Il paesaggio agrario: una prassi di generazioni 

 
Rossano Pazzagli


C’è un rapporto stretto tra il paesaggio e il succedersi delle generazioni. Generazioni di agricoltori, di pastori, di boscaioli che nel tempo per necessità hanno impresso al territorio forme che poi si sono rivelate durature, sensibili o resistenti. “Una prassi di generazioni, lontane o vicine che siano”, scrisse Emilio Sereni aprendo la sua magistrale Storia del paesaggio agrario italiano (Laterza, 1961).
Lo stesso Sereni specificava il significato di paesaggio agrario come “quella forma che l’uomo nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”. Non pare – aggiungeva – che in una tale accezione per l’Italia si potesse parlare di paesaggio agrario anteriormente all’età della colonizzazione greca e del sinecismo etrusco.
Nella preistoria, anche in Italia, le popolazioni erano perlopiù nomadi; si spostavano secondo le stagioni, privilegiando la vicinanza delle acque. Le prime tracce delle attività agricole, risalenti al neolitico, riguardavano aree relativamente ristrette e si trattava per lo più di campi precari, periodicamente abbandonati e rimessi a coltivazione.
È con l’affermarsi della pratica del maggese, consistente nella rotazione delle colture alternando sugli stessi campi cereali e periodi di riposo, che nel periodo etrusco e romano le coltivazioni divengono meno saltuarie e l’agricoltura diventa sempre più uno strumento di costruzione paesaggistica: alla produzione di cibo corrisponde una incessante generazione di paesaggio. In questo modo, il paesaggio agrario italiano comincia a differenziarsi da quello naturale, con le terre a coltura ormai separate da quelle incolte e difese sui loro confini dal pascolo abusivo e dalle usurpazioni.
Campi, siepi, muri, fossi, fiumi, strade disegnano così i lineamenti di un paesaggio agrario in forme geometriche più o meno regolari. Insieme al grano e all'ulivo, anche la vite comincia a caratterizzare il paesaggio: nell'Italia settentrionale con ampi festoni maritati a piantate di alberi, quali pioppi o olmi, mentre al Centro-Sud prendono forma le vigne.
Dopo la fine dell’Impero Romano la natura tende a prendersi le sue rivincite, con una ripresa dei “campi ad erba” e dei boschi, dei pascoli e degli incolti. È la situazione dell'Alto Medioevo, quando il decadimento dei centri urbani e l’influenza delle invasioni barbariche e delle popolazioni del Nord modifica ancora l’agricoltura e l’organizzazione del territorio, con il regime dei “campi aperti” che tende a prevalere, con ampie zone destinate al pascolo e alla caccia. Intorno all’anno Mille si assiste ad una rinascita economica e demografica. Riprendono le attività di bonifica, dissodamento e irrigazione, anche grazie all’opera delle Abbazie Cistercensi; si può quindi parlare di paesaggio rinnovato, con un incremento delle coltivazioni per nutrire le città che stanno rifiorendo. Le generazioni diventano più prolifiche, almeno fino al dramma pandemico della peste nera introno alla metà del XIV secolo. Ma è con l’età età dei Comuni, nella cornice culturale del Rinascimento, che il paesaggio agrario conosce nuovi assetti, con la razionalizzazione dei campi di pianura, il disboscamento e la sistemazione delle aree collinari con soluzioni come il rittochino, il girapoggio, i gradoni e le terrazze con muri a secco o argini erbosi. In mezzo alle coltivazioni, nella radure dei boschi e degli incolti sono intanto sorti villaggi e paese, spesso abbarbicati sulle pendici o sulle sommità dei colli. È l’epoca del Bel Paesaggio toscano raffigurato, come sfondo, in molteplici opere d’arte pittoriche, tra le quali spicca il Buongoverno, il noto affresco trecentesco di Ambrogio Lorenzetti.
Al succedersi delle generazioni corrisponde, dunque, un lungo processo di formazione del paesaggio, che proseguirà per tutta l’epoca moderna, ben oltre la rivoluzione industriale, e che nel ‘900 incontrerà nuove e grandi trasformazioni collegate all’agricoltura capitalistica, all’esodo rurale, all’urbanizzazione e alla meccanizzazione. Abbandono delle campagne e modernizzazione tecnica, urbanizzazione, aumento dei consumi e industrializzazione hanno messo a dura prova il paesaggio costruito nei secoli, come se si interrompesse il lento e sapiente fluire delle generazioni.
Esse hanno costruito un paesaggio fragile e resistente al tempo stesso, che ha subito mutamenti radicali soprattutto dopo la metà del ‘900, in concomitanza col boom economico che ha trasformato l’Italia da paese contadino a paese industriale. Una parabola secolare e millenaria è sembrata giungere al tramonto con una serie di fenomeni che rischiano di mettere in cattiva luce le generazioni di questo secolo così contraddittorio: fine della coltura promiscua, aumento del consumo di suolo, abbandono e specializzazione produttiva, ritorno del bosco, cancellazione della trama storica dei poderi, delle cascine, delle masserie. Le trasformazioni produttive dell’età contemporanea hanno generato una forte semplificazione del paesaggio, con la perdita di rilevanti valori estetici e culturali e della biodiversità.
Non sempre le generazioni si muovono verso il meglio.
Così la società contemporanea, avverte Sereni, si riflette e trova la sua espressione nel paesaggio, un paesaggio agrario che stava andando in crisi già negli anni in cui lui scriveva: un “preludio per una fase ulteriore e finale di disgregazione del paesaggio agrario” con lo spopolamento di interi villaggi e vallate e con centinaia e migliaia di poderi che in ogni provincia venivano abbandonati.
Il libro uscì nel 1961, ma anche le parole di Sereni sarebbero rimaste una lezione inascoltata, come se quella “prassi di generazioni” non fosse più un motore della storia.