Abitare o vivere la montagna? 

di Maurizio Ferrari

Occorre spesso una vita intera per capire il senso profondo delle cose e il viluppo delle situazioni e degli accadimenti che nel corso degli anni ci trascinano, ci sballottano, senza esserne consapevoli fino in fondo.
Lo stesso accade per la comprensione intima dei termini più elementari e di uso più comune, che si svela in tutta la sua essenza quando siamo adulti e ne comprendiamo lo spessore e le più profonde implicazioni.
 Da bambino ho lasciato il mio paese di montagna e sono sceso in città per motivi di studio. Lì ho abitato per almeno vent'anni; successivamente ho scelto di nuovo la montagna e tuttora sto vivendoci. Non ci abito, ci vivo.
Non si può abitare la montagna, se  questa è una scelta di vita; si tratta di un ossimoro, come a dire  che adoriamo leggere senza saper scrivere.
Abitare è avere un tetto sopra la testa, magari circondati da tutte le comodità, è  la risposta al  bisogno primitivo  di nascondersi, di proteggersi dalle  minacce  e dalle trappole dell'esistenza, di un convivere più sicuro e comodo, è una necessità di cui spesso siamo spettatori, non protagonisti. Per questo dico di aver abitato la città, senza mai aver condiviso  quel mondo, che ho sempre  avvertito anonimo e convenzionale.
La montagna è una dimensione,  anche filosofica, a sé; la montagna è un' ospite esigente, serissima ma anche amorosa e non consente che ci si abiti; se si vuole appartenerle ed entrare davvero in sintonia con essa cogliendone lo spirito più profondo, bisogna viverci e viverla.
Una casa in montagna non è solo un tetto, dei muri, un giardino in cui trascorrere vacanze estive, lontani dalla calura e  dal caos, è un progetto di vita che richiede dedizione e sacrificio. Ma alla fine concede sempre molto più di ciò che pretende.
La montagna è una maestra severa, innanzi tutto di umiltà, perchè esige  sudore e fatica , ci mostra ogni giorno la nostra pochezza e calpesta e distrugge l'arroganza e l'egoismo; è una maestra  che educa, in senso etimologico, cioè vuol  trarre fuori il meglio dai propri figli; ha insegnato e  insegna loro a sopravvivere nelle avversità, ha forgiato e continua a forgiare spiriti forti e liberi,magari meno socievoli e salottieri, ma certamente saldi e orgogliosi.

È anche la grande opportunità di riscoprire l'homo faber che  ci ha accompagnato per millenni e che oggi pare sopito dentro di noi , anzi sedato o, meglio, drogato dalle blandizie di un progresso diabolico che ci separa sempre più dalle nostre più intime e naturali aspirazioni, quelle  che alla fine ci consentono di vivere in armonia profonda con noi stessi.
Così reimparare a potare gli alberi, a innestare le piante da  frutto, a vangare, a seminare campi da tempo abbandonati, a curare un orto per ricavarne la verdura ad uso familiare, a  farsi da soli la legna da ardere per l'inverno, costruire un pollaio o una piccola stalla per pochi animali domestici significa mettersi alla prova,sottoporsi a piccole e grandi  sfide quotidiane, magari anche uscirne per un po' sconfitti, ma alla fine cercare di riappropriarsi di  saperi antichi che hanno permesso ai nostri avi di  sopravvivere anche in condizioni estreme. Insomma, significa riscoprire le proprie radici, riaffondarle nell'humus della  realtà quotidiana ,quella vera, sentirsi parte attiva di un tutto per gran tempo dimenticato, indossare di nuovo gli scarponi  ed essere attori vivi di una storia marginale, ma non per questo indegna di essere rivissuta.

Tutto questo ha ridestato in me  il nuovo incontro con la montagna, dopo decenni di “cittadinanza metropolitana”; l'ho ritrovata  graffiata, abusata  e per molti aspetti anche  dimenticata , ma è stato come rincontrare una vecchia amica con cui riprendi  un discorso lasciato in sospeso  solo la sera prima ed è stato come  riparlare coi miei nonni  delle avversità  di una primavera piovosa, di un raccolto di patate che non si vedeva da decenni e di una figliata meravigliosa di capretti che si possono vendere e magari qualcuno anche tenerlo. Insomma, arrivare al termine di un'annata e dire che “In fondo l'è andada ben cuscì, quest'anno!”.
Per tutto questo vivo, e non abito,  la montagna.