Abitare il fiume

Il Po visto dagli argini

di Gabriella Bonini

La relazione tra comunità umane e risorse idriche si perde nella notte dei tempi. Sono i fiumi a condurre l’uomo dal nomadismo alla condizione stanziale. Quando i primi agricoltori impararono a usare l'acqua per irrigare i terreni, si stabilirono sulle loro sponde, scavarono canali e derivazioni. I fiumi diventarono fondamentali vie di comunicazione per lo scambio di merci e l’incontro tra persone. L’energia dell’acqua e i fiumi contribuirono in maniera determinante alla nascita delle prime macchine; i trasporti e l'energia idroelettrica sono alla base della nascita delle filande, la rivoluzione industriale esplose con il carbone, ma era già nata con le acque dei fiumi.

Il Po, massimo fiume italiano, con i tributari delle Alpi e dell’Appennino, ha edificato nei secoli la valle padana, terra dove oggi si concentra una grande parte della produzione agricola italiana. Le zone più produttive sono le terre basse, un tempo paludi e acquitrini, dove i fiumi divagavano a piacimento. Qui la fatica dell’uomo è stata nel tempo capace di domare le acque con argini di terra e di prosciugare le zone umide con canalizzazioni per ricavarne terra coltivabile. 


Ma da secoli i fiumi hanno trasportato, e trasportano anche oggi, i nostri bisogni fisiologici, canalizzati da imponenti opere fognarie, come la Cloaca Maxima di Roma, e quando il carico organico supera i limiti, si arriva alla sgradevole esperienza della Londra di Dickens allorché il Tamigi divenne una grande fogna a cielo aperto.  I fiumi ci ricordano anche i molti episodi di alluvione, di dissesto idrogeologico e di inquinamento. Il loro sfruttamento nel corso dei secoli è andato fuori controllo con costruzioni nel corso naturale, modifiche del percorso, costruzione di dighe, distruzione di interi eco-sistemi, sostituzione delle piante fluviali autoctone con altre vissute altrove, poi sradicate alla prima piena.


Così è cambiato l’amore dell’uomo col fiume. Oggi abitare vicino a corsi d’acqua di grande portata desta preoccupazione anche per le forti piogge causate dal cambiamento climatico che contribuiscono a esondazioni dagli effetti devastanti. L’approccio al fiume avviene a compartimenti stagni e impedisce di vedere le relazioni tra sponda e sponda. Fa parte della quotidianità incrociare giovani che, sempre più assuefatti dall’esclusiva ricerca di luoghi ed elementi geografici con Google Maps, non conoscono il nome del corso d’acqua che scorre vicino casa.
Il fiume da amico diventa qualcosa di invisibile che dà fastidio quando va in secca o straripa o è inquinato.

Ma non è sempre stato così. Il comune di Boretto in provincia di Reggio Emilia, che sorge esattamente alla metà del lungo percorso del Po dal Monviso alla foce in Adriatico, ha vissuto fino agli anni Sessanta del secolo scorso in un rapporto strettissimo, quasi di simbiosi, con il suo Fiume. Era davvero parte non solo della vita degli abitanti di questo piccolo comune ma luogo di “villeggiatura” dove si riversavano i reggiani nelle calde e afose domeniche estive. Negli anni Venti e Trenta al Lido Po di Boretto c’erano stabilimenti balneari dove giovani, meno giovani e intere famiglie affollavano la spiaggia e facevano il bagno. I treni domenicali delle Ferrovie Reggiane portavano questi “villeggianti” al “mare dei poveri”.

Boretto è un esempio, ma simile ai tanti altri piccoli comuni che sorgono oltre-sponda e i cui nomi restano ancorati a un’altra epoca: Ponticello (Castelvetro Piacentino), Parpanese (Pavia), Quingentole (Mantova), Ficarolo e Papozze (Rovigo), Polesine Zibello (Parma), Dosolo (Mantova) con approdi dimenticati, dove i barconi a fondo piatto aspettano carichi di merci che non arriveranno. 

 

Anche Guastalla (sempre in provincia di Reggio Emilia) fino alcuni decenni or sono è stata protagonista di una “vita mondana”: arrivare al suo Lido Po significava trovarsi davanti una vera e propria stazione balneare. L’uso ricreativo delle acque del fiume era già stato documentato nel volume Le cento città d’Italia illustrate (n. 299 del 1929, ed. Sonzogno); visi legge come il nuovo ponte di barche fosse utile perché portava “…al pittoresco e ben munito Lido di Guastalla un fitto formicaio di bagnanti”. Dunque, già dalla fine degli anni 20, Guastalla era una località attrezzata e rinomata con ombrelloni e cabine a servizio dei bagnanti che muoveva le prime forme di turismo di massa, attirando villeggianti dalla città vicine a bordo di treni organizzati per l’occasione. 
Tanta partecipazione portò rapidamente alla nascita di iniziative collaterali come le crociere sul Po o manifestazioni sportive come le Traversate del Po di rilevanza nazionale. Inoltre, in nome del mito della maggior salubrità dell’ambiente rivierasco, fin dal 1928 a Guastalla sorse una Colonia Elioterapica che portò una moltitudine di ragazzi e bambini a trascorrervi i mesi estivi tra bagni, esposizioni al sole e giochi.
Sia a Boretto sia a Guastalla lingue sabbiose declinavano dolcemente verso il fiume e quell’ambiente golenale costituiva anche il luogo di lavoro per molte persone per attività oggi quasi del tutto estinte: barcaioli, pescatori, traghettatori, lavandaie, cacciatori, cavatori di sabbia, pontieri. Tempi, insomma, in cui il fiume era parte integrante di queste cittadine e delle loro comunità, e come tale veniva vissuto fino in fondo dagli abitanti. 


