento, ma era assai più interessato alle mareggiate, alle tempeste che agitavano nel Canale i piccoli navigli dei pescatori. Lo stupore e il piacere di disegnare la tempesta per riprodurla semmai in un quadro sul Diluvio Universale. Atterrire lo spettatore, cercare il grandioso della natura per comunicare paura, sgomento e la salvezza.

Il Principato di Piombino deve la sua esistenza e la sua indipendenza solo alla geopolitica. Controllava la rotta strategica del Canale tra l’Elba e la costa maremmana. Era strategico e quindi per le potenze che si affacciano sul Mediterraneo occidentale era meglio che non appartenesse a nessun competitore diretto. Per la piccola città toscana questo diventò una rendita di posizione.
Recuperiamo allora questa visione geopolitica (a una scala ovviamente diversa, contemporanea e relativa)
Il posizionamento di Piombino al centro di un arco geografico che abbraccia tutte le isole dell’Arcipelago Toscano. Partiamo dai due Canali, Piombino e Corsica, dalle rotte che ci sono e che possono essere potenziate. Per esempio Bastia è più vicina alla Toscana che Marsiglia.
I Greci raggiunsero Marsilia grazie all’ascensore tirrenico ovvero navigando da Sud a Nord usando le isole come tappe per una navigazione più sicura. Prendete una carta geografica e provate a fare una rotta di isola in isola. L’anno scorso ho provato a farlo realmente con una barca a vela. Funziona.
Ecco una visione Est-Ovest che parte da Arezzo, passa da Siena e Grosseto, arriva a Piombino, fa ponte sull’Elba e raggiunge Bastia in Corsica.
Che idea è?
Si tratta d di tracciare una linea di sviluppo che unisca un entroterra rarefatto ma dai forti valori paesaggistici e culturali con il Medio-Tirreno e le isole. In pratica partiamo dagli svantaggi che i territori hanno subito con lo sviluppo industriale novecentesco (sia in termini di mancato sviluppo che di dismissione industriale) e lo eleviamo a paradigma progettuale per nuove economie.
Nella cartina, una proposta di visione geografica dell’area centrale toscana pensata in connessione per con la linea di costa grossetana e piombinese, le isole toscane e la Corsica.

Ho osservato da Piazza Bovio nelle varie stagioni il sole che tramonta. Ruota ad arco da Montecristo a oltre Capraia. Mi sono sempre sentito al centro di qualcosa. Forse è questo centro che Piombino deve cercare, ma prima di dire il MARE cerchiamo di capire cosa significa. Da uomo dell’Appennino che ha iniziato a navigare dico: la prima cosa da fare è superare la NAUPATIA.

Guido Morandini Luglio 2022, dal ponte di Born Free, barca a Vela di 11 metri.