Anche Boretto ha vissuto una situazione di crescita e lavoro simile a quella di Guastalla, pur in un altro settore. Fino a una cinquantina di anni il cantiere ARNI (Azienda per la Navigazione Interna della  Regione Emilia Romagna, ora sede del Museo del Po della Navigazione Interna e del Governo delle Acque) annoverava oltre duecento addetti, praticamente tutti del luogo: ogni famiglia aveva almeno un componente che vi lavorava. Era un cantiere navaleautosufficiente in tutto: dal dragaggio alla segnalazione del canale di rotta, dalla riparazione delle barche in legno e in ferro alla fonderia e forgiatura dei pezzi necessari, al dragaggio dei bassi fondali.

Boretto aveva (ed ha tutt’ora) anche un cittadino campione del mondo, Giuliano Landini vincitore di tre campionati di motonautica tra gli anni ’80 e ’90 del Novecento. Sul suo motoscafo “volava” sul fiume alla velocità di spinta di oltre duecento chilometri orari sfruttando i cuscinetti d’aria che si formano fra lo scafo e l’acqua. In occasione di quelle gare, al Lido Po si mobilitava un esercito di appassionati e volontari che rendevano unica ed efficiente l’organizzazione di questi eventi.

Sta di fatto che, a un certo punto tutto cambierà in fretta: già a partire dagli anni Sessanta, quelli del boom economico, il turismo diventerà di massa grazie alle ferie retribuite e all’aumento del reddito pro–capite. Così, al ritmo della musica dei Beatles, di Mina, di Gino Paoli, diffuse dalle prime radio portatili e dalla televisione, l’auto prenderà il posto del treno, la tintarella avrà il sapore del mare di Rimini, Cesenatico, Milano Marittima. Il grande Fiume diventerà di anno in anno sempre più marginale fino ad essere dimenticato. Gli anni Settanta, inoltre, vedranno l’arrivo del divieto di balneazione, per l’inquinamento delle acque, e la costruzione dei ponti di cemento, due fattori che decreteranno la fine di un’era. Il Po diventerà un ambiente vissuto dai pochi affezionati e poi praticamente abbandonato.

Oggi si parla del fiume solo per piene, magre e annegamenti. Invece il fiume è anche un luogo da visitare, da abitare, con cui convivere e da cui trarre lavoro. Per la maggior parte delle persone, i fiumi sono scomparsi non solo dal quotidiano, ma anche proprio dal paesaggio: scavalcati da ponti e viadotti, imbrigliati e canalizzati, al massimo si guardano dall'auto in corsa. Poi al momento della secca o dell'alluvione ci si riflette sopra.

Chi va al Lido Po di Boretto, non incontra giovani, non trova folla, solo qualche anziano, casomai appoggiato con un piede a terra e uno sulla pedivella della biciletta con lo sguardo che si perde sull’acqua, di là dal fiume sulla riva mantovana, a ricordare le fresche notti di un maggio già molto lontano con la mano in quella che sarebbe diventata la compagna di una vita. 


Il Po visto dagli argini è sempre più in alto di ciò che lo circonda e tiene un mondo aggrappato alle sue sponde, un mondo ancora grandioso e poetico sul cui orizzonte si stagliano i campanili, i filari dei grandi pioppeti, gli argini sinuosi, i campi d’erba e di grano. Gli fanno poi da corona case svuotate, abbandonate, perché non conviene più abitarci. Chi una volta le abitava aveva anche una barca perché, quando le acque del fiume si alzavano e poi strabordavano bisognava fare solo una cosa: salire sulla barca e allontanarsi, lasciando lì quel poco che si possedeva per poi farvi ritorno al ritiro dell’acqua. 

La complessa relazione tra uomini e fiumi nella Pianura Padana, fatta di traiettorie non sempre lineari e mai identiche nei diversi contesti locali e che, lungo i secoli, ha portato alla costruzione di una vasta e fertile campagna, ci dice che è necessario riappropriarsi del legame col fiume per gli apporti che ancora si possono costruire in campo turistico, ricreativo e culturale per una comunità intera. Il lungo percorso di bonifica che è stato utile all’insediamento e allo sfruttamento agricolo della valle del Po deve diventare il fil rouge attorno al quale si devono riprendere i tanti esempi e le tante esperienze di lavoro, governo, disputa, ma anche di cooperazione nate dal fiume e con il fiume